lunedì, Maggio 16

L’Ucraina o gli eccessi dell’atlantismo nell’Est Europa Non possiamo essere prigionieri delle ossessioni – storicamente fondate, ovviamente – della Polonia o delle repubbliche baltiche. L’analisi di José Luis de Castro Ruano, Docente di Relazioni Internazionali all’Universidad del País Vasco / Euskal Herriko Unibertsitatea

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Il capo della Marina tedesca, il vice ammiraglio Kay-Achim Schömbach, ha affermato lo scorso gennaio che il leader russo Vladimir Putin dovrebbe ricevere «il rispetto che merita». Non credo sia stato eccessivo da parte sua; il paradosso è che le affermazioni condivise da molti tedeschi gli sono costate il lavoro. Cosa sta succedendo in Ucraina? Il prossimo ingresso del Paese nella NATO scatenerà l’intervento militare russo nel suo territorio?

Diciamolo già: anche assumendo qualche rischio nella previsione, a breve né l’Ucraina entrerà nella NATO, né vedremo carri armati russi pattugliare Kiev in un attacco militare su larga scala (il che non esclude la possibilità di schermaglie localizzate di diversa intensità).

Nonostante le apparenze, la Russia non ha l’obiettivo di invadere l’Ucraina ma di influenzarla e, sì, di fermare l’espansione dell’Alleanza Atlantica verso Est, espansione che va avanti sistematicamente dalla fine del XX secolo, con allargamenti successivi dal 1999 (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca), 2004 (Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia, Estonia, Lituania e Lettonia), 2009 (Albania e Croazia), 2017 (Montenegro) e 2020 (Macedonia del Nord).

È ancora paradossale che, dopo lo scioglimento dell’URSS, il Paese contro il quale è stata creata la Nato, si espanda sempre di più mettendo alle strette la Russia. Qualcosa di più serio, se possibile, in un Paese –il più grande del mondo– abituato alla territorialità come base della sua politica di potere.

La Russia, come ogni potenza, rivendica la sua vitale cintura di sicurezza. E l’Ucraina – territorio ex sovietico, come la Georgiaè una linea rossa (probabilmente lo sarebbero state anche le repubbliche baltiche, ma il loro ingresso nell’Alleanza è avvenuto in un momento di grande debolezza russa).

Il Consiglio Ue del 24/01, in alcune dure conclusioni, ha affermato che la nozione di ‘sfere di influenza’ non ha posto nel 21° secolo. Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha anche affermato che non siamo più a Yalta nel 1945 e che le ‘zone di influenza’ non possono essere accettate nella società internazionale del 2021. Non è stata proprio questa la vocazione della NATO dal suo primo allargamento successivo alla Guerra Fredda nel 1999 fino all’ultimo nel 2020?

Probabilmente l’innesco di tutto questo non è tanto l’autoritarismo di Putin, ma gli eccessi dell’atlantismo in una situazione a lui favorevole.

Un’alleanza nemica pesantemente armata

Quale potenza accetterebbe di avere un’alleanza nemica pesantemente armata entro 500 chilometri dalla sua capitale? Se la tutela di Mosca nelle ex repubbliche sovietiche è discutibile a tre decenni dalla dissoluzione dell’URSS, anche l’allineamento della Russia con gli Stati Uniti su parte del suo ex territorio, che comprende anche centinaia di migliaia di cittadini di lingua russa, non è facilmente digeribile.

L’espansione della NATO a est dagli anni ’90 è stata l’innesco di questa situazione. Bill Clinton ha approfittato dell’occasione offerta dalla Russia di Boris Eltsin tremendamente indebolita, incapace di difendere le proprie posizioni. Riconoscere questi fatti non giustifica l’aggressività di Vladimir Putin, ma ci aiuta a capire gli eventi.

È vero che la caduta del muro di Berlino non ha comportato la firma di alcun trattato internazionale che impedisse l’espansione della NATO, ma sono numerose le testimonianze sull’accordo con cui Usa e URSS si sono accordati per la riunificazione della Germania. Con lui, George H. W. Bush ha garantito a Mikhail Gorbaciov il congelamento dei confini della NATO. Consiglio ai lettori le memorie di Helmut Köhl.

