sabato, Ottobre 16

L’ Uomo di Altamura è un Neanderthal!

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Le nuove ricerche sul materiale gentico estratto, grazie ad accorgimenti scientifici molto complessi, dallo scheletro di un nostro lontano parente ominide, l’Uomo di Altamurascoperto nel 1993 nella grotta di Lamalunga, confermano che esso appartiene alla specie Homo Neanderthaliensis. Giorgio Manzi che è professore di Antropologia presso il Dipartimento di Biologia Ambientale della Sapienza Università di Roma, dove insegna Evoluzione umana, Ecologia umana e storia naturale dei primati e Museologia, direttore del Museo di Antropologia G. Sergi e del Polo museale Sapienza, autore di libri di divulgazione scientifica, fra cui ‘Il grande racconto dell’evoluzione umana’ edito da ‘Il Mulino’ nel 2013, oltre che coordinatore delle recenti ricerche sul tale materiale genetico estratto dal reperto fossile di tale ominide ci spiega perché è risultata esatta tale attribuzione, già proposta in precedenza, ma con numerosi dubbi in proposito, dal team di studiosi guidati da Vittorio Pesce Delfino, per l’uomo di Altamura.

I Neanderthal hanno caratteristiche abbastanza riconoscibili sia dal punto di vista morfologico, sia ancora di più dal punto di vista genetico: grazie a questi due parametri le nostre analisi hanno dimostrato dal punto di vista quantitativo che stiamo parlando appunto di Homo neanderthalensis. Queste sono le prime analisi quantitative che vengono fatt,e anche se si tratta soltanto di un frammento, di una piccola porzione d’osso”, mentre David Caramelli, professore di Antropologia all’Università degli Studi di Firenze, che lo ha affiancato in tali ricerche affermaAbbiamo estratto il DNA del mitocondrio, lo abbiamo analizzato ricavandone dei dati e le mutazioni presenti nella particella ci restituiscono elementi propri dell’Uomo di Neanderthal. Ulteriori analisi morfometriche fatte sulla scapola confermano queste indicazioni, e anche quelle effettuate sul cranio in situ lo facevano ascrivere al Neanderthal, anche se con un margine di incertezza. è stato l’esame del DNA a dirimere la questione”.

Come morì l’uomo di Altamura? Manzi risponde in questo modo alla domanda “Si possono fare delle ipotesi, già fatte da chi si è occupato prima di noi del problema, dato che noi siamo entrati nella ricerca dal 2009. Nei vent’anni precedenti, i nostri colleghi dell’Università di Bari (Ndr il team di Vittorio Pesce Delfino) avevano infatti ipotizzato che si tratta di un individuo caduto in un inghiottitoio evidentemente non visibile in superficie (forse perché coperto da vegetazione) e che non riuscì più a uscire dalle cavità carsiche della zona finendo per morire di stenti. Quel che si può dire osservando le ossa, come hanno già fatto i colleghi di Bari, è che lì c’è un corpo intero, e non resti ossei portati sul posto da correnti di acqua o altro, come accade per altri resti di fauna esistenti e forse coevi con l’uomo di Altamura. Lì c’è un corpo intero verosimilmente rimasto in situ e morto dove sono i resti. A Bari sono stati fatti esami tafonomici sulla disposizione delle ossa, interpretando come da un individuo rannicchiato si è arrivati alla disposizione attuale delle ossa.”, anche Caramelli concorda “Non lo sappiamo, ma ci sono varie ipotesi: che sia rimasto chiuso nella grotta senza riuscire più ad uscirne, forse per una frana o per altre cause più fantasiose, ma non ci sono certezze al riguardo. Altre indagini che stiamo conducendo con colleghi esperti di studi tafonomici potranno rivelare questo mistero”.

