venerdì, Settembre 17

L' impossibile su una bancarella Secondo Georges Bataille il pensiero bisognava seppellirlo vivo. A lui sarebbe accaduto

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Le origini di certe affezioni intellettuali rimandano al puro caso. Una bella mattina del 1981, che passeggiavo lungo un vialone di mezza periferia romana, mi imbattei in una bancarella improvvisata. Quelle di libri, in città, erano numerose, e ricche. Non avevano niente dei remainders e delle loro copertine sin troppo colorate. Le bancarelle dell’epoca traboccavano di volumi rivoluzionari – a cui nessuno o quasi credeva più – e di cantine svuotate in fretta. Insomma, occhieggiarvi era divertente.

Potete credere che, a quel tempo, il rapporto con la lettura fosse abbastanza naturale. Non se ne faceva ragione di orgoglio, né vi era il rischio, come accade oggi, di sorbirsi ragazzi alle prime armi che vantassero la ‘scoperta’ di autori scontati. E se pure allora vi fosse stato Facebook, nessuno si sarebbe azzardato a recitare la parte dell’aforista o del risuscitato filosofo marxiano, pena il generale ludibrio. Era come se certe gerarchie culturali fossero ben attive, come se la conoscenza altrui fosse considerata con rispetto (c’era molta storia dietro). Era meglio? Peggio? Non so dire. So che l’Europa era illuminata da menti eccelse, era narrata da penne favolose ed era letta e studiata da giovani un po’ più umili di certi odierni, a cui, poveri loro, pare non faccia luce proprio nessuno.

E così, trent’anni fa e passa andavano in soffitta, o al macero o ingiudicati, filosofi e scienziati della politica che il furore ideologico avrebbe destinato all’oblio, come accadeva per quegli inserti antologici che si saltavano a pie’ pari. Nel frattempo gli storici, stanchi com’erano di servire certi guru senza adepti, usavano l’accortezza di nascondersi in attesa di periodi più favorevoli. Ecco, a quell’incrocio tra due decenni tanto diversi, la mia generazione, o meglio un suo agguerrito gruppetto, si era trovata con un bell’itinerario da intraprendere: non già per il sentiero dei politologi dell’autonomia che, pur di essere letti, si sarebbero fatti arrestare; né per le diagonali diritte e un po’ noiose del moravianesimo, salotti e discepoli compresi, da cui tracimava la pretestuosa combinazione tra Alberto e Pierpaolo, persone serie, intendiamoci, ma altrettanto opposte per comprendersi, l’uno che leggeva ai semafori rossi, l’altro che mortalmente cedette alla vita (e mai il contrario). Direi che quella via nuova a me si aprì all’improvviso dinanzi alla bancarella abusiva di Piazza Gimma, allorché mi si parò tra le mani un volume di immensa bellezza, il cui titolo mi andò diritto al cuore: ‘L’Impossibile‘.

Per bizzarria di Mario Guaraldi, editore riminese, il libro era stampato a caratteri bianchi su pagine nere. Non ci fu bisogno di contrattare, il venditore lo valutava pochino; a me sembrò uno splendido pezzo dalla copertina trasparente e dall’indecifrabile annuncio. Del suo autore avevo appena orecchiato il nome. Sebbene più d’uno se ne sarebbe autoproclamato scopritore e pioniere, la verità è che a metà dei Settanta di Georges Bataille, in Italia, non si avvertiva nemmeno una lontanissima eco. Per almeno due ragioni: che dapprima egli era stato uno dei pochissimi a nutrire una chiara ostilità nei confronti di André Breton, e che poi se n’era ampiamente fregato dello strapotere di Jean-Paul Sartre. E dire che Surrealismo ed Esistenzialismo erano due religioni del Sapere e dell’Immaginare, mica modarelle passeggere… E pensare che Bataille li aveva avversati all’apice della loro immunità culturale. «La generazione a cui appartengo», ricordava, «è una generazione tumultuosa. Essa si è aperta alla vita letteraria in mezzo agli sconvolgimenti del surrealismo. Gli anni che seguirono alla prima guerra mondiale furono caratterizzati da un’emozionalità traboccante. La letteratura soffocava dentro i suoi limiti. Pareva portare in sé una rivoluzione».

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