domenica, Settembre 26

L’ Italia preoccupa gli USA? Rimangono ampi margini di incertezza che sollevano più di un timore

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Le lunghe consultazioni che dovrebbero condurre alla formazione di un nuovo governo contribuiscono da tempo a tenere puntata sull’Italia l’attenzione internazionale. Il voto del 4 marzo ha provocato un terremoto politico di proporzioni in parte inattese e ha portato alla ribalta due formazioni che, in passato, non hanno nascosto la loro ostilità a quelli che sono i tradizionali pilastri della nostra politica estera: il sostegno al processo di integrazione europea e l’appartenenza all’Alleanza Atlantica, da sempre ‘cinghia di trasmissione’ per un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Nei giorni immediatamente seguenti il voto, parecchie voce si sono levate a esprimere il timore di uno slittamento dell’Italia fuori dal ‘fronte occidentale’, evidenziando il rischio insito in un’Europa in cui le posizioni radicali e sovraniste sembrano assumere forza crescente. Con il passare dei giorni, gli allarmismi iniziali sembrano essersi attenuati. La centralità della NATO nella politica di sicurezza nazionale è stata confermata e anche i toni sui temi europei paiono essersi ammorbiditi, almeno su alcuni punti. Rimangono, tuttavia, ampi margini d’incertezza, soprattutto intorno ai temi della politica mediterranea e del rapporto con la Russia, che sottotraccia rappresenta da anni una delle maggiori criticità.

Il riferimento presente nella recente bozza di ‘contratto di governo’ alla rimozione delle sanzioni economiche che oggi gravano su Mosca è indicativo di tale stato di cose. Su questo punto, il testo del documento sembra proporre una difficile conciliazione fra le posizioni sostenute delle forze politiche che lo hanno elaborato e i limiti strutturali fra cui si muove l’azione dell’Italia. In tema di politica estera, il ‘contratto’, “conferma”, infatti, l’appartenenza dell’Italia all’Alleanza Atlantica, “con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato”, affiancandovi però “una apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico e commerciale”. Su queste basi, esso rileva, quindi, come sia “opportuno il ritiro immediato delle sanzioni imposte alla Russia, da riabilitarsi come interlocutore strategico al fine della risoluzione delle crisi regionali (Siria, Libia, Yemen)”. Si tratta di indicazioni sufficientemente generiche da permettere — nella loro conversione in scelte politiche concrete — le interpretazioni più ampie. Nel complesso, esse sembrano tuttavia ambire a un rilancio del ruolo di Roma quale interlocutore privilegiato del Cremlino, accodando in ciò alle sempre più diffuse richieste di un rilancio dei rapporti politici ed economici con Mosca.

Non è solo nella bozza di ‘contratto di governo’ italiano, infatti, che la questione delle sanzioni imposte alla Russia in seguito dell’intervento militare in Ucraina del 2014 ha acquistato, negli ultimi tempi, rilevanza. Nelle scorse settimane, il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha sollevato di nuovo il tema di un loro eventuale alleggerimento, cercando di associare alla richiesta Germania, Italia e Gran Bretagna. Pur legandosi ai timori per una contrazione generalizzata del commercio internazionale favorita dalle misure restrittive recentemente adottate dalla Casa Bianca, l’iniziativa francese riflette una posizione da tempo esistente a livello europeo. Da tempo, infatti, i Paesi europei si lamentano del fatto che le sanzioni adottate dalla comunità internazionale e sostenute con forza da Washington (che anche dopo la fine della presidenza Obama ha proseguito nella loro implementazione) impattino soprattutto sulle loro economie senza riuscire, dal canto opposto, a produrre gli effetti sperati. Non a caso il tema (oggetto d’indagine anche da parte del Parlamento Europeo) costituisce un cavallo di battaglia tradizionale dei movimenti sovranisti, che vedono nelle sanzioni una intromissione non giustificata nelle scelte politiche ed economiche dei rispettivi Stati.

Quali potranno essere gli effetti, su questo scenario, della nascita in Italia di un governo vincolato (almeno formalmente) alla bozza di ‘contratto’ e, eventualmente, quale potrà essere la posizione dell’amministrazione statunitense? Fino a oggi, Washington non ha dimostrato particolare interesse né per le vicende italiane né per le periodiche richieste di un alleggerimento delle sanzioni contro Mosca. Al di là delle opinioni del Presidente (la cui politica verso la Russia è stata tuttavia, in questi mesi, molto meno remissiva di quanto si fosse pensato), il tema tocca il tasto sensibile dei rapporti fra amministrazione e Congresso. Appare quindi difficile che il Trump decida d’intervenire in questo campo, tanto meno di fronte all’insediarsi, a Roma, di un esecutivo favorevole a una ‘apertura’ alla Russia. La crescente distanza che sembra esistere fra Europa e Stati Uniti rinforza questa tendenza, offrendo a Washington maggiore libertà d’azione. L’indebolimento del legame transatlantico ‘libera’ gli Stati Uniti alla necessità da mantenere ordine fra i loro alleati europei mentre l’accentuarsi delle tensioni sovraniste accentua le divergenze di posizione fra questi ultimi. Uno scenario che, se da una parte permette a Washington di massimizzare i benefici di breve periodo, sul lungo termine desta più di un interrogativo timore e solleva più di un timore.

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