mercoledì, Ottobre 27

L’Egitto corteggia la Somalia per contrastare Etiopia e Turchia Al-Sisi ha promosso una politica estera tesa a riconquistare la perduta influenza economica e politica in Africa. tre gli obiettivi: instaurare in Libia un governo amico (quello del generale Khalifa Haftar), risolvere a suo favore la decennale e delicata disputa sulle acque del Nilo con l’Etiopia e contenere l’espansionismo turco nel continente

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Il generale Abdel Fattah al-Sisi si è definitivamente stabilizzato al potere, dopo il golpe che rovesciò il governo democraticamente eletto del Presidente Mohamed Morsi. Con il pretesto di impedire che il Paese dove è ubicato il Canale di Suez cadesse in mano degliintegralisti’ islamici (Morsi aderiva alla Fratellanza Mussulmana), al-Sisi ha potuto reprimere i partiti di opposizione, la società civile e i media indipendenti, tornando instaurare il regime di Mubarak, nel contesto del quale il generale svolgeva ruoli di strategica importanza. Le innumerevoli e ben documentate violazioni dei diritti umani, sono state letteralmente tollerate dalla Comunità Internazionale in cambio di una spietata lotta contro il terrorismo islamico, la fine della guerra fredda con Israele e il ruolo di contenimento dell’espansionismo turco nel Mediterraneo, Nord Africa e Corno d’Africa.

Unione Europea, Stati Uniti, ONU non sono andati oltre alle condanne formali per le continue violazioni dei diritti umani anche quando i crimini coinvolgevano cittadini occidentali.

Stabilizzatosi al potere il generale ha promosso una politica estera tesa a riconquistare la perduta influenza economica e politica in Africa, attraverso una serie di investimenti controllati dalle Forze Armate di cui al-Sisi è il garante. Il precedente regime militare di Mubarak aveva posto l’Esercito in una situazione di privilegio, permettendo a generali e colonnelli di controllare ampi e lucrosi settori economici del Paese. L’egemonia delle Forze Armate sull’economia nazionale era talmente forte che nessun imprenditore egiziano o straniero poteva ignorare i generali in tutti gli importanti investimenti.

L’Esercito di fatto manteneva il vero potere e lo ha dimostrato durante la breve parentesi dell’Amministrazione Morsi. La caduta di Morsi è dovuta principalmente al suo progetto di estromettere Esercito e Polizia dall’economia nazionale. Essendo la Fratellanza Mussulmana considerata dall’Occidente un movimento islamico estremista, è stato un gioco da ragazzi per al-Sisi far ‘ingoiare’ all’Occidente il golpe e la brutale repressione popolare come atti necessari per lottare contro il terrorismo islamico. I gruppi terroristici sunniti operanti nella zona di Suez non vengono totalmente annientati proprio per ricordare alla UE la ‘minaccia’ islamica sul Mediterraneo e sulle rotte marittime verso l’Asia.

In politica estera al-Sisi ha tre obiettivi principali: instaurare in Libia un governo amico (quello del generale Khalifa Haftar), risolvere a suo favore la decennale e delicata disputa sulle acque del Nilo con l’Etiopia e contenere l’espansionismo turco nel continente.

Si comprende la priorità di questi obiettivi nella decisione del Parlamento egiziano di autorizzare l’invio di truppe in Libia nonostante il rischio di scontrarsi con il contingente turco che sta appoggiando militarmente il governo di Tripoli.

Reparti dell’Esercito egiziano sono anche presenti in Sudan in chiave antietiope. AlSisi sta garantendo un vitale supporto politico e finanziario alla giunta militare che fa parte del Governo di Transizione sudanese. Il regime militare del dittatore Omar el-Bashir era strutturato sul modello egiziano con un forte controllo delle Forze Armate sull’economia. Controllo che detiene tutt’oggi, e fonte di attrito con le componenti laiche della coalizione di governo. L’appoggio alla giunta militare sudanese è garantito al fine di poter controllare il Sudan, dove passa il Nilo, e per trovare ‘manodopera’ in caso di conflitto contro l’Etiopia causato dalla mega diga Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) che sta abbassando notevolmente le acque del fiume sacro, compromettendo economia e la vita di milioni di cittadini egiziani.

