martedì, ottobre 23

L’ eterna lotta tra sunniti e sciiti A che cosa è dovuto lo scontro fra sciiti e sunniti? Il professor Massimo Campanini ci spiega il rapporto fra politica e religione nel conflitto secolare che divide il mondo musulmano.

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Nella giornata di ieri, l’Arabia Saudita ha intercettato sette missili proveniente dallo Yemen e rivendicati dagli Houti, i ribelli sciiti. I frammenti dei missili hanno provocato un morto e due feriti. Quello che, all’occhio esterno, sembra uno dei tanti episodi bellici che occorrono con triste regolarità in quel grande calderone sopra cui noi occidentali abbiamo apposto la semplificante etichetta di ‘Medio Oriente’, è in realtà un’ennesima piccola pagina di quel grande libro che descrive la secolare e complessa guerra politica che divide il mondo islamico in due, seppur composite, grandi confessioni religiose: quella sunnita e quella sciita, rappresentate, nello scacchiere internazionale, rispettivamente da Arabia Saudita e Iran.

Per un europeo è difficile comprendere le ragioni che stanno alla base di questa grande divisione e non è semplice distinguere le cause politiche da quelle religiose, né quale delle due prevalga sull’altra. Da qui l’esigenza di cercare di fare chiarezza e capire, sostanzialmente, la risposta a una domanda: quali sono le ragioni alla base del conflitto tra sunniti e sciiti?

Lo abbiamo chiesto al professor Massimo Campanini, storico del Vicino Medio Oriente e tra i massimi esperti di storia della filosofia islamica.

L’attacco di ieri è un altro capitolo del conflitto fra sunniti e sciiti?

Certamente sì. È chiaro che l’equilibrio fra sunniti e sciiti all’interno della Penisola araba stessa è precario. Bisogna considerare alcuni dati che normalmente sfuggono ai non specialisti: innanzitutto, si deve ricordare che, in Arabia Saudita, il 20% della popolazione è sciita. Una percentuale rilevante nel Paese considerato il campione del sunnismo. Inoltre, in Yemen gli sciiti sono sempre stati al potere, scavalcati solo dopo la Primavera Araba del 2011, ed evidentemente oggi cercano di recuperare il potere che hanno perso. Il Bahrein, uno Stato molto piccolo, ma dalle dinamiche interessanti, è governato da una dinastia sunnita, in un Paese a maggioranza sciita. L’Oman è uno Stato ibadita: gli ibaditi sono kharigiti, ossia una setta che discende dalla lotta fra sunniti e sciiti, agli inizi della storia islamica. Si può notare, quindi, come la stessa Penisola araba in sé non sia un monolite dal punto di vista delle appartenenze religiose. È evidente, quindi, come un territorio come quello dello Yemen – il più povero dei Paesi arabi e uno dei più poveri tout court – dove la Primavera araba del 2011 ha distrutto le istituzioni e ha aperto dei vuoti di potere che non sono stati ancora riempiti, possa essere un punto d’appoggio all’interno del conflitto egemonico tra Iran e Arabia Saudita per il controllo del Golfo. C’è però un punto su cui bisogna insistere, a mio parere: gli sciiti yemeniti non sono di ubbidienza iraniana perché sono zayditi e non imamiti. Sono due branche dello sciismo che hanno notevolissime differenze fra loro. Se ci sono delle motivazioni contingenti, strategiche, pratiche che consigliano e fanno in modo che l’Iran possa avere in Yemen un punto d’appoggio e, di conseguenza, che gli sciiti yemeniti abbiano nell’Iran un prezioso alleato, ciò non vuol dire che, automaticamente, lo Yemen diventi un satellite dell’Iran. una volta terminato il conflitto. Affermare il contrario è un salto logico azzardato. Ci possono essere delle convergenze di tipo politico, che fanno comodo a entrambi i contendenti, ma da questo non si possono trarre degli automatismi logici, da cui trarre degli automatismi geopolitici per sviluppi futuri. Spesso si mette tutto dentro lo stesso calderone: è come l’insalata russa. Carote e piselli fanno parte dell’insalata russa, ma gli uni non sono gli altri!

Quali sono le ragioni culturali del conflitto fra sunniti e sciiti?

Il conflitto nasce per motivi politici: deriva da una guerra civile interna tra gli eredi di Alì e gli eredi di Othman, ossia del quarto e del terzo califfo. Si sono fatti la guerra l’uno con l’altro: da questo punto di partenza tipicamente politico, le due branche dell’Islam si sono divaricate anche dal punto di vista teologico e hanno sviluppato dottrine e teologie molto diverse fra loro. Una volta differenziatisi sunnismo e sciismo, divenne difficile trovare terreno ideologico comune. Tuttavia, nel corso dei secoli, aldilà delle differenze ideologiche e dogmatiche tra le due contrapposte visioni dell’Islam, tutto si tramutò in una conflittualità politica. Prendiamo ad esempio la rivalità secolare fra gli ottomani sunniti e i safavidi sciiti fra ‘500 e ‘700: anche questa era eminentemente dettata da ragioni politiche. Il problema alla base dello scontro era quello del controllo egemonico dell’Iraq: allora vinsero gli ottomani e la Storia ha preso la direzione che conosciamo, se avessero vinto i safavidi, probabilmente staremmo parlando di altro. È chiaro, comunque, che nel corso dei secoli, le opposizioni sono state sempre di tipo politico, in cui sono state addotte motivazioni religiose per spiegare ideologicamente le ragioni del conflitto.  Gli interessi degli iraniani e dei sauditi riguarda l’egemonia nella preziosissima e strategicamente fondamentale area del Golfo: trovare la spiegazione religiosa al conflitto è, in quel contesto, la cosa più semplice. È quello che capitò, per certi versi, fra Ottocento e Novecento, fra Germania e Francia: l’Alsazia era culturalmente tedesca, ma la volevano i francesi, così i tedeschi la rivendicavano perché li abitavano persone di lingua tedesca. Ragioni nazionalistiche giustificavano conflitti dal carattere eminentemente geopolitico.

La religione è quindi solo il contesto entro cui si muovono rivendicazioni politiche ed economiche?

Certo, le motivazioni di base sono sempre politiche ed economiche. Nel contesto mediorientale, il riferimento alla religione è quello più normale, considerando la storia culturale di quell’area geografica. In altri tipi di contesti, come quello europeo, ha più presa la ragione nazionalistica, che quella religiosa. Come l’idea di Stato-nazione è un concetto tipicamente occidentale (che poi è stato esportato) ed è quella che ha portato allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il retaggio culturale mediorientale fa sì che vengano agitati elementi religiosi. Sostanzialmente, si tratta di una strumentalizzazione.

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