martedì, Ottobre 19

L’ Azerbaigian non trova pace

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Armenian soldiers fire on Azeri positions near the

Stato appartenente all’Unione sovietica fino al 18 ottobre 1991, l’ Azerbaigian era una delle proprietà più preziose di Mosca ai fini della strategia politica in materia di energia. Sono state in effetti proprio le ampie riserve petrolifere di Baku a spingere la Russia sovietica a invadere questo piccolo stato. Nel 1920, epoca in cui Mosca cercava di affermare il comunismo come nuovo paradigma regionale politico, Vladimir Lenine comprese il ruolo cruciale che l’Azerbaigian avrebbe svolto nell’assicurare l’indipendenza economica ed energetica della Russia sovietica.

Anche se le dinamiche politiche sono molto cambiate da quando l’ Azerbaigian ha conquistato l’indipendenza e il governo di Baku si è sempre più rivolto a occidente verso l’Europa, prendendo le distanze dalla Russia e dal blocco asiatico, il paese è comunque rimasto un tassello fondamentale all’interno della mappa regionale del potere; tanto che molti analisti, tra cui Fariz Ismailzade, ritengono che la politica estera di Baku abbia ampie ripercussioni a livello regionale.

In questa particolare congiuntura storica, quando gli attriti tra Azerbaigian e Armenia sono diventati più intensi e frequenti a causa della spinosa questione della sovranità territoriale e della demarcazione dei confini, il Caucaso potrebbe presto diventare una cloaca regionale.

Come sottolineato da Ismailzade in merito alla disputa Nagorno-Karabakh, “Questo è un conflitto che rischia di coinvolgere forti potenze regionali.

E ha aggiunto: “Il conflitto Nagorno-Karabakh è ostaggio della rivalità geopolitica. Anche se le organizzazioni internazionali attribuiscono la colpa alla leadership politica di Armenia e Azerbaigian perché non sono in grado di fare concessioni e di persuadere le proprie nazioni che la pace richiede dolorosi compromessi, è chiaro che nel conflitto sono coinvolti più attori e non solo Yerevan e Baku.

E infatti, con potenze in gioco quali Russia, Iran, Turchia, Stati Uniti e Unione europea che nutrono interessi geo-strategici nei confronti dell’ Azerbaigian, si può facilmente comprendere quale influenza avranno le decisioni di Baku sulla regione e in una certa misura anche sulle dinamiche mondiali.

Il conflitto tra i due paesi sud-caucasici è iniziato nel 1988, quando l’Armenia ha avanzato rivendicazioni territoriali nei confronti dell’ Azerbaigian. Durante la guerra che ne è conseguita, nel 1992, le forze armate armene hanno occupato il 20 per cento dell’ Azerbaigian, compresa la regione Nagorno-Karabakh e sette distretti limitrofi.

L’Armenia viola il cessate il fuoco

Il 28 novembre, il ministro della difesa azerbaigiano ha emesso un comunicato ufficiale in cui condannava le azioni belligeranti armene contro Baku, sottolineando che le truppe armene avevano attaccato i territori azerbaigiani 51 volte in meno di 24 ore, in evidente violazione del cessate il fuoco.

Anche se l’Azerbaigian finora si è rifiutato di occupare militarmente l’Armenia, Baku ha avvisato che ulteriori violazioni del proprio territorio saranno affrontate con la massima velocità e risoluzione.

Questa aggressione giunge solo cinque giorni dopo che l’Armenia ha celebrato i funerali di stato per tre soldati uccisi all’inizio di novembre quando l’Azerbaijan è stato accusato di aver abbattuto un elicottero militare che volava sui territori contesi. Baku ha categoricamente negato qualsiasi atto illecito, sottolineando il fatto che l’elicottero aveva “compiuto manovre di attacco” e che quindi essi avevano semplicemente esercitato il proprio diritto all’autodifesa.

Con il riaffiorare di tensioni e risentimenti tra Azerbaigian e Armenia, gli esperti hanno già preannunciato che il tempismo potrebbe rivelarsi disastroso per la regione, in quanto un’altra guerra costringerebbe le potenze mondiali a intervenire in un’epoca di forti tensioni e agende estere sovraccariche.