Sempre in chiave antietiope l’Egitto ha rafforzato i rapporti con il Sud Sudan. Lo scorso mese a Juba (la capitale), al-Sisi ha personalmente incontrato i dirigenti del Tigray People’s Liberation Front (TPLF) per assicurare l’appoggio dei tre Paesi alla guerriglia tigrigna. La guerra nel Tigray continua e il Cairo sta cercando di individuare altri nemici da contrapporre al Primo Ministro Abdiy Ahmed Ali al fine di creargli maggiori difficoltà interne.

Nella manovra di accerchiamento dell’Etiopia, la Somalia diventa un Paese di strategica importanza. I contatti con il Governo di Mogadiscio (iniziati nel 2019) sono stati accelerati agli inizi di dicembre, quando una delegazione egiziana di alto rango, guidata dal Ministro degli Esteri per gli Affari Africani, Sherif Issa, ha vistato Mogadiscio. La delegazione egiziana ha iniziato la sua visita incontrando il Ministro degli Esteri somalo, Mohamed Abdirizak per discutere «gli sviluppi in Somalia, la situazione regionale nei Paesi vicini e le sue ripercussioni sulla stabilità e sicurezza nel Corno d’Africa, nonché i modi per promuovere le relazioni bilaterali tra il due Paesi», come recita la dichiarazione del Ministero degli Esteri egiziano.

Rokha Hassan, membro del Consiglio egiziano per gli affari esteri, ha dichiarato al quotidiano arabo ‘Al-Monitor’ che la visita riflette il desiderio dell’Egitto di rafforzare i suoi legami con la Somalia, poiché i due Paesi godono di buone relazioni storiche risalenti a prima dell’indipendenza della Somalia, nel 1960.

Quando la guerra civile somala si fece più accesa, all’inizio degli anni ’90, e con l’instabilità del Paese, i legami tra i due Paesi erano in stallo e l’ambasciata egiziana, insieme ad altre ambasciate straniere, fu attaccata durante la prima fase della guerra civile somala. La sede dell’ambasciatore egiziano fu trasferita a Nairobi, in Kenya, per la sicurezza. Da allora le relazioni egiziane con la Somalia si sono ridotte al minimo.

La visita dello scorso 6 dicembre è stata un successo diplomatico per il Cairo, in quanto è stato capace di ricucire lo strappo causato dalla chiusura delle scuole egiziane nel maggio 2020 a seguito dell’accusa lanciata al Cairo dal governo federale somalo di collaborare con la regione autonoma e ribelle del Puntland, senza coordinarsi con le autorità centrali. Al-Sisi è riuscito a convincere le autorità somale che la crisi di maggio era dovuta da un malinteso somalo che necessitava di chiarimenti. L’Egitto mirava allo scambio commerciale con il Puntland, e non a minare l’integrità territoriale della Somalia. Seppur membro della federazione, il Puntland ha forti tendenze indipendentistiche.

Mukhtar Ghobashy, vice capo del Centro arabo di studi politici, in una intervista con ‘Al Monitor’ ha sottolineato che la visita della delegazione diplomatica egiziana, riflette gli sforzi del Cairo di svolgere un ruolo maggiore in Somalia con l’obiettivo di mobilitare il supporto politico e militare nella questione della diga etiope da un lato e per affrontare l’infiltrazione turca dall’altro.

La Somalia è stato uno dei primi Paesi della regione che non ha appoggiato l’Egitto nella risoluzione presentata alla Lega Araba di condanna di qualsiasi misura unilaterale intrapresa da Addis Ababa sulla questione della diga GERD. Per tutto il 2020 si sono trascinati i colloqui tra Egitto, Etiopia e Sudan sulle acque del Nilo. Prima sotto mediazione americana e successivamente dell’Unione Africana. Colloqui infruttuosi a causa del doppio gioco ideato dall’astuto premier Abdiy che partecipa alle riunioni trilaterali avendo segretamente iniziato le operazioni di riempimento del bacino idrico della diga che dovrebbero completarsi tra un anno avviando così la produzione di energia elettrica. Questi tempi così ristretti provocheranno un drastico abbassamento del livello delle acque del Nilo, creando ingenti danni alle economie già provate dalla pandemia Covid19 del Sudan e dell’Egitto.

