giovedì, Giugno 17

L’ ‘effetto risucchio’ della Federal Reserve Si manifestano i primi risultati della 'normalizzazione monetaria' della Fed

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Pochi giorni fa, il ‘Financial Times’ ha pubblicato un articolo a firma del governatore della Bank of India Urjit Patel in cui si lamentava l’improvvisa carenza di dollari sui mercati finanziari, causata dal progressivo rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve. «Visto il rapido aumento del debito Usa – osserva Patel – la Federal Reserve è chiamata a reagire rallentando i suoi piani di  restrizione. Se non agisce in questo modo, i Treasury Bond finiranno per assorbire una tale mole di liquidità in circolazione da rendere inevitabile una crisi dei titoli di debito nel resto dei mercati del dollaro».

Il processo di ‘normalizzazione monetaria’ che era stato avviato molto timidamente da Janet Yellen ha infatti subito una sensibile accelerata con l’insediamento del suo successore Jerome Powell. Come sempre accade, nel momento in cui la Federal Reserve abbassa i tassi i capitali defluiscono un po’ in tutto il mondo alla ricerca di rendimenti migliori, mentre quando la Banca Centrale Usa procede al rialzo si innesca un vero e proprio controesodo che fa rientrare negli Usa gran parte dei fiumi di denaro che erano migrati all’estero in tempi di ‘vacche magre’.

Questa dinamica si ripete con precisione matematica ad ogni variazione della politica monetaria degli Stati Uniti grosso modo dagli anni ’80, in coincidenza con la rimozione su scala semi-globale delle leggi atte a disciplinare i movimenti di capitale. Allora, con Ronald Reagan alla Casa Bianca e Paul Volcker alla Federal Reserve, l’esorbitante innalzamento dei tassi richiamò negli Usa canalizzando verso Wall Street gigantesche quantità di capitali da tutto il mondo, incoraggiando una fortissima rivalutazione del dollaro rispetto allo yen, al marco e a tutta una serie di valute di primo livello. Ne scaturì una furiosa competizione generalizzata che vide decine di Paesi innalzare a loro volta i tassi di interesse per cercare di frenare il deflusso di denaro verso gli Usa, che in quel frangente erano sottoposti alla deregulation reaganiana. Il trend deflazionista originato da questo immane gioco al massacro incrementò il peso reale dei debiti dei Paesi in via di sviluppo che avevano contratto prestiti a tassi di interesse fluttuanti o indicizzati al Libor (che dopo il rialzo dei tassi della Fed aumentò del 300%) dalle banche coinvolte nel riciclaggio dei petrodollari. La crisi del debito dei Paesi in via di sviluppo (Messico, Argentina, Brasile, Congo, Nigeria, Jugoslavia, ecc.) fu l’inesorabile sbocco del rialzo generalizzato dei tassi di interesse.

Qualcosa di simile, anche per le conseguenze letteralmente catastrofiche che determinò, si è verificato con la crisi delle Tigri Asiatiche del 1997, quando, dopo un costante afflusso di dollari verso Thailandia, Indonesia, Malesia, Filippine e il resto dei Paesi areali, gli Usa elevarono i tassi riducendo la disponibilità monetaria in circolazione e incrementando la quotazione del dollaro proprio mentre la speculazione internazionale – guidata dall’immancabile George Sorosstava prendendo di mira questi Paesi. Il risultato fu, come osservato dal colonnello cinese Qiao Liang, che «il capitale che era confluito in Asia migrò verso i il mercato degli Stati Uniti, creando il secondo grande rialzo azionario nella storia degli Stati Uniti».

Il fenomeno si è riproposto in misura meno distruttiva a cavallo tra il 2013 e il 2014, quando le prime avvisaglie di tapering (vale a dire la riduzione degli acquisti di Treasury Bond da parte della Federal Reserve) provocarono un massiccio trasferimento di capitali verso gli Stati Uniti tradottosi in deprezzamento e parallelo aumento della redditività dei bond decennali greci, svalutazione della lira turca rispetto al dollaro (con la Banca Centrale di Ankara che raddoppiò gli acquisti di titoli di debito turchi), arretramento del rand sudafricano e della rupia indiana, svalutazione del rublo e aggravamento del dissesto economico in Ucraina, Thailandia e Indonesia – oltre che in crollo delle Borse di tutto il mondo. Le ricadute più pesanti subì il  Brasile, la cui Banca Centrale, dopo aver bruciato oltre 350 miliardi di dollari per difendere la valuta nazionale, decretò un innalzamento dei tassi di interesse oltre la soglia del 10%. Il governatore della Banca Centrale brasiliana Alexandre Tombini parlò allora di ‘effetto aspirapolvere’ per descrivere la capacità statunitense di attrarre gli oltre 4.000 miliardi di dollari che si erano riversati sui Paesi in via di sviluppo in seguito alla bancarotta di Lehman Brothers e all’abbattimento dei rendimenti dei Treasury Bond attraverso l’azzeramento dei tassi di interesse.

Analogamente, con il recente innalzamento dei tassi varato da Powell, la Federal Reserve ha suonato il corno innescando il rimpatrio di enormi quantità di denaro specialmente dai Paesi in via di sviluppo come il Brasile, l’Argentina e l’Indonesia. La Banca Centrale turca, dal canto suo, ha alzato i tassi a livelli mai visti prima (17,75%) per tamponare l’emorragia di capitali in atto, mentre la Nigeria si è vista costretta ad acquistare grosse quantità di dollari sul mercato dei cambi per non trovarsi sprovvista di valuta pregiata. La combinazione delle manovre effettuate dalle Banche Centrali per scongiurare il soffocamento finisce tuttavia per aggravare il problema incrementando la domanda internazionale di dollari.

È interessante notare, a questo proposito, che anche la Germania registra un flusso costante di capitali verso gli Stati Uniti e, in misura minore, Gran Bretagna. Si tratta soprattutto dei proventi legati al gigantesco avanzo commerciale tedesco, che vanno così a finanziare il deficit d’oltreoceano e non un piano di investimenti pubblici in Europa di cui da anni si avverte la necessità. La direzione presa dalla liquidità incassata dalla Germania mediante l’export si configura tuttavia come uno strumento di pressione volto a costringere la Banca Centrale Europea a porre fine all’allentamento monetario in favore di un rialzo dei tassi che obbligherebbe i Paesi euro-mediterranei a conformarsi rigidamente al dogma dell’austerità per sostenere il relativo incremento degli oneri sul debito.

Resta da vedere come gli Stati Uniti reagiranno al progetto tedesco.

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