Cosa aveva fatto il team gli studiosi precedenti, guidato da Vittorio Pesce Delfino con il progetto denominato Sarastro? Manzi ci risponde così “I colleghi di Bari potrebbero meglio spiegarlo, ma in sostanza era un progetto di telematizzazione della grotta, con l’inserimento di cavi, faretti, telecamere, tutti comandati da una masseria lì vicino, ristrutturata per essere adibita alla sorveglianza da remoto della cavità e dello scheletro. La cosa ha lasciato perplessi molti di noi, perché non si trattava di controllare qualcosa in movimento, mentre si sarebbe potuta garantire ugualmente la fruizione con un buon filmato in 3D (come poi si è fatto). Va detto poi che le telecamere si sono danneggiate molto presto, le luci hanno dato qualche problema alterando il microclima della grotta, ed è possibile che la stessa apertura del passaggio da parte degli speleologi abbiano comportato una variazione di quel microclima che aveva conservato questo prezioso reperto per 150.000 anni almeno. Oggi noi, in accordo con la Soprintendenza, stiamo monitorando la situazione per capire quali sono le condizioni nelle quali si trova ora lo scheletro e se non sia il caso di fare qualche intervento per evitare che lo scheletro si danneggi”, mentre Caramelli, all’epoca ancora studente universitario e quindi sa poco del progetto, se quello che ha potuto capire analizzando alcuni documenti che ha potuto studiare, ossia che si voleva forse osservare questo individuo e monitorare gli aspetti microclimatici della grotta.

I due studiosi Manzi e Caramelli hanno pubblicato sulla rivista ‘Journal of Human Evolution’ i risultati di tale nuova ricerca sul genoma sull’Uomo di Altamura che segna un passo avanti nella ricerca dell’evoluzione umana e rispetto a quanto detto nella conferenza stampa aperta al pubblico nel 2010 con il quale si presentavano i risultati delle ricerche conseguiti fino a quella data sull’ominide. Caramelli descrive in maniera sintetica, ma precisa tali nuove scoperte con queste parole: “La pubblicazione descrive le ricerche che abbiamo iniziato a condurre nel 2009 con il prof. Manzi ed altri colleghi, tra cui quelli dell’Università di Adelaide in Australia, su un frammento di scapola che avevamo recuperato durante una discesa in grotta. Esso è stato analizzato dal punto di vista morfologico e genetico, ricavandone la sua appartenenza al tipo neandertaliano; altri esami sulle concrezioni presenti sulle ossa dell’individuo ci hanno permesso di stabilire che esso aveva una cronologia compresa fra i 130.000 e i 172.000 anni, e che è il più antico esemplare su cui si sono potuti effettuare esami di DNA”. Manzi inoltre aggiunge sulla conferenza stampa del 2010: “Quella fu poco più di una conferenza stampa, aperta al pubblico, nella quale abbiamo presentato i risultati dell’intervento condotto dalla Direzione Regionale del MIBACT, che negli anni precedenti aveva deciso di formare un nuovo gruppo di ricerca proprio per il superamento del progetto Sarastro e per studiare il caso Altamura con nuovi specialisti (come me, Marcello Piperno della Sapienza, David Caramelli dell’Università di Firenze e altri), insieme a speleologi e ad altri esperti. Uno dei risultati più significativi che si sono sviluppati a partire da allora è stato pubblicato sul Journal of Human Evolution e riguarda la datazione dello scheletro (che per vent’anni non si era avuta): l’Uomo di Altamura risulta sì un Neanderthal, ma un Neanderthal antico che, come tale, mostra caratteristiche arcaiche, ovvero si caratterizza come una forma quasi di transizione tra l’umanità precedente che aveva abitato l’Europa, ovvero l’Homo heidelbergensis, e i più tipici Neanderthal”. E Caramelli aggiunge “In questa conferenza si è avuto un dato nuovo, quello della datazione che fino a quel momento non era stata data, e si è confermato quanto i dati degli esami avevano già fornito, dal momento che gli esperimenti erano stati ripetuti più volte per ricavarne elementi solidi dal punto di vista scientifico, e soprattutto maggiori rispetto a quanto già dato dalla scapola”.