In quei primi anni non sono mancate le strutture per il dialogo e la cooperazione con la Russia che hanno accompagnato il processo. Il Partenariato per la Pace firmato nel 1994 è uno dei principali. Javier Solana, allora Segretario generale della NATO, ha ricordato in questi giorni come ha negoziato con Yergueni Primakov, Ministro degli Esteri russo, il primo allargamento della NATO dopo la guerra fredda, nonché l’Atto istitutivo tra la Russia e l’Alleanza Atlantica da lui inaugurato nel 1997 una ‘nuova era’ di cooperazione e sicurezza in Europa.

Anche allora, sono state prese in considerazione sia la possibilità che la Russia aderisse alla NATO sia il suo stesso scioglimento. Anni dopo gli alleati occidentali dimenticarono quegli impegni.

L’UE deve recuperare il dialogo con Mosca

Il vertice dell’Alleanza atlantica a Bucarest nel 2008 ha offerto all’Ucraina e alla Georgia una prospettiva atlantica. La Russia non ha mai nascosto la sua posizione – la sua irremovibile opposizione – a questa domanda. Nessuno può essere ingannato. Il poco rilevante Accordo di Associazione tra Ue e Ucraina che ha acceso  Maidan e diviso il Paese ci ha allontanato ulteriormente dalla Russia e da un dialogo di cooperazione con essa che non si può rimandare. La politica europea di vicinato non era funzionale a questo scopo.

L’UE deve recuperare il dialogo con Mosca, ci serve molto. Questa è anche la posizione di Germania e Francia. Non possiamo essere prigionieri delle ossessioni – storicamente fondate, ovviamente – della Polonia o delle repubbliche baltiche. Rivolgersi agli USA per contenere la Russia è il desiderio dei Paesi dell’Europa centro-orientale (tranne l’autocrate ungherese Orban, alleato di Putin), ma potrebbe non essere nell’interesse di tutti, che si possa ottenere più reciproci benefici dalla comprensione reciproca con la Russia e dal rafforzamento della nostra autonomia strategica.

Un futuro incerto

Il futuro è incerto. La Russia di oggi non è quella di Eltsin né quella del primo Putin. Oggi esige che se ne tenga conto, che gli diamo ‘il rispetto che merita’. La de-escalation è tanto necessaria quanto complicata quando è stata giocata così duramente, non sarà facile ripercorrere il percorso. La teatralizzazione di una situazione come quella che stiamo vivendo rende difficili le svolte drastiche.

Non siamo al momento delle zone di influenza che i nostri anziani vivevano a Yalta, è ovvio, ma alcune delle richieste della Russia riguardo a ciò che considera i suoi interessi vitali di sicurezza dovranno essere soddisfatte. La cosa migliore sarebbe guadagnare tempo con una trattativa incerta che stava placando le posizioni. Ma, mentre la trattativa è aperta, non dobbiamo escludere ulteriori pressioni. Gli accordi di Minsk II del 2015 prevedevano una riforma costituzionale in Ucraina che concedesse l’autonomia al Donbas. Non è stato soddisfatta.

Non escludiamo ora, ad esempio, un riconoscimento esplicito dell’indipendenza delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk da parte della Russia, che ne aumenterebbe la presenza e il controllo nell’area. In altre parole, un nuovo conflitto congelato da aggiungere alla lista, una nuova Transnistria, una nuova Abkhazia, una nuova Ossezia del Sud.

Si può quindi pensare che la Russia vinca con la sua offensiva, ottenendo una nuova zona di controllo? La storia finale non è scritta. Paradossalmente, forse questa scommessa di Putin finirà per dare più senso all’Alleanza Atlantica e altri di aderirvi, come Finlandia e Svezia, non lo escludono più. Un’organizzazione in profonda crisi, che fino a poco tempo fa era considerata dal presidente francese Emmanuel Macron ‘celebralmente morta’, avrebbe potuto risorgere… grazie alla sfida della Russia.

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