lunedì, Novembre 29

L’indispensabile alleanza di sopravvivenza climatica USA-Cina La criticità delle relazioni delle due grandi potenze è al centro delle preoccupazioni in vista della COP26. “Se le due 'grandi' potenze del pianeta si rifiutano di cooperare in modo significativo nell'affrontare la minaccia climatica, siamo spacciati”

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Ieri il ‘Financial Times‘ ha annunciato che la Cina,in agosto, segretamente, ha collaudato un razzo ipersonico in grado di trasportare una testata nucleare che ha circumnavigato la Terra prima di dirigersi verso il suo obiettivo. Il test ha dimostrato le sofisticate capacità spaziali del Paese, cogliendo di sorpresa l’intelligence statunitense.
Poche ore dopo, attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, la Cina ha smentito la notizia, sostenendo invece di avere tenuto un «test di routine di un veicolo spaziale per verificare la tecnologia riutilizzabile» del veicolo stesso. Il test, ha affermato Lijian, è stato «di grande importanza per ridurre il costo dei veicoli spaziali», e «può fornire un modo conveniente per l’uso pacifico dello spazio». La Cina, ha aggiunto Zhao, «collaborerà con altri Paesi del mondo per l’uso pacifico dello spazio a beneficio dell’umanità».
Vera o falsa che sia, la notizia è altra benzina sul fuoco delle incendiarie relazioni USA-Cina. I missili ipersonici sono molto più veloci dei missili balistici o da crociera convenzionali e anche molto più difficili da intercettare dai sistemi di difesa. Secondo Taylor Fravel, esperto della politica cinese sulle armi nucleari che non era a conoscenza del test, un velivolo planante ipersonico armato con una testata nucleare potrebbe aiutare la Cina ad evadere i sistemi di difesa missilistica Usa progettati per distruggere i missili balistici in arrivo. Sarebbe«destabilizzante» se la Cina sviluppasse e dispiegasse un’arma del genere, ha aggiunto l’esperto.
Francesco Sisci, sinologo, professore di geopolitica alla Luiss, a ‘
Adnkronos‘ ha commentato che si tratta di un «atto dimostrativo» della Cina di Xi Jinping, del suo sogno di potenza militare. Atto che«irrita gli americani in quanto atto dimostrativo che agita le acque e quindi gesto di sfida».

«Gli Stati Uniti e la Cina rappresentano la relazione bilaterale più significativa e potenzialmente più pericolosa della storia umana», e «nessuna delle due parti sta gestendo le crescenti tensioni con abilità adeguate o strategie durature». Parola di Stephen B. Heintz, Presidente e CEO del Rockefeller Brothers Fund, citato da Frederick Kempe, Presidente e Amministratore delegato dell’Atlantic Council.

E aggiunge Kempe che molti leader mondiali da lui interpellati la pesano allo stesso modo, perchè «le relazioni USA-Cina hanno un significato storicamente unico basato sulla loro natura multidimensionale che tocca quasi ogni aspetto degli affari globali ora e nel prossimo futuro. Questo è vero se sei preoccupato per la guerra mondiale, l’economia globale, il cambiamento climatico, i diritti umani, il conflitto tra democrazia e autoritarismo, il futuro dello spazio o l’accelerazione della corsa ai vertici della tecnologia. Mai così tanto in tutto il mondo si è basato così pesantemente sulle capacità di due Paesi di gestire la loro relazione attraverso una vertiginosa serie di domini».