Tale ricerca pubblicata sulla rivista e le scoperte successive che si faranno in futuro potranno aiutare gli studiosi di tale materia a ricostruire l’evoluzione umana in Europa prima dell’arrivo dell’uomo moderno, quindi dell’Homo sapiens, come afferma Manzi dicendo che questo aiuterà a capire “proprio le ragioni di arcaicità che esso (Ndr tale ominide) presenta, ma anche due caratteristiche straordinarie: la prima è che si tratta di un scheletro completo, e non di un singolo reperto isolato, come avviene di solito, e merita poterlo studiare (come descritto nell’articolo della rivista, che però rappresenta un inizio e non la fine, la conclusione di un percorso). La seconda particolarità è di avere questa grande antichità per un Neanderthal, così raro proprio nel suo essere una forma di transizione, attestante un’evoluzione ancora in corso, che potrà dire molto sulla traiettoria evolutiva che conduce ai Neanderthal dell’ultima glaciazione.” Caramelli invece afferma: “Penso di sì, soprattutto in questo nuovo progetto che stiamo sviluppando per analizzare non soltanto il DNA del mitocondrio, ma procedere anche grazie alla medicina nucleare e se saremo fortunati riuscire a comprendere le caratteristiche morfologiche dell’individuo, il colore dei capelli, degli occhi, della pelle, ma anche altri dati più interessanti dal punto di vista evolutivo e del genoma, confrontabili sia con un Neanderthal di 50.000 anni fa sia con l’Homo sapiens”.

Che differenza quindi presenta tale scheletro rispetto ai crani rinvenuti al Circeo e a Saccopastore nel Lazio, oppure le altre scoperte precedenti di ominidi in territorio italiano? Manzi risponde in questo modo: “I crani di Saccopastore qui a Roma e quello nella Grotta Guattari al Monte Circeo non sono esattamente la stessa cosa, anche perchè hanno differenti cronologie: quello del Circeo è un tipico Neanderthal e nelle sue caratteristiche morfologiche si pone come paradigma del tipo. I crani di Saccopastore sono più antichi, risalgono a circa 120.000 anni fa, con caratteristiche più arcaiche nelle quali il Neanderthal non si esprime ancora in pieno, ma conserva tipologie di forme umane precedenti; Altamura è un po’ come questi ultimi, ovvero una forma umana con caratteri neanderthaliani combinati con altri più arcaici, o con tratti da Neanderthal non pienamente espressi”. Mentre Caramelli ci dice a tal proposito: “Questo vorremmo saperlo anche noi. Per quanto concerne il cranio, non lo abbiamo ancora studiato e raffronti e somiglianze si possono fare soltanto dopo l’esame archeometrico, o la TAC, così come per altre parti, come quella postcraniale. C’è poi la questione delle concrezioni che non permettono di verificare la morfologia precisa del reperto, ma crediamo che nel tempo potremo affrontate anche questo tipo di studi”. Finora non è possibile risalire all’età anagrafica dell’Uomo di Altamura, tuttavia Manzi apre uno spiraglio a una futura possibilità di definire tale data anagrafica con queste parole: “Finora abbiamo parlato di cronologia, ovvero di antichità dello scheletro, la cui età è compresa fra 130.000 e 172.000 anni fa. Se si intende invece stabilire l’età di quell’uomo al momento della sua morte, ciò avverrà soltanto una volta fatte le ricerche che abbiamo intenzione di realizzare in futuro sullo scheletro, una volta che sarà possibile ripulirlo (virtualmente) dalle concrezioni. Questo si può fare oggi con tecniche molto sofisticate; certo non attraverso procedure meccaniche, ma con metodologie digitali (o ‘virtuali’ come si dice) assistite al computer, laddove le ossa possano essere sottoposte ad una tomografia computerizzata, ossia a una TAC”. Caramelli concorda con Manzi: “Intende dire che età aveva quando è morto? Al momento non è possibile, ma con studi antropometrici molto precisi qualche dato si potrebbe ottenere, tuttavia al momento non è possibile”.

Si sono venute a creare delle polemiche tra studiosi e anche nei cittadini di Altamura sulla possibile decisione di spostare dal luogo inaccessibile ai visitatori lo scheletro uomo di Altamura per renderlo visibile in un museo. Manzi che ha proposto questo spostamento giustifica la sua richiesta con le seguenti parole “la ritengo ineludibile sia per la miglior tutela possibile del reperto, sia per la ricerca: infatti la tomografia computerizzata di cui parlavamo prima è possibile solo all’esterno della grotta. Infine, l’estrazione di questo tesoro paleoantropologico potrà consentire la fruizione del reperto a tutti, non soltanto agli specialisti, come è avvenuto per la mummia del Similaun a Bolzano, in condizioni sicure e protette anche dal punto di vista microclimatico. Tuttavia è bene che tutto questo non avvenga subito, ma che possa svilupparsi a seguito di una serie di indagini preliminari. E’ un’operazione che richiederà molta cura e attenzione, anche perché ci sono aspetti diversi da tenere in conto per la massima tutela del reperto stesso: la sua valorizzazione, che passa attraverso il suo studio, non deve in alcun modo metterlo a rischio”.

