sabato, Maggio 8

La Apple nel braccio di ferro tra Stati Uniti e Europa

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Dopo mesi di riflessione sul da farsi, la Commissione Europea ha deciso di ingiungere al colosso statunitense Apple di versare all’erario irlandese qualcosa come 13 miliardi di euro (più interessi) di tasse non pagate, corrispondenti a circa 3.000 euro per ogni cittadino dell’ex ‘tigre celtica’. Denaro che la multinazionale fondata da Steve Jobs avrebbe omesso di pagare entro l’arco temporale che va dal 2003 al 2014, facendo pesare le proprie dimensioni titaniche e la potenza economica a disposizione per strappare alle autorità preposte di Dublino determinate agevolazioni fiscali estremamente vantaggiose.

Secondo la ricostruzione di Bruxelles, il fisco irlandese avrebbe autorizzato l’impresa californiana a corrispondere appena l’1% di imposte sui profitti realizzati in Europa nel 2003, per poi scendere al coefficiente dello 0,005% verso la fine del periodo finito sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti. Un valore talmente irrisorio, quello imposto ad Apple dall’Irlanda (dove la tassazione è del 12,5%), da esser stato considerato dalla Commissione alla stregua di un ‘aiuto di Stato’ ad un’impresa privata – straniera per di più.

Dal quadro generale dipinto dagli inquirenti emerge infatti che l’Irlanda ha offerto ad Apple (e ad altre imprese multinazionali) servizi che sul piano qualitativo si addicono più a un vero proprio paradiso fiscale che a uno Stato dotato di un normale regime di tassazione, i quali hanno consentito al gruppo di non sottoporre praticamente a nessuna tassazione i propri ricavi ottenuti su scala planetaria. L’indagine europea si è concentrata in particolare su due precisi ‘tax ruling’ tra le autorità fiscali e la Apple che hanno permesso all’azienda di spostare i profitti da dove erano stati realizzati a dove il prelievo fiscale era maggiormente ridotto. Sebbene tali accordi fossero stati siglati nel lontano 1991, i regolamenti consentono alla Commissione Europea di richiedere il versamento del maltolto fino a un periodo antecedente di 10 anni all’avvio delle indagini. Dal momento che i primi accertamenti risalgono al 2013, il conteggio dell’evasione è stato avviato a partire dal 2003. I regolamenti non consentono di indagare si 12 anni precedenti, ma un semplice calcolo a ritroso basato sui comportamenti tenuti dai vertici della multinazionale dal 2003 in poi suggerisce che il volume del denaro non corrisposto sia in realtà di gran lunga maggiore.

Il collaborazionismo di Dublino nel consentire ad Apple di aggirare i regolamenti ha indotto Bruxelles ad aprire una procedura di infrazione contro l’Irlanda, accusata di aver fatto pagare alla grande azienda soltanto le tasse relative calcolate sui profitti generati all’interno del Paese, nonostante quest’ultimo ospiti le due società che raccolgono gli utili realizzati in tutto il mondo. Nello specifico, la Apple Operation International (Aoi) cura le vendite nelle Americhe, mentre la Apple Sales International (Asi) svolge la stessa mansione in riferimento ai mercati, europeo, africano, asiatico ed oceanico. Apple ha giocato sull’asimmetria dei criteri attraverso i quali gli Stati concedono la residenza fiscale per spostare i costi nei Paesi ad alta fiscalità e i ricavi in Irlanda.

Il risultato è che con svariate decine miliardi di dollari di fatturato e circa 100 miliardi di dollari di liquidità in cassa, Aoi ed Asi hanno avuto la possibilità di non presentare alcuna dichiarazione dei redditi e, di conseguenza, non pagare alcuna imposta in nessuno dei Paesi in cui Apple è un soggetto attivo ad eccezione dell’Irlanda, dove l’Asi ha pagato appena 42 milioni di imposte su 76 miliardi di utili realizzati nel triennio 2009-2011. Nel maggio 2013, una commissione senatoriale Usa ha stilato un rapporto in cui si cercava di far luce sulle molte zone d’ombra che presentava questo complesso e fraudolento sistema organizzativo messo in piedi da Apple. Nel documento si legge che «la struttura societaria di Apple le ha permesso di evitare il pagamento delle imposte statunitensi, con ciò alterando le regole del mercato a svantaggio dei suoi concorrenti, scaricando sulle spalle degli altri contribuenti il peso delle imposte non pagate e minando l’equità della legislazione fiscale statunitense».

Benché le dure conclusioni cui è giunto il Senato con riferimento all’attività di Apple negli Stati Uniti possano considerarsi valide anche per tutti gli altri Paesi del mondo e nonostante fosse ancora fresco il ricordo del trattamento riservato dagli Usa a Volkswagen a seguito dello ‘scandalo dieselgate’, il Dipartimento del Tesoro non ha digerito la misura imposta dalla Commissione Europea, emanando un White Paper in cui si accusava Bruxelles di esercitare abusivamente le funzioni proprie di «una autorità sovranazionale in materia di tassazione, e così facendo minaccia gli accordi internazionali sul piano fiscale […]. Gli sforzi della Commissione per ottenere retroattivamente il versamento dei contributi fiscali  non solo è in contrasto con gli sforzi del G-20 per assicurare la certezza fiscale, ma crea anche un precedente indesiderato che potrebbe portare il fisco di altre nazioni a cercare di ottenere ampi versamenti retroattivi e punitivi da aziende sia Usa, sia Ue». Una critica che suona come un ultimatum volto a dissuadere gli europei dal pretendere da Apple il saldo degli arretrati, e che, secondo il ‘Financial Times’, si inquadra nel contesto della faida accesasi tra le due sponde dell’Atlantico in conseguenza del fallimento dei negoziati relativi al Ttip annunciato dal ministro dell’Economia tedesco Sigmar Gabriel.

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