Kempe relaziona poi una serie di considerazioni. «La Cina sta barcollando in una direzione più autoritaria in patria e verso politiche più conflittuali all’estero mentre mostra i suoi muscoli regionali e globali». La politica statunitense è «disordinata e polarizzante, a seguito di un ritiro mal eseguito dall’Afghanistan e con una mancanza di chiarezza sulla strategia degli Stati Uniti nei confronti di Pechino».
Gli occhi degli osservatori sono puntati su: «
segnali crescenti della fragilità economica della Cina, dopo decenni di crescita a due cifre, e l’aumento delle minacce nei confronti di Taiwan», due facce della stessa medaglia. «Un crescente coro di analisti sostiene che potrebbero essere le debolezze della Cina piuttosto che i suoi punti di forza a rappresentare i maggiori pericoli. La logica è che se le sue difficoltà economiche dovessero crescere, XI potrebbe scegliere di alimentare il nazionalismo intensificando gli scontri con gli Stati Uniti, con Taiwan come l’obiettivo più allettante. La fonte più immediata di preoccupazione economica, a parte la nuova carenza di energia, è stata la disfatta del gigante immobiliare cinese Evergrande tra mancati pagamenti di obbligazioni e sotto il peso di $ 300 miliardi di prestiti».
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Se i politici cinesi possono trasformare con successo la loro economia perchè sia più produttiva e dinamica, il rischio per Washington sarebbe reale», scrive un membro del Consiglio Atlantico, Michael Schuman. «Se, invece, si scopre che la Cina è più simile a Evergrande, una storia di crescita patinata su di un nucleo marcio, allora le ambizioni di Pechino andranno in pezzi, proprio come quelle della società immobiliare».
Bonny Lin e David Sacks
sostengono su ‘ForeignAffairsche «il comportamento sempre più aggressivo della Cina» nei confronti di Taiwan «rende più probabile un’emergenza nello Stretto. Ma il rischio di una crisi deriva meno dalla possibilità di un’immediata invasione cinese che da un incidente o da un errore di calcolo che diventa mortale, ad esempio una collisione a mezz’aria tra jet cinesi e taiwanesi».
«Tutto questo dà la sensazione dell’
inizio pericoloso di un’era incerta che manca di regole stabilite o modelli di comportamento. Gli Stati Uniti non sono abituati a tali sfide al proprio ruolo e la Cina non è pratica nel gestire le tensioni globali», afferma Kempe.
«Due alti funzionari dell’Amministrazione Biden, il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan e il coordinatore della Casa Bianca per gli affari indo-pacifici Kurt Campbell,
hanno esposto in modo impressionante il loro pensiero nel 2019 in ‘Foreign Affairssu come gestire le relazioni tra Stati Uniti e Cina. Questo prima che sapessero che avrebbero accettato la sfida all’interno della Casa Bianca. Ora stanno lavorando a un vertice virtuale USA-Cina prima della fine dell’anno e le due parti hanno compiuto progressi verso colloqui a livello di lavoro su diverse questioni chiave. Sotto il titolo ‘Competition Without Catastrophe’, Sullivan e Campbell hanno scritto: “Il punto di partenza per il giusto approccio statunitense deve essere l’umiltà riguardo alla capacità delle decisioni prese a Washington di determinare la direzione degli sviluppi a lungo termine a Pechino… [Gli Stati Uniti] dovrebbe cercare di raggiungere non uno stato finale definitivo simile alla conclusione finale della Guerra Fredda, ma uno stato stabile di coesistenza lucida a condizioni favorevoli agli interessi e ai valori statunitensi”. Se avranno successo plasmeranno il futuro globale», conclude Kempe.

