martedì, Maggio 18

L’ Italia è sulla strada giusta Il dottor Fantacone, direttore del CER, illustra luci ed ombre dello scenario economico

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foto fantacone

Il 2014 si è aperto con prospettive migliori per l’economia italiana. Il Pil ha invertito la rotta e la produzione industriale ha mostrato segni di risveglio. Sembra avviata, quindi, la ripresa economica, dopo il periodo più scuro dal Dopoguerra per l’economia italiana.

In questo contesto vi è stato un cambio di Governo e recentemente si è delineata la strategia operativa del Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Capire se la ripresa potrà rafforzarsi, se le politiche attuate e in fase di realizzazione potranno supportare famiglie e imprese, se il recente DEF (Documento di Economia e Finanza) contiene prospettive plausibili e dati veritieri è compito degli economisti e dei centri di ricerca.

Per avere un’autorevole visione della situazione economica nazionale approfondiamo questi argomenti con Stefano Fantacone, direttore del CER (Centro Europa Ricerche), centro di ricerche economiche e think tank fondato nel 1981 a Roma da figure di rilievo quali Giorgio Ruffolo e Luigi Spaventa.

Dottor Fantacone, la ripresa economica sembra arrivata. Può dirci quali sono le prospettive di medio periodo dell’economia italiana secondo le più recenti previsioni del CER?

Cresceremo quest’anno appena al di sotto dell’uno per cento e avvicineremo gradualmente l’1,5% nel successivo biennio. Il miglioramento sarà dunque sensibile rispetto alla grande depressione che ci stiamo lasciando alle spalle, ma non tale da riportare l’economia italiana su un sentiero di sviluppo sufficiente a recuperare, in un arco di tempo ragionevole, quanto abbiamo perso tra il 2008 e il 2013. Continueranno inoltre, almeno per tutto il 2014, i segnali di sofferenza dal lato  dell’occupazione e del credito. Infine, con le attuali regole europee, neanche la questione della finanza pubblica può dirsi risolta. Insomma, usciamo dal grande buio, ma molto resta da fare per rilanciare la nostra economia.

Può indicarci quali sono i driver principali della ripresa italiana? È una ripresa trainata dall’export o vi sono fattori endogeni?

Le esportazioni stanno senz’altro sostenendo la ripresa in misura maggiore che non la domanda interna. Si tratta tuttavia di una distinzione che non ha grande senso. Un’economia si sviluppa se crescono tutte le sue componenti, non avremo quindi una vera ripresa se non quando torneremo a registrare variazioni positive di consumi e investimenti.

I primi provvedimenti di peso adottati dal nuovo Governo vanno nella direzione giusta? Serviranno a rafforzare l’anemica domanda interna, che pare essere la zavorra che frena la congiuntura economica? Il CER ha anche presentato recentemente una prima elaborazione sulle politiche annunciate dal Primo Ministro Matteo Renzi, quali sono i risultati ottenuti dalle vostre analisi?

Io credo che il governo Renzi abbia reintrodotto un principio fondamentale, ossia il primato della politica sulle soluzioni tecniche. Queste ultime devono essere poste al servizio degli obiettivi indicati dal Consiglio dei ministri, mentre in questi ultimi anni si è verificata la situazione opposta e Parlamento e Governo si sono trovati nella necessità di dare attuazione a ricette tecniche decise altrove. Ne è discesa una grande ferita per la democrazia economica e la grande depressione italiana, così come la crisi europea, sono anche il risultato di questo errore di fondo. Sono convinto che restituire un democratico primato alla politica sia un elemento sufficiente a restaurare aspettative di crescita che nel passati sei anni si erano dissolte.

Per quanto riguarda i primi provvedimenti, la nostra valutazione è ancora preliminare, ma senz’altro tende a essere positiva. Di sicuro, in quello che è stato definito come il corto-circuito fra rigore e crescita, il Governo Renzi ha rimesso al centro dell’azione le esigenze dello sviluppo. Ci sembra una scelta sacrosanta.

Un tema molto sentito dalle famiglie italiane è quello della disoccupazione. I primi segnali di ripresa riusciranno ad interrompere l’emorragia di posti di lavoro? Quali sono le prospettive del tasso di disoccupazione?

Come ho detto, il tasso di disoccupazione continuerà ad aumentare anche nel corso di quest’anno e solo dal 2015 prenderà avvio un’inversione, che al momento si prospetta però piuttosto lenta. Giocano su questo diversi fattori. In primo luogo, il ciclo dell’occupazione segue sempre con un certo ritardo quello del Pil e quindi non avremo una riduzione della disoccupazione fin tanto che la crescita non tornerà stabilmente almeno al di sopra dell’1%. In secondo luogo, l’Italia ha accumulato un forte ritardo di competitività e questo sta spingendo le imprese a imponenti processi di ristrutturazione, che hanno come portato una riduzione del numero degli occupati. Infine, l’incertezza normativa non agevola la creazione di nuovi posti di lavoro. Con riferimento a quest’ultimo punto,  i provvedimenti promossi dal nuovo Ministro del lavoro sono stati molto contestati e certo essi non appaiono perfetti, ma hanno almeno il merito di rimuovere alcune scelte fatte dal Governo Monti e che erano state illusoriamente presentate come il viatico per la creazione di nuova occupazione. Non è stato così e quindi un ripensamento è più che opportuno.

I dati dell’inflazione in Italia e nell’Area Euro hanno aperto il dibattito sulla possibilità di scenari deflattivi. C’è pericolo che si cada in questa spirale negativa? Può spiegarci brevemente perché la riduzione dei prezzi diventa un ostacolo alla crescita?

