sabato, novembre 17

L’ ascesa dello yuan minaccia il dollaro? Quali ripercussioni produrrà in ambito valutario la prorompente affermazione cinese?

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Lo yuan sta candidandosi a insidiare l’egemonia del dollaro? Di certo, l’affermazione della moneta cinese ha alle spalle un percorso alquanto complesso e tortuoso, di cui gli apparati dirigenziali europei e statunitensi hanno cominciato ad occuparsi con una certa attenzione soltanto negli anni immediatamente precedenti all’adesione dell’ex Celeste Impero all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc), datata 11 dicembre 2001. Da quel momento in poi, il programma di industrializzazione delle ‘quattro modernizzazioni‘ che era stato lanciato da Deng Xiaoping sul finire degli anni ’70 è letteralmente decollato, trasformando radicalmente il volto della Cina da Paese arretrato e ancora sofferente per i colpi devastanti ricevuti durante il ‘secolo delle umiliazioni’, a nazione in forte ascesa ben indirizzata sulla via dello sviluppo. Ciò grazie anche alla fondamentale capacità di Pechino di coinvolgere il ‘ponte fiorito‘ (le comunità cinesi residenti negli altri Paesi asiatici) nel finanziamento del proprio progetto geoeconomico consistente, come nota il professor Marco Giaconi in un suo volume, nell’«impostare una nuova etica del lavoro tradizionale che corrisponda alla necessità di sfruttare e imitare i ‘quattro dragoni’ (Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Hong Kong) per stabilizzare il regime comunista [ed]evitare la spirale dello scontro tra consumi privati necessari e costi di mantenimento del sistema politico, che fu l’asse della crisi finale del modello sovietico». In circa 30 anni, il Paese ha risollevato dalla povertà estrema quasi 600 milioni di persone (oltre 68 milioni dal 2012 al 2017), ha realizzato un piano di urbanizzazione e modernizzazione che in Occidente ha richiesto oltre 150 anni e si è accreditato come secondo maggior ricettore di capitali dopo gli Stati Uniti, nonché come vera e propria fabbrica del mondo‘ grazie al gran numero di multinazionali statunitensi ed europee che avevano deciso di installarvi i propri stabilimenti produttivi.

A differenza delle ben note ‘tigri asiatiche’, la Cina si è tuttavia premurata di gestire il processo di sviluppo economico mantenendo rigidi controlli sulla moneta nazionale e sui movimenti di capitale, nonché obbligando le aziende straniere ad aprire società compartecipate con imprese locali alle quali trasferire il proprio know-how. La manodopera a basso costo e l’affidabilità generale del sistema-Paese ha fatto sì che buona parte dei 2,8 milioni di posti di lavoro spariti negli Stati Uniti tra il 2000 e il 2005 (il quadruplo di tutte le perdite di forza lavoro verificatesi negli anni ’90) ricomparissero in Cina. Per i non pochi osservatori che consideravano l’occupazione nell’industria manifatturiera il cuore dell’economia, questa drammatica perdita generalizzata di capacità produttiva rappresenta un disastro dal punto di vista strategico. Tra di essi figura l’economista Paul Craig Roberts, il quale fa notare che «ricerca, sviluppo, design e innovazione si determinano nel Paese in cui le merci vengono fabbricate. Il crollo della manifattura implica la perdita delle conoscenze scientifiche e ingegneristiche […]. Quando un Paese delocalizza la produzione di beni di mercato, trasferisce anche i rispettivi posti di lavoro. Le abilità ingegneristiche applicate ai settori cruciali di ricerca e sviluppo si spostano assieme ai posti di lavoro. È impossibile innovare indipendentemente dal luogo in cui avviene la produzione».

L’amministrazione Bush jr. non si curava di questi aspetti e continuava a vedere di buon occhio il flusso costante di investimenti verso la Cina perché, come gli aveva raccontato il dirigente di una grande multinazionale, non era possibile competere con gli europei e i giapponesi senza trasferire la produzione nell’ex Celeste Impero: «non lo facciamo per svuotare gli Stati Uniti di posti di lavoro, ma per rimanere competitivi». In altre parole, come spiega il lucido economista Guido Salerno Aletta, «per ogni dollaro incassato importando, la People’s Bank of China ha stampato il controvalore in renminbi: il dollaro rimaneva fermo presso la Banca, mentre all’imprenditore-esportatore veniva corrisposto il controvalore in moneta cinese. Di converso, quando lo stesso imprenditore aveva bisogno di importare materie prime, la Banca del popolo cinese incassava yuan e metteva a disposizione la valuta straniera occorrente. L’imprenditore cinese non ha mai potuto detenere valuta straniera: il suo profitto era sempre e solo in moneta interna, che poteva usate e reinvestire a piacimento. Il surplus estero era quindi gestito solo dalla People’s Bank of China. L’economia cinese è quindi cresciuta in un ambiente valutariamente stagno, ma con l’inconveniente di dover investire prevalentemente all’interno gli enormi profitti accumulati anno dopo anno con il commercio estero. Gli investimenti all’estero delle imprese cinesi sono infatti fortemente controllati».

Grazie a questo sistema, la Cina ha non solo aumentato la propria quota di Pil mondiale del 5% tra il 2000 e il 2010, ma anche accumulato riserve di valuta pregiata che nel 2014 lambivano la soglia dei 4 trilioni di dollari (a fronte dei 100 miliardi del 1996). Nel 2007, il General Comptroller David Walker suonò i campanelli d’allarme, richiamando l’attenzione sul fatto che «gli interessi stranieri esercitano un controllo sull’economia statunitense maggiore a quello degli stessi americani, cosa che lascia il Paese in una situazione finanziaria imprudente. Una quantità crescente del nostro debito è detenuta da Stati esteri – alcuni dei quali sono alleati mentre altri non lo sono. Le enormi quantità di Treasury Bond possedute da Cina e Arabia Saudita costituiscono un’arma finanziaria nelle mani di Paesi che potrebbero assumere un atteggiamento ostile nei confronti delle imprese Usa e degli interessi diplomatici statunitensi».

