mercoledì, 1 Febbraio
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L’ opera lirica non interessa più?

Opera lirica. Chi non si è accorto che la musica in Italia è alla frutta? Che i concerti e le rappresentazioni operistiche diminuiscono paurosamente, che i musicisti hanno sempre meno lavoro e godono di sempre meno considerazione? Che gli enti musicali si trovano sempre più in difficoltà e affondando tra i debiti? Che i giornali e la televisione ne parlano sempre meno (la Rai l’ha relegata in un canale che sembra una riserva indiana, dove finalmente la musica classica non dà più fastidio alla vendita dei pacchi o alle chiacchiere da budoir!)?

Qualcuno dirà che è la crisi, e che quando non ci sono più quattrini l’arte, la cultura, la musica, soffrono più di altri settori. A tutto ciò, il solito fesso di turno aggiungerà che con la cultura non si mangia…  Sta di fatto che la crisi, che purtroppo non è solo economica, si ripercuote sul settore musicale con una veemenza impensabile. Persino l’istruzione musicale ne fa le spese, con una riforma (quella del ‘declassamento’ dei gloriosi Conservatori in istituti di livello universitario) che non approda all’altra sponda nonostante i tanti anni trascorsi nell’attraversamento del guado …

Nel variegato mondo musicale sembra, però, che la lirica sia più in crisi di altri settori: molti i teatri in difficoltà, con paventate chiusure da parte di Sindaci decisionisti o pseudo tali, molti i ridimensionamenti dell’organico dovuti soprattutto ad una legge, la ‘Bray’, che non esitiamo a definire sciagurata, che pretende di risanare le fondazioni musicali riducendo il personale ed azzerando, di fatto, le capacità produttive senza curarsi del problema reale che è la ‘massimizzazione della spesa’ operata dai dirigenti. Soprattutto notiamo una disattenzione e disaffezione per un’attività culturale, che il mondo riconosce come peculiarmente e storicamente italiana, da parte della politica, dei media e di conseguenza del pubblico. Basta, poi, andare ad uno spettacolo e vedere come l’età media degli spettatori stia diventando quella di una casa geriatrica, al contrario di quanto avviene all’estero, dove la presenza dei giovani è incrementata da politiche opportune.

Nella società di massa la cultura interessa sempre meno per vari motivi. Essa possiede una eccessiva forza caratterizzante, ha troppa personalità! Invece si deve e si vuole essere più uguali possibile ai modelli imposti, ci si deve vestire tutti in modo analogo secondo le mode, c’è l’atrofia del pensiero, il pensiero unico, si deve nuotare ‘nell’infinitamente medio’ (Ennio Flaiano). Un settore in cui ci si impegna per primeggiare diventa quello della trasgressione, che dà risultati in tempi brevissimi (al contrario della cultura che richiede anni di frequentazione) ma che è ovviamente contro il passato, ma anche contro il futuro e soprattutto contro la logica: pensate alla pratica di indossare pantaloni strappati, oppure al piercing o ai tatuaggi, mode che da alcuni anni servono prevalentemente a dare un’identità a chi non la possiede …

Questa è la società dell’inerzia e del sabotaggio delle volontà («La vita è una resistenza continua all’inerzia che tenta di sabotare il nostro volere più profondo» Friedrich Nietzsche) e crea bisogni infiniti: per accettare supinamente l’imposizione di scelte fatte altrove bisogna tenere le volontà sopite in un torpore ebete che tenga costantemente distratti, concentrando l’attenzione sul transeunte, l’accessorio, il voluttuario, il frivolo ed inducendo ad un consumo di tipo bulimico di beni e servizi inutili. In tutto ciò la cultura ha un ruolo opposto: essa non spinge verso i consumi, sviluppa il gusto, crea la coscienza critica, indica le soluzioni provenienti dalla storia del pensiero, indirizza all’equilibrio nelle scelte, nelle valutazioni, nei comportamenti, rafforza le volontà. Perciò va evitata!

Non va praticata la riflessione sulle cose ma va accettato quello che suggeriscono gli esperti, i tecnici calati dall’alto. Guardate la millenaria trasmissione televisiva di Bruno Vespa: come succede qualcosa di rilevante nella cronaca (omicidi efferati, drammi umani, situazioni estreme, etc.), oltre alla realizzazione di plastici dei luoghi degli eventi, chi viene invitato a dare le sue pregiate opinioni? Un filosofo forse? Un uomo di cultura? Al limite un teologo? Mai nessuna tra queste figure del pensiero, solo periti dalle gelide opinioni, solo sociologi dai maglioni pastello, magistrati, psicologi, sessuologi etc. Ci si deve rassegnare a non avere opinioni proprie perché, al loro posto, c’è l’opinione del tecnico, che è rassicurante, non ha bisogno di essere riflettuta, non deve e non può essere discussa, deve valere per tutti.

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