Il rischio deflazione c’è, eccome, e di questo la BCE (Banca Centrale Europea) è ormai ben consapevole. Il problema risiede nel meccanismo cha ha innescato la discesa dei prezzi e che è una vera e propria deflazione salariale. A parità di lavoro prestato, in Italia, Spagna e altri Paesi mediterranei si guadagna oggi meno di ieri, ma anche in paesi forti, in Germani in primis, si accumulano sacche di lavoro sottopagato. E’ come se la creazione di redditi per i cittadini avesse cessato di essere una priorità della politica economica. Ne discendono, all’interno di economie comunque ricche, un aumento delle diseguaglianze e una diffusione della povertà che solo cinque anni fa sarebbero state impensabili. Siamo quindi di fronte a un fenomeno ben diverso da quello di un deflazione “buona” dove la riduzione dei prezzi viene sospinta da una discesa dei prezzi delle materie prime o dalla diffusione del progresso tecnico. Si deve ricordare, inoltre, che la politica economica europea è ossessionata dall’obiettivo di riequilibrio dei bilanci pubblici, obiettivo che con un’inflazione troppo bassa diventa quasi impossibile da perseguire. Insomma, il paradosso è che gli errori di politica economica compiuti dal’Europa stanno ostacolando il raggiungimento degli obiettivi che la stessa Europa si è data.

Recentemente il Governo ha presentato il Documento di Economia e Finanza. Le previsioni governative sono state riviste a distanza di alcuni mesi e pare esserci un approccio diverso rispetto al precedente Governo. Le sembrano attendibili gli scenari delineati nel DEF? Emergono punti oscuri?

Del diverso approccio del nuovo Governo ho già detto. Per quanto riguarda i punti oscuri, questi sono i soliti: le stime sulla crescita e sulle dinamiche della finanza pubblica continuano a essere viziati da un certo ottimismo, che già fra qualche mese potrebbe porci di fronte a sorprese non gradite. Il gioco che il Governo sta conducendo è però più sottile. Con il DEF è stata esplicitamente chiesta una deroga temporanea, valevole solo per il 2014, al percorso di risanamento concordato in precedenza con le autorità europee. Questo rinvio è riempito con l’adozione di misure, come quella sui famosi 80 euro, con le quali si pensa di poter imprimere un’immediata accelerazione alla crescita. L’intento è di guadagnare tempo, sperando di poter agganciare un ciclo favorevole di aspettative capace di imprimere non solo un’accelerazione, ma un balzo ai saggi di sviluppo. La strategia è rischiosa, ma a me sembra essere quella giusta. Abbiamo quindi di fronte un breve arco di tempo, non più di sei mesi, in cui possiamo sperare che la strategia si realizzi; se ciò non dovesse verificarsi, temo che saremo costretti a tornare nel grigiore delle politiche economiche dell’ultimo biennio. Personalmente, nutro una certa dose di ottimismo.    

Il Governo prevede un lento rafforzamento della crescita. Nel 2018 è prevista una crescita dell’1,9 per cento. Tenendo presenti gli attuali vincoli di finanza pubblica, quali misure si potrebbero attuare per far rafforzare la crescita?

Bisogna partire da un presupposto: le risorse disponibili sono effettivamente molto scarse e quindi le politiche non possono fare più di tanto. Il compito principale, in questo momento, è di lanciare un segnale di fiducia a famiglie e imprese, garantendo che non ci saranno ulteriori restrizioni. Starà poi agli operatori privati attivare le azioni necessarie a rilanciare lo sviluppo.

Completiamo l’analisi con la finanza pubblica. Nel 2014 il Governo prevede un rapporto deficit/Pil al 2,6%. Questo valore scenderà all’1,8 nel 2015, allo 0,9 nel 2016 e allo 0,3 nel 2017. Nel 2018 si indica addirittura un surplus dello 0,3 per cento del Pil. Le sembrano obiettivi plausibili? È possibile che un sentiero così ambizioso della finanza pubblica possa impattare negativamente sulle prospettive di crescita togliendo linfa alla ripresa?

L’indicazione data dal Governo Renzi è chiara e, dal mio punto di vista, assolutamente condivisibile: se tornerà la crescita, l’equilibrio del bilancio pubblico sarà assicurato; il percorso inverso non è più agibile. Aspettiamo quindi di vedere cosa succederà dal lato dell’economia reale prima di porci la questione della plausibilità degli obiettivi di finanza pubblica.

Dottor Fantacone, alla luce di queste considerazioni, è ottimista sulle prospettive di crescita dell’Italia? Riusciremo a risollevarci definitivamente dalla peggiore recessione che l’Italia abbia mai affrontato, come descritto in un vostro Rapporto del 2013?

Si, sono piuttosto ottimista perché mi sembra che il cambio di passo ci sia stato. Il mio è però un ottimismo consapevole, sia delle molte strozzature che devono esser rimosse, sia della fragilità del momento. Stiamo osservando una congiuntura particolarmente favorevole, soprattutto dal lato finanziario, con capitali che affluiscono abbondanti e tassi scesi su livelli bassissimi. Non possiamo però dire quanto questa congiuntura favorevole durerà. Torno a ripeter quanto osservavo in precedenza: abbiamo di fronte una finestra di non più di sei mesi per sperare che la strategia proposta dal Governo Renzi entri in circolo e restituisca linfa vitale alla nostra economia.  

 

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