Mohsen Kia, analista politico iraniano residente a Teheran, ha sottolineato che proprio come per la Siria finita al centro delle rivalità estere, “con Iran e Russia schierate contro gli Stati Uniti, UE e alcune potenze intermedie quali Turchia e Arabia Saudita che giocano a torello, una nuova guerra nel Caucaso potrebbe turbare lo status quo e costringere le potenze regionali a imporsi politicamente e militarmente.

Con Ankara come fedele alleata di Baku, la Turchia è stata la prima al mondo a riconoscere l’indipendenza dell’Azerbaigian nel 1991 e da allora si è adoperata per sostenere l’indipendenza statale con un attivo sostegno militare ed economico. Alla luce dei duraturi scontri con l’Armenia, è probabile che il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan sosterrà l’ Azerbaigian a tutti i costi.

Kia ha inoltre dichiarato, “Vista la difficile situazione economica armena, potrebbe anche profilarsi un nuovo conflitto all’orizzonte. Yerevan è consapevole del fatto che Baku ha preso il sopravvento economico e militare. L’Armenia potrebbe anche tentare un attacco, finché è ancora in grado, per creare un deterrente psicologico. Ma questo potrebbe nuovamente spingere l’Azerbaigian a sferrare un attacco militare a oltranza contro il paese vicino…con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.

Con migliaia di Azerbaigiani sotto tiro, i media hanno confermato che le forze armate armene hanno attaccato le posizioni azerbaigiane in quattro distretti: Tovuz, Agstafa, Qazakh e Jabrayil il 28 novembre, molti temono che la guerra sia ormai inevitabile.

Dinamite regionale

Come osservato da Fariz Ismailzade quasi dieci anni fa– nel 2005 – in una relazione per il Centro per il dialogo mondiale, “In quanto paesi caucasici, Azerbaigian e Armenia fanno parte di una regione che funge da ponte tra l’Occidente e l’Oriente, e tra i territori dell’ex Unione sovietica e del mondo islamico. Questo fa sì che molte potenze regionali siano interessate all’area, generando una malsana concorrenza, che spesso si tramuta in aspra rivalità. Di conseguenza, il conflitto Nagorno-Karabakh resta congelato e irrisolto.”

Ha aggiunto, “Come se l’ubicazione geografica strategica non fosse abbastanza, l’Azerbaigian possiede anche grandi riserve di petrolio e gas. Questo ha fatto sì che potenze esterne come gli Stati Uniti, la Cina e l’Unione europea, bramose di risorse energetiche, sono state anch’esse coinvolte nella regione. Ci sono almeno sette grandi giocatori nella partita geopolitica di Nagorno-Karabakh: Russia, Stati Uniti, Unione europea, Turchia, mondo islamico e Cina. Uno sguardo più vicino agli interessi e azioni di questi attori illustra il loro ruolo nel conflitto e rivela le difficoltà esistenti nel trovare una soluzione.

Pienamente consapevole delle dinamiche che hanno spinto la regione caucasica, la dichiarazione di Ismailzade è valida oggi come lo era nel 2005, malgrado il sempre pericoloso e sempre presente rischio rappresentato dalle tensioni regionali etniche e settarie.

Alla luce degli sviluppi in Siria, Iraq e delle rinnovate tensioni relative ai talebani in Afghanistan, i radicali islamici potrebbero provare a sfruttare l’aggressione armena nei confronti dell’Azerbaigian come nuova piattaforma per il movimento jihadista, aggiungendo una dimensione di terrore a una situazione già delicata.

Come constatato da Eldar Mamedov – consulente politico per i social-democratici nella commissione affari esteri del Parlamento europeo (PE), “Lo sgretolamento dell’Iraq potrebbe avere alcune interessanti, addirittura allarmanti implicazioni per l’Azerbaigian.”

Ha aggiunto, “Esistono due modi significativi in cui la disintegrazione dell’Iraq potrebbe causare problemi di sicurezza per l’Azerbaijan. Il primo e più ovvio è connesso con l’ascesa in Iraq di un movimento jihadista sunnita, noto come ISIS. Questo sviluppo, nel corso del tempo, potrebbe alimentare tensioni settarie in Azerbaigian, un paese in cui, anche se il laicismo continua ad essere una forza potente nella società, la religione sta fortemente tornando alla ribalta.

Mentre l’Armenia e l’Azerbaigian mantengono il dito posizionato sul grilletto, la regione potrebbe trovarsi al centro di un fuoco incrociato.

 

Traduzione a cura di Maria Ester D’Angelo Rastelli

 

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