La tesi che la Cina si stesse attrezzando per competere efficacemente con gli Usa sembrava avvalorata anche dall’attivismo di Pechino in ambito militare e diplomatico; nell’agosto del 2005, Cina e Russia tennero la prima grande esercitazione militare congiunta presso la penisola di Shandong che andava a consolidare il Trattato di Buon Vicinato e Cooperazione Amichevole e la Shangai Cooperation Organization (Sco) sottoscritti dal presidente cinese Jiang Zemin e dal suo omologo russo Vladimir Putin nel 2001. Entrambi i Paesi concordavano sulla necessità di frenare la penetrazione statunitense nel ‘ventre molle’ eurasiatico portata avanti da Washington sull’onda degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, e questo poteva gettare le basi per un’alleanza duratura e potenzialmente pericolosa per gli interessi strategici Usa che è stata rilanciata con la fondazione del blocco geoeconomico dei Brics, che raggruppa anche potenze regionali quali Brasile, India e Sud Africa. I Brics hanno una banca comune per lo sviluppo la cui valuta di riferimento è lo yuan e sono impegnati nella realizzazione di una rete di comunicazione autonoma e impenetrabile per gli apparati spionistici della Cia e della National Security Agency.

L’offensiva degli Stati Uniti contro la Cina si materializzò anzitutto sul terreno valutario, con Washington che accusò Perchino di mantenere artificiosamente bassa la quotazione dello yuan per rendere le merci cinesi più competitive sui mercati mondiali. Quasi in parallelo alla rielezione di Bush, gli Usa cominciarono ad esercitare pressioni su Pechino affinché provvedesse a una rivalutazione monetaria. Sui mercati valutari internazionali, lo yuan non era pienamente convertibile in dollari, euro ed altre monete, ma per le valutazioni contabili del suo commercio, la People’s Bank of China aveva ancorato il valore del renminbi al dollaro, visto e considerato che gli Stati Uniti erano il principale mercato di esportazione per i prodotti cinesi. Una rivalutazione compresa tra il 20 e il 40% dello yuan avrebbe causato enormi problemi alla Cina, ma la drammatica caduta dell’export che ne sarebbe scaturita avrebbe ridimensionato le entrate in dollari tramite le quali Pechino faceva letteralmente incetta di Treasury Bond e investiva pesantemente in società quali Freddie Mac e Fannie Mae; nel 2005, la Cina aveva accumulato qualcosa come un trilione di dollari di proventi dell’export. In termini pratici, ciò significava che gli Usa potevano continuare ad accumulare enormi deficit per sostenere i costi delle riduzioni fiscali a carico dei più ricchi e delle campagne militari in Afghanistan ed Iraq con la consapevolezza che la Cina avrebbe investito gran parte dei propri surplus in dollari nell’acquisto di titoli di Stato Usa.

Lo storico Niall Ferguson parlò di «tributo cinese all’Impero Americano» per descrivere un problema con cui, in realtà, si confrontano decine di Paesi di tutto il mondo onde evitare un’eccessiva rivalutazione delle monete nazionali rispetto al dollaro che escluderebbe i loro esportatori dai mercati dollarizzati. La Cina, dal canto suo, aveva bisogno di accumulare dollari per rifornirsi di petrolio e mantenere il tasso di cambio dello yuan sufficientemente basso da preservare la concorrenzialità delle merci cinesi, e non aveva pertanto alternative valide all’investire in Treasury Bond. Dopo un periodo di stasi, le autorità cinesi decisero di venire incontro agli Stati Uniti ponendo le basi per una cauta e progressiva rivalutazione dello yuan rispetto al dollaro. Nel luglio 2005, Pechino sganciò lo yuan dal dollaro per ancorarlo a un paniere di valute, tra le quali l’euro, lo yen e il won coreano. Alla fine del 2008, lo yuan si era rivalutato del 20% rispetto al dollaro, ma ciò non fu sufficiente ad attenuare il tenore dell’offensiva statunitense.

Nel marzo 2009, l’apparato dirigenziale di Pechino, consapevole che la Cina stava ormai completando la fase di ‘accumulazione primitiva’, inaugurò una graduale apertura alle importazioni che preludeva a un processo di progressivo spostamento dell’asse della crescita dalle esportazioni al consumo interno (il contributo dell’export al Pil è passato dal 30 al 18% tra il 2007 e il 2017) sostenuto da un progressivo aumento dei salari. Nell’ottica di Pechino, una simile evoluzione risultava necessaria a legare a sé i propri partner commerciali e imporre l’ex Celeste Impero come fattore di stabilità economica a livello internazionale – va ricordato che nello scenario del sud-est asiatico la Cina è un Paese ‘assemblatore’ di merci la cui componentistica viene importata dall’estero vicino. Parallelamente, il premier Wen Jibao cominciò ad esprimere forti preoccupazioni per le dinamiche di svalutazione del dollaro provocate dalla politica iper-espansiva della Fed; tra il 1944 e il 2008, il dollaro si era deprezzato rispetto all’oro del 95% circa, e il trend tendeva a intensificarsi con l’entrata in vigore dei programmi di quantitative easing della Federal Reserve. Il capo del governo cinese annunciò quindi l’intenzione di diversificare gli investimenti, facendo esplicitamente riferimento all’euro, allo yen e al won. In quel frangente gli Usa alzarono nuovamente il tiro accusando la Cina di mantenere lo yuan ‘sostