domenica, Novembre 28

L’oro del Perù A partire da Alberto Fujimori, tutti i Capi di Stato succedutisi nel Paese sudamericano sono stati inquisiti per corruzione. Il ballottaggio presidenziale fra sua figlia Keiko e il marxista-populista José Pedro Castillo non sembra aver fornito ai peruviani un antidoto a questo grave declino

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«In quale preciso momento si è rovinato il Perù?». E’ questa la domanda che pone a se stesso, nelle prime righe, il protagonista di ‘Conversazione nella Cattedrale‘, uno dei più noti romanzi di Mario Vargas Llosa.

Il libro è del 1969, ma la frase sembra profetica se letta in relazione alle vicissitudini peruviane degli ultimi decenni, a partire dalla cocente sconfitta del grande scrittore alle elezioni presidenziali del 1990 ad opera di un oscuro agronomo di origine giapponese, Alberto Fujimori. Da allora, tutti i Capi di Stato succedutisi nel Paese sudamericano sono stati inquisiti per corruzione: senza parlare dello stesso Fujimori, condannato a 32 anni di reclusione anche per gravissimi atti di violazione dei diritti umani.

Il ballottaggio presidenziale dello scorso 6 giugno fra sua figlia Keiko -parimenti accusata di corruzione- e il marxista-populista José Pedro Castillo non sembra aver fornito ai peruviani un antidoto a questo grave declino, dato il dubbio valore dei due contendenti e le numerose accuse di broglio, che hanno impedito finora la proclamazione ufficiale del vincitore.
Ma torniamo alla contesa elettorale del 1990 fra Vargas Llosa e Fujimori, la ‘madre di tutte le battaglie’ della politica peruviana. Il futuro Premio Nobel per la letteratura vi era giunto sulla cresta dell’onda: il suo impegno contro la scriteriata politica economica dell’allora Presidente Alan Garcìa sembrava renderlo sicuro della vittoria. Fu forse quello il ‘preciso momento’ in cui il Perù perse l’occasione di divenire un Paese non più eternamente in via di sviluppo e di dismettere il carattere fondamentalmente populista della sua classe politica.

Intendiamoci, l’agiato romanziere bianco fece gravi errori durante la campagna elettorale e non seppe in alcun modo arrivare al cuore delle classi più umili, cosa che riuscì invece a fare il ‘Chino’ Fujimori, molto abile fra l’altro ad approfittare della sua somiglianza, anche fisica, con la popolazione indigena; né esiste la controprova che il romanziere, se pure avesse vinto, avrebbe poi saputo ben governare. Ma, certamente, esiste la prova provata dei misfatti avvenuti nei dieci anni del governo fujimorista: evidente autoritarismo in ogni atto politico; ‘autogolpedel 1992, con scioglimento del Congresso e proclamazione della legge marziale;guerra al terrorismo condotta a mezzo di formazioni paramilitari, squadroni della morte e stragi nei villaggi andini; politica di contraccezione chirurgicavolontaria‘ (appoggiata, non si sa quanto in buona fede, da USAID, l’agenzia di cooperazione del Governo statunitense, e dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione); solo per citare i più eclatanti.
Ma l’autoritario Fujimori era visto con favore dalla Banca Mondiale e dal FMI, per l’ostentata totale accettazione delle loro regole, così calpestate dal predecessore Alan Garcìa. E in effetti risultati economici ve ne furono: il PIL riprese a salire e il flagello dell’inflazione, pur con un certo costo sociale, venne domato.

La bilancia del potere restò positiva per Fujimori fino alla fine del secolo scorso: rieletto nel 1995 grazie soprattutto al riuscito sradicamento del terrorismo di Sendero Luminoso e del MRTA (Movimiento Revolucionario Tupac Amaru) -ottenuto, come si è visto, con metodi alquanto sbrigativi-, si ripresentò alle presidenziali del 2000 grazie a una controversa ‘legge di interpretazione autentica’ della Costituzione (che in realtà proibiva un terzo mandato) e le vinse grazie soprattutto all’utilizzo sistematico di brogli.
Ma gravi accuse di corruzione contro il suo Governo diedero il via ad affollate manifestazioni di piazza e ilChinofuggì in Giappone formalizzando da lì, via fax, le sue dimissioni. Cinque anni dopo tentò di rientrare in Perù, ma venne arrestato a Santiago del Cile, estradato e successivamente condannato.

La crescita economica iniziata con Fujimori continuò anche dopo di lui, ma la riduzione della povertà fu temporanea. Un’economia, come quella peruviana, basata soprattutto sull’esportazione di materie prime difficilmente avrebbe potuto produrre una redistribuzione di ricchezza: ciò che invece ebbe luogo fuun’ulteriore accumulazione di fortune individuali, favorita nel nuovo secolo anche dall’aumento generalizzato dei prezzi e dall’esplosione della domanda cinese. I campesinos, che, attirati dalle apparenti opportunità economiche, si erano riversati dalle regioni andine nella megalopoli Lima, erano in parte usciti dalla povertà assoluta, ma la loro situazione si rivelò presto estremamente sensibile alle oscillazioni dei mercati e ai tagli della spesa sociale.

Ma la negativa eredità di Alberto Fujimori risulta ancora più evidente dal punto di vista politico: il malcostume e la malversazione, già abbondantemente presenti nel Paese, si sono diffusi a macchia d’olio durante e dopo i suoi due mandati.

Eppure il fujimorismo non è morto, ma conserva ancora una certa presa nel Paese, tanto è vero che Keiko Fujimori è arrivata al ballottaggio -ed è stata sconfitta per un soffio- in tutte e tre le elezioni presidenziali cui ha partecipato (2011, 2016 e 2021). Educata al ruolo presidenziale fin da ragazzina -nel 1994, a seguito del divorzio dei genitori, venne addirittura nominata ‘Primera Dama’ del Perù al posto della madre-, Keiko ha però spesso dovuto lottare contro avversari che hanno utilizzato contro di lei le stesse armi del padre, alla cui liberazione dal carcere ha fra l’altro sacrificato molte delle sue possibilità, stringendo per conseguirla accordi politici che si sarebbero rivelati controproducenti o comunque inutili.
Anche quest’anno il suo rivale Castillo ha largamente utilizzato -e, da figlio di contadini analfabeti, in maniera ben più giustificata- l’arma dell’indigenismo che fu nel 1990 una delle principali carte di Fujimori contro lo ‘spagnolo’ Vargas Llosa.

La ormai quasi sicura elezione di Castillo, in realtà, sembra iscriversi in quella che può essere definitaalternanzafra destra e sinistra in America Latina: un’alternanza per così dire al ribasso, provocata a ogni scadenza elettorale dalla disillusione per l’operato delle amministrazioni uscenti.
In tutto il subcontinente nessun Governo, qualunque sia stato il suo colore, è di fatto riuscito a ridurre in maniera stabile le enormi disuguaglianze economiche e sociali: la destra per il suo liberismo spesso ‘selvaggio’, la sinistra per il suo assistenzialismo a breve termine e comunque poco sostenibile. Ed entrambe, impedendo di fatto alle classi inferiori l’accesso alla giustizia, la liberazione dei loro redditi dalla prigione dell’informalità (quella che da noi si chiama ‘economia sommersa’) e, in ultima analisi, una compiuta rappresentanza politica.

Oggi la sinistra, dopo un’eclissi di qualche anno, appare vicina a tornare in vantaggio nel subcontinente: dopo la Bolivia e il Perù, potrebbero infatti muoversi in quella direzione anche il Cile (che eleggerà quest’anno il nuovo Presidente), la Colombia e il Brasile (che lo faranno nel 2022). Con quali concreti vantaggi per le rispettive popolazioni non è dato al momento sapere: riguardo specificamente al Perù, vedremo presto se con Castillo si conseguirà qualche risultato o se dovremo continuare a chiederci in quale momento il Perù stesso, e l’America Latina, si sono rovinati, lasciando ad altri l’oro, reale e metaforico, di cui sono ricchi.

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Sull'autore

Massimo Lavezzo Cassinelli ha fatto parte del servizio diplomatico italiano dal 1982 al 2016. Dopo un primo periodo alla Farnesina presso la Direzione Generale Affari Economici, ha iniziato nel 1985 la sua prima missione all’estero, all’Ambasciata d’Italia in Ecuador. Successivamente ha prestato servizio presso le Ambasciate in Giordania, in Perù e in Egitto, oltre che come capo del Consolato italiano a Berna. E’ stato poi Rappresentante Permanente Aggiunto presso la FAO, il PAM e l’IFAD. Ha infine ricoperto le cariche di Ambasciatore d’Italia in Armenia e nel Principato di Monaco. Ha concluso la carriera al Cerimoniale Diplomatico della Repubblica.

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