Per il momento lo ‘stato di coesistenza’ indicato da Sullivan e Campbell è ben lontano e la criticità delle relazioni dei due giganti è al centro delle preoccupazioni in vista della COP26, il vertice delle Nazioni Unite sul clima, in programma dal 30 ottobre a Glasgow.
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Quest’estate abbiamo assistito, con brutale chiarezza, all’inizio della fine: la fine della Terra come la conosciamo: un mondo di foreste lussureggianti, campi coltivati in abbondanza, città vivibili e coste vivibili. Al suo posto, abbiamo visto le prime manifestazioni di un pianeta danneggiato dal clima, con foreste bruciate, campi aridi, città roventi e coste devastate dalle tempeste», affermaMichael T. Klare, professore emerito di studi sulla pace e sulla sicurezza mondiale presso l’Hampshire College e Senior Visiting Fellow presso la Arms Control Association di Washington. I leader di tutto il mondo si riuniranno presto a Glasgow, ci saranno un mucchio di proposte da parte di attori statali e ONG, ma «tutti i loro piani saranno molto al di sotto di ciò che è necessario a meno che non siano supportati dall’unica strategia che può salvare il pianeta: un’alleanza di sopravvivenza climatica USA-Cina», afferma Klare. Nulla potrà servire a salvare il pianeta, ovvero il genere umano, «finché la Cina e gli Stati Uniti continueranno a dare la priorità alla competizione commerciale e ai preparativi di guerra rispetto alla sopravvivenza del pianeta».
«Alla fine, afferma Klare, «non è complicato.
Se le duegrandipotenze del pianeta si rifiutano di cooperare in modo significativo nell’affrontare la minaccia climatica, siamo spacciati».

«Tutto si riduce a questo: per salvare la civiltà umana, gli Stati Uniti e la Cina devono ridurre drasticamente le loro emissioni di CO2, mentre lavorano insieme per convincere le altre principali Nazioni che emettono carbonio, a cominciare dall’India in rapida ascesa, a seguire l’esempio. Ciò comporterebbe, ovviamente, mettere da parte i loro attuali antagonismi, per quanto importanti possano sembrare oggi ai leader statunitensi e cinesi, e fare invece della sopravvivenza climatica la loro priorità numero uno e l’obiettivo politico. Altrimenti, in parole povere, tutto è perduto».

Michael T. Klare spiega perchè sono centrali la Cina e gli Stati Uniti (il più grande inquinatore di carbonio della storia) rispetto all’equazione del cambiamento climatico globale, partendo dai loro ruoli attuali sia nel consumo di carbonio che nelle emissioni di CO2.
«Nel
2020, secondo la BP Statistical Review of World Energy 2021 (una fonte ampiamente rispettata), la Cina è stata il principale utilizzatore mondiale di carbone, il più alto consumo di carbonio dei tre combustibili fossili. Quel Paese era responsabile di uno sbalorditivo 54,3% del consumo mondiale totale; l’India è seconda con l’11,6%; USA il terzo con il 6,1%. Per quanto riguarda il consumo di petrolio, gli Stati Uniti sono al primo posto con il 19,9% del consumo mondiale e la Cina è al secondo posto con il 15,7%. Gli Stati Uniti sono stati anche i primi per quanto riguarda il consumo di gas naturale, seguiti da Russia e Cina. Combinando tutti e tre i tipi, la Cina e gli Stati Uniti sono stati congiuntamente responsabili del 42% del consumo totale di combustibili fossili nel 2020. Nessun altro Paese si è avvicinato nemmeno lontanamente. In rapida ascesa nel campo dell’energia, l’India ha rappresentato il 6,2% del consumo globale di combustibili fossili e l’Unione europea l’8,5%, il che dovrebbe darvi un’idea del modo in cui i due paesi dominano l’equazione energetica globale». «Secondo BP, la Cina è stata la prima fonte mondiale di emissioni di CO2 nel 2020, responsabile del 30,7% del totale globale, mentre gli Stati Uniti sono arrivati al secondo posto con il 13,8%. Nessun altro Paese ha nemmeno raggiunto la doppia cifra e l’Unione Europea nel suo insieme ha rappresentato solo il 7,9%.
In parole povere,
il riscaldamento di questo pianeta non può essere rallentato e alla fine fermato se gli Stati Uniti e la Cina non ridurranno drasticamente le loro emissioni di carbonio nei prossimi decenni e non investiranno massicciamente su una scala paragonabile alla preparazione per una guerra mondiale- in sistemi energetici alternativi. Stiamo parlando di trilioni di dollari di spese future. Ma non c’è davvero scelta, non se vogliamo salvare la nostra civiltà».