Caramelli è d’accordo anche lui con lo spostamento proposto dal professor Manzi e spiega le sue ragioni con queste parole: “Io sono molto favorevole, anche perché è l’unica maniera per rendere fruibile il reperto a un pubblico più ampio. Per farlo dovremmo togliere lo scheletro dal luogo in cui si trova ora e metterlo in un museo dedicato sul posto, che è già in corso di allestimento per altri reperti rinvenuti in zona. Inoltre il reperto è stato scoperto nel 1993, sono 170.000 anni che si trova lì sotto, e non vorrei che per qualche motivo tra un po’ di tempo si manifestassero problemi per poterlo recuperare, o si fosse a tal punto degradato, che non potrebbe più essere utile per alcuno, Peraltro ci sono altre situazioni simili in Italia, come l’Uomo di Similaun, una mummia tratta da un ghiacciaio e posta in un ambiente museale idoneo a conservarlo, dove è visitatissimo: la stessa cosa bisognerebbe fare anche per l’Uomo di Altamura, musealizzarlo con grande attenzione alla conservazione del microclima originario, all’umidità e a quant’altro, per poterne fare studi più approfonditi e ricavarne informazioni maggiori di quelle di cui disponiamo ora, oltre che fornire un ritorno di turismo e valorizzazione per la città di Altamura stessa e i suoi cittadini”.

I due studiosi inoltre parlano delle strategie di comunicazione che vengono adottate per far divulgazione al grande pubblico di queste rilevanti ricerche che sono ad appannaggio di solito degli studiosi specialisti di tale settore e del fatto che non esiste almeno per le ricerche cronologiche una carenza da parte dell’Italia in questo campo scientifico rispetto all’estero. Manzi afferma su questo punto: “Con questo tema mi invita a nozze, visto che la mia attenzione verso la divulgazione scientifica è abbastanza nota! Penso infatti che le ricerche sull’evoluzione umana abbiano senso proprio nel momento in cui vengono divulgate e diventano patrimonio collettivo. Circa l’Uomo di Altamura la strategia di comunicazione riguarda la diffusione delle nostre ricerche. Lavorando in piena sintonia con la Soprintendenza Archeologica e con il Comune di Altamura, si sono intraprese iniziative importanti per la comunicazione di tutte queste indagini. Va sottolineato a questo proposito che non si può fare divulgazione se prima non vi è conoscenza e per vent’anni di questo esemplare abbiamo saputo davvero poco, abbiamo visto sempre la stessa fotografia. C’è d’altra parte una crescente sensibilità nel pubblico e interesse verso questi temi, anche in Italia: indubbiamente quello dell’evoluzione umana è un tema che attira l’interesse pubblico, anche perché intercetta diversi aspetti del nostro vivere comune, del nostro modo di pensare ed essere, ed è bene che tutto ciò venga arricchito di solide conoscenze scientifiche”.

Caramelli concorda con Manzi e dicendo a questo proposito che “dipende innanzitutto dall’importanza che si dà alla ricerca e dal tipo di problematica che viene affrontata. Nel caso di Altamura, siamo stati molto aiutati dall’informazione che è stata diffusa al riguardo e che ha suscitato molto interesse nel pubblico. Per quanto concerne la divulgazione, è importante che i risultati delle ricerche siano diffusi quanto più possibile e in maniera che possano essere compresi da tutti: noi lo facciamo spesso, io e Manzi siamo stati spesso invitati a programmi televisivi a illustrare le nostre ricerche (e non solo quella di Altamura). La strada giusta è quella per i media di fornire le prime informazioni e poi da parte di noi specialisti di metterci a disposizione per spiegare le ricerche, con i loro motivi di partenza e le scoperte effettuate, in maniera piana e comprensibile per tutti, anche con domande da parte del pubblico. Anche in Italia si dà conto ampiamente e con competenza di molte scoperte sulla stampa non specializzata, come avviene all’estero”.

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