Oltre all’importante appoggio di Mogadiscio sulla questione della diga etiope, il Cairo sta tentando di indebolire la presenza turca in Somalia. Dal 2019 la Turchia sta tentando di far entrare la Somalia nella sua zona di influenza tramite assistenza militare, investimenti e aiuti allo sviluppo. Ankara è stato il primo Paese straniero a fornire una risposta immediata al Covid19 in Somalia.

Il generale al-Sisi ha ordinato di intensificare i contatti con il governo federale somalo al fine di rafforzare le relazioni con la Somalia e contenere l’espansionismo turco, prima che Ankara sia in grado di stabilire una base militare nel Paese del Corno d’Africa che controlla lo stretto del Mar Rosso, dopo il Canale di Suez. Durante la visita la delegazione egiziana ha discusso della possibilità di creare una base militare egiziana a Mogadiscio, offrendo la sua esperienza nell’affrontare le organizzazioni terroristiche, per rafforzare il Governo federale e il contingente africano AMISOM nella lotta contro Al-Shabaab, affiliato ad Al-Qaeda e al Daesh, conosciuto in occidente come Stato Islamico.

Offerta importante che Mogadiscio non può permettersi di ignorare, considerando che l’Etiopia ha ritirato la maggioranza delle sue truppe per inviarle sul fronte del Tigray e i principali contingenti AMISOM, quello burundese e quello ugandese, soffrono dei problemi interni e dell’instabilità di Bujumbura e Kampala.

La presenza militare egiziana in Somalia va oltre alla lotta contro il terrorismo islamico. Avendo già forze armate in Sudan e Sud Sudan, con la base militare in Somalia, il Cairo avrebbe completato la manovra di accerchiamento dell’Etiopia e controllerebbe l’importante passaggio della flotta mercantile mondiale nel Mar Rosso.

Il Generale al-Sisi ha attivato l’apparato delle forze armate egiziane per corteggiare e portare dalla sua parte le forze armate somale, fornendo addestramento e assistenza sanitaria. Secondo Omar Mahmoud, capo analista per la Somalia presso l’International Crisis Group, i tentativi del Cairo potrebbero raggiungere il successo in quanto il governo federale si sta apprestando alle imminenti elezioni presidenziali e parlamentari in una situazione interna altamente instabile e precaria. Al-Shabaab sta riprendendo vigore a causa del rimpatrio dei soldati etiopi e al rilassamento (su posizioni unicamente difensive) dei contingenti militari burundese e ugandese.

L’Esercito egiziano, per mezzi finanziari, potenza di fuoco ed esperienza, sarebbe in grado di rivitalizzare l’AMISOM e, eventualmente, lanciare un’offensiva finale per sterminare i terroristi Al-Shabaab e i mercenari di Al-Qaeda e Daesh. L’Egitto rappresenta un alleato più familiare e adeguato rispetto alla Turchia, troppo aggressiva sul piano economico. Aggressività che potrebbe trasformare la cooperazione bilaterale Ankara-Mogadiscio in un processo di colonizzazione turca della Somalia.

Nonostante le solenni dichiarazioni ufficiali del Cairo, che la Somalia «non deve diventare un’arena per la competizione di diversi attori regionali», di fatto al-Sisi ha aperto un altro terreno di scontro con la Turchia cercando di sottrarre la Somalia dall’influenza ottomana.

Il corteggiamento della Somalia, oltre alle necessità di contenere l’espansionismo turco, fa parte del nuovo corso della politica estera egiziana nei confronti dell’Africa, inaugurato da al-Sisi. L’Egitto sta cercando di migliorare la sua immagine in Africa, proteggere i suoi interessi e rafforzare la sua posizione nella questione della mega diga etiope GERD. «È proprio sulla questione della GERD che si concentra l’azione egiziana nel Corno d’Africa», fa notare Ghobashy.

Secondo il parere diffuso tra gli osservatori ed esperti regionali, ogni possibilità di risolvere pacificamente la questione delle acque del Nilo è praticamente inesistente. L’unica soluzione rimasta al Cairo dinnanzi alla intransigenza dell’Etiopia è quella militare, con un attacco diretto che distrugga la diga, oppure con l’ideazione di una guerra per procura, appoggiando il TPLF e il movimento indipendentistico della Oromia con l’obiettivo di destituire l’attuale Amministrazione Abdiy e dialogare con un nuovo governo ‘amico’.

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