lunedì, Aprile 19

L’ Uzbekistan, il nuovo presidente e la ‘prova’ del cotone Il Paese è uno dei principali produttori mondiale di cotone, ma il lavoro forzato fino ad ora è stato organizzato direttamente dalle autorità statali. Mirziyoyev cambierà qualcosa?

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Settembre è il mese in cui nelle campagne intorno a Tashkent, Bukhara e nelle zone confinanti con il Turkmenistan comincia la raccolta del cotone, quando cioè centinaia di migliaia di uzbeki lasciano abitazioni e lavori nelle città, obbligati a partecipare alla raccolta nei campi, per salari che solitamente non superano i due dollari al giorno.  

L’ Uzbekistan è uno dei maggiori produttori ed esportatori di cotone grezzo al mondo. Produce quasi 850.000 tonnellate annue, posizionandosi, insieme alla Turchia, alla settima posizione e ne esporta quasi la metà. Il cotone rappresenta per l’Uzbekistan una delle più importanti voci dell’export: nel 2016, secondo i dati forniti da OEC (The Observatory of Economic Complexity), l’Uzbekistan ha esportato merci per un valore di 7 miliardi di euro e circa il 15% è stato coperto da vendite di cotone all’estero, soprattutto alla Cina, ma anche a Turchia e Russia.

Il Paese esporta anche oro, estratto nella miniera di Muruntau, nel deserto di Kyzyl Kum, la miniera più grande a cielo aperto ed una delle più produttive al mondo ed esporta anche petrolio e gas naturale, ma è decisamente la coltivazione dei fiocchi bianchi a caratterizzare il paesaggio delle campagne e a pervadere la vita della popolazione che, a causa della scarsissima meccanizzazione agricola, è obbligata ogni anno a partecipare al processo di coltivazione e raccolta. Non hanno molte alternative i moltissimi insegnanti, medici, lavoratori del settore pubblico e studenti che dalle città sono obbligati all’esodo forzato nelle campagne. E poca libertà è concessa agli stessi agricoltori, che in determinate zone, non possono scegliere la tipologia di coltura più redditizia, ma sono obbligati a piantare cotone, il cui prezzo, stabilito per lo più dallo Stato, può essere talvolta poco remunerativo. Il territorio dell’Uzbekistan è comunque molto ricco di risorse naturali, oltre a petrolio, gas naturale e oro, anche argento, uranio, molibdeno, tungsteno.

È di qualche settimana fa la notizia di una disponibilità da parte del governo uzbeko a concedere ad investitori internazionali la possibilità di sfruttare 29 giacimenti, di cui quasi la metà di oro ed argento; nello stesso periodo è stato firmato un accordo tra il Comitato Statale Uzbeko per le Risorse Minerarie ed il Ministero dell’Energia turco per iniziare esplorazioni minerarie in un paio di regioni ad altissimo potenziale. Aperture fino a qualche anno fa impensabili, ma Shavkat Mirziyoyev, eletto due anni fa, dopo la morte del vecchio presidente Islom Karimov, sembra voler avviare un nuovo corso che contempla appunto una maggiore apertura verso l’esterno e la possibilità di avviare collaborazioni con altri Paesi, soprattutto per lo sfruttamento delle risorse naturali.

Il nuovo corso di Mirziyoyev non trasformerà l’Uzbekistan in un Paese democratico, con elezioni libere, media indipendenti e diritti politici rispettati, ma potrebbe apportare qualche cambiamento in una società che in un quarto di secolo, sotto il regime di Karimov, è rimasta praticamente immobile ed isolata, schiacciata dalla mano pesante del regime autoritario del vecchio presidente. Il punto di partenza, comunque, non è dei più incoraggianti, in uno Stato in cui i diritti umani sono sempre stati un inutile orpello: un Paese considerato ‘not free’ da Human Right Watch e posizionato da Trasparency International ai primi posti al mondo per corruzione e agli ultimi per libertà di stampa da Reporters sans frontières.

Anche secondo Amnesty International «vi sono segnali di speranza che l’Uzbekistan possa perdere la sua reputazione di uno dei peggiori violatori dei diritti umani nel mondo. Alcuni prigionieri politici sono stati rilasciati, nuove leggi – se attuate efficacemente – potrebbero essere passi modesti verso un sistema giudiziario più indipendente e una società civile più libera. Eppure questa narrativa non dove offuscare la realtà e cioè che oggi il governo uzbeko rimane altamente autoritario, i servizi di sicurezza mantengono un enorme potere, elezioni libere e pluralismo politico sono sogni lontani e ci sono ancora migliaia di persone in carcere con accuse politicamente motivate».

Un banco di prova importante, per verificare la volontà di Mirziyoyev di apportare cambiamenti reali e migliorativi nella società uzbeka, sarà sicuramente la prossima raccolta del cotone che partirà a settembre. Nel frattempo, a maggio, è stato emanato un decreto che, incaricando il ministero del lavoro e la procura generale di «adottare tutte le misure necessarie per prevenire la pratica del lavoro forzato», potrebbe essere – se attuato efficacemente – il primo passo per combattere l’esodo coatto dei lavoratori dalle città alle campagne.

A dire il vero, anche l’anno scorso Mirziyoyev aveva promesso di combattere il lavoro forzato nei campi, ma con scarsissimi risultati e il processo di raccolta dello scorso autunno, ancora una volta, era stato condotto con l’utilizzo massiccio di lavoratori dalla città. E’ consuetudine che siano le stesse autorità locali a costringere gli operai di fabbriche statali ed aziende private a raccogliere il cotone, con il rischio di pesanti multe in caso di rifiuto. Secondo alcune indiscrezioni, sembra che lo scorso anno, anche la Banca Centrale dell’Uzbekistan abbia inviato una disposizione ai capi dipartimento locali e alle banche commerciali, chiedendo di indirizzare personale nei campi più vicini e di presentare un rapporto sul coinvolgimento degli impiegati.

Speranze che qualcosa possa cambiare vi sono, ma sono forse più semplici auspici degli osservatori internazionali, che reali aspettative della popolazione che è ben consapevole che l’intero sistema di produzione del cotone, da decenni, poggia su coercizione, intimidazione e punizione. Una pratica che risale ai tempi dell’Uzbekistan sovietico: evidentemente, il sistema sovietico è crollato, ma abitudini ed atteggiamenti, tra i più odiosi, purtroppo, si conservano e persistono.  

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