«Se la Cina eliminasse gradualmente le sue centrali a carbone in questo decennio e altri Paesi seguissero i loro impegni di Parigi, sarebbe almeno possibile raggiungere l’obiettivo di 1,5-2 gradi Celsius ed evitare un Armageddon climatico. Ma non è questa la direzione della Cina. Secondo alcuni rapporti, il Paese dovrebbe invece aumentare (sì, aumentare!) il suo consumo di carbone in questo decennio aggiungendo 88 gigawatt di capacità elettrica a carbone. (Un grande e moderno impianto a carbone può generare circa 1 gigawatt di elettricità alla volta.) Peggio ancora, i suoi funzionari stanno rimuginando su piani per costruire prima o poi altri 159 gigawatt. Poiché il carbone è il combustibile fossile più ad alta intensità di carbonio, costruire e far funzionare così tanti nuovi impianti alimentati a carbone aumenterà mostruosamente le emissioni di CO2 della Cina, rendendo impossibile una forte riduzione delle emissioni globali.
Il Presidente cinese
Xi Jinping ha parlato di costruire unaciviltà ecologica‘ e ha anche promesso di fermare l’aumento delle emissioni di carbonio della Cina entro il 2030. Per un po’ è sembrato che fosse persino pronto a prendere misure severe per fermare la crescita del consumo di carbone. Ha, infatti, promesso che il suo Paese raggiungerà il picco del consumo di petrolio entro il 2025 e interromperà il finanziamento della costruzione di centrali a carbone all’estero come parte della sua ‘Belt and Road Initiative’ globalizzante, un importante cambiamento nella politica. Ma sembra che il suo governo abbia chiuso un occhio sugli sforzi dei governi provinciali e delle potenti aziende energetiche statali per accelerare la costruzione di nuove centrali a carbone in casa.
Gli analisti occidentali ritengono che i leader cinesi siano alla disperata ricerca di un’espansione economica sulla scia della pandemia di Covid. Offrire energia a basso costo dal carbone è un modo ovvio per facilitare gli investimenti in nuovi progetti infrastrutturali, una tattica standard per stimolare la crescita.
Alcuni analisti sospettano anche che Pechino abbia permesso alla produzione di carbone di aumentare in risposta alle sanzioni commerciali statunitensi e ad altre espressioni dell’ostilità di Washington. “La recente guerra commerciale USA-Cina ha ulteriormente accresciuto le preoccupazioni cinesi sulla sicurezza energetica, dato che il Paese importa circa il 70% del suo fabbisogno di petrolio e il 40% del suo fabbisogno di gas“, ha sottolineatoDaniel Gardner dell’High Meadow Environmental Group di Princeton sul ‘Los Angeles Times“».

«Di recente, durante un incontro con alti funzionari a Tianjin, l’inviato globale per il clima del Presidente Biden, l’ex segretario di Stato John Kerry, ha rimproverato i cinesi per la loro dipendenza dal carbone. “L’aggiunta di oltre 200 gigawatt di carbone negli ultimi cinque anni, e ora altri 200 o giù di lì in fase di progettazione, se andasse a buon fine annullerebbe effettivamente la capacità del resto del mondo di raggiungere un limite di 1,5 gradi [Celsius]”, avrebbe detto loro durante i colloqui». Non vi era spazio per una risposta cinese positiva a Kerry data la crescente ostilità tra Stati Uniti e Cina. «Ancor più che durante gli ultimi anni di Trump, Washington sotto il Presidente Biden ha espresso sostegno a Taiwan, considerata una provincia rinnegata da Pechino, mentre cercava di circondare la Cina con una rete sempre più militarizzata di alleanze anticinesi. Questi includono il nuovo patto AUKUS (Australia, Regno Unito e Stati Uniti) che prevedeva anche la minacciosa promessa di vendere sottomarini nucleari americani agli australiani. I leader cinesi hanno risposto con rabbia che qualsiasi progresso sul cambiamento climatico deve attendere il miglioramento di quelli che considerano gli aspetti più critici della loro relazione con l’America. “La cooperazione Cina-USA sui cambiamenti climatici non può essere separata dalla situazione generale delle relazioni Cina-USA“, ha detto il ministro degli Esteri Wang Yi a Kerry durante la sua visita di settembre in Cina. “La parte statunitense vuole che la cooperazione sul cambiamento climatico sia un’oasi delle relazioni Cina-USA. Tuttavia, se l’oasi è tutta circondata da deserti, prima o poi l’oasi sarà desertificata”».

«In teoria, i due Paesi potrebbero perseguire da soli l’obiettivo della decarbonizzazione radicale, spendendo ciascuno in modo indipendente i necessari trilioni di dollari per la trasformazione energetica interna. È, però, praticamente impossibile immaginare un simile risultato nel mondo odierno di intensificazione della concorrenza militare ed economica». Entrambi i Paesi si fanno concorrenza sugli investimenti in armamenti, nella corsa al dominio di tecnologie come l’intelligenza artificiale, la robotica e la microelettronica ritenute essenziali per il successo futuro, sia nelle guerre commerciali che in quelle reali. Ma non si sta «pianificando di investire qualcosa di vagamente comparabile negli sforzi per rallentare il ritmo del riscaldamento globale e quindi salvare il pianeta.

Solo quando la Cina e gli Stati Uniti eleveranno la minaccia del cambiamento climatico al di sopra della loro rivalità geopolitica sarà possibile immaginare un’azione su scala sufficiente per evitare il futuro incenerimento di questo pianeta e il crollo della civiltà umana».


Sia gli USA che la Cina, secondo Michael T. Klare, hanno compreso benissimo che «il cambiamento climatico rappresenta una schiacciante minaccia esistenziale per lasicurezzaamericana e cinese, una realtà che diventerà solo più feroce man mano che i gas serra continueranno a riversarsi nella nostra atmosfera. Per difendere le rispettive patrie non l’una contro l’altra ma contro la natura,entrambe le parti saranno sempre più costrette a dedicare sempre più fondi e risorse alla protezione dalle inondazioni, ai soccorsi in caso di calamità, alla lotta antincendio, alla costruzione di dighe, alla sostituzione delle infrastrutture, al reinsediamento della popolazione e ad altre imprese incredibilmente costose legate al clima. Ad un certo punto, tali costi supereranno di gran lunga gli importi necessari per combattere una guerra tra di noi. Una volta che questa resa dei conti sarà confermata, forse i funzionari statunitensi e cinesi inizieranno a forgiare un’alleanza volta a difendere i propri Paesi e il mondo contro le imminenti devastazioni del cambiamento climatico. Se John Kerry dovesse tornare in Cina e dire alla sua leadership: “Stiamo eliminando gradualmente tutte le nostre centrali a carbone, lavorando per eliminare la nostra dipendenza dal petrolio e siamo pronti a negoziare una riduzione reciproca delle forze navali e missilistiche del Pacifico“, allora potrebbe dire anche ai suoi omologhi cinesi: “Devi iniziare a eliminare gradualmente l’uso del carbone ora -ed ecco come pensiamo che tu possa farlo“.

Una volta raggiunto un tale accordo, i presidenti Biden e Xi potrebbero rivolgersi al primo ministro indiano Narendra Modi e dire: “Devi seguire le nostre orme ed eliminare la tua dipendenza dai combustibili fossili“. E poi, i tre insieme potrebbero dire ai leader di ogni altra Nazione: “Fai come stiamo facendo e ti sosterremo. Opponiti a noi e sarai tagliato fuori dall’economia mondiale e perirai”. Ecco come salvare questo pianeta da un Armageddon climatico. Non c’è davvero altro modo».

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