mercoledì, Dicembre 1

L' industria del vino in Cile field_506ff510725be

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«Abbiamo un potenziale enorme per i vini Premium», sottolineava nello stesso articolo Eduardo Chadwick, presidente del gruppo Errázuriz, uno dei più importanti. «L’immagine di esclusività è importante».

Sulla stessa linea si dirige la strategia 2020 di Wines of Chile, che non promuove il vino sfuso per il calo della qualità che “danneggia la marca”. Tuttavia, la sua scommessa per il vino imbottigliato si sta rivelando un successo, o almeno questo rivelano i dati. Secondo l’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, il Cile si situa come quarto esportatore di vini nel 2014, superando l’Australia.

È stato un buon anno per le esportazioni di vino imbottigliato cileno”, assicura il Presidente dell’Associazione Vini del Cile, René Araneda. Sono stati fatturati 1.515 milioni di dollari, un 4,7% in più che nel 2013, e sono stati esportati 452 milioni di litri di vino imbottigliato, il 3,7% in più rispetto allo scorso anno, secondo le cifre dell’organizzazione.

Per questo incremento bisogna ringraziare la Cina, Brasile, Giappone e Olanda. Il gigante asiatico (110.472,4 milioni di dollari) incrementò le importazioni cilene del 28,5% in termini di volume e del 22,5% in termini di valore. Il paese latinoamericano (109.207,1 milioni di dollari) presentò un rialzo del 20% del volume e del 19% in valore. Il Giappone (124.703,5 milioni di dollari), il 18% e il 15%, rispettivamente.

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Fonte: Vinos de Chile

Le principali destinazioni in quanto a fatturato, anche se con alcuni cali, hanno continuato ad essere nel 2014 gli Stati Uniti (148.892 milioni di dollari) e il  Regno Unito (177.486,1 milioni di dollari), secondo il Ministero dell’Agricoltura.

All’interno dell’Europa, Olanda, Danimarca, Irlanda e Germania hanno registrato incrementi interessanti per il vino cileno. Il maggior rialzo da un punto di vista monetario se lo aggiudicarono Germania e Olanda, con il 12,3% e il 9,7%. L’Italia, da parte sua, si situa al 24° posto.

Il 40% di tutte queste esportazioni è nelle mani di tre vigne: Concha y Toro, San Pedro e Santa Rita, secondo il report governativo Una prospettiva a mezzo termine. Queste famiglie controllano anche il 70% del piccolo mercato interno (13 litri pro capite).

Informazioni pubblicate dal quotidiano Pulso indicano, comunque, che sono otto le imprese che concentrano il 60% della produzione di vino esportabilepur esistendo più di 400 vigne nel Paese.

La concentrazione, da un lato, e il dinamismo, dall’altro, sono il paradossale panorama della mutante industria andina. Lo spagnolo Luis Gutiérrez, dell’influente The Wine Advocate, sosteneva recentemente che il Cile ha cambiato il suo settore per uno più moderno, che dà il «benvenuto al futuro». Secondo quanto riportato dal quotidiano La Tercera, le trasformazioni non vengono solo per mano delle piccole e nascenti vigne, ma anche dalle grandi e consolidate famiglie.

Lo specialista britannico Peter Richards, della BBC risaltò la frenetica trasformazione; così come il suo compatriota (e una delle principali voci del settore) Jancis Robinson, il quale valutava positivamente che si desse «emozione» al vino cileno, dopo decenni di monotonia.

Inizia ‘Un nuovo Cile’, intitolava il Financial Times; concentrato nel migliorare la produttività, aumentare il prezzo delle sue poltiglie, dotare di glamour le sue marche e lasciare uno spazio per l’innovazione, come l’agricoltura ecologica che, pur rappresentando ancora il 2% del totale imbottigliato, vanta già di numerosi appassionati nei paesi nordici e in Canada.

Traduzione di Claudia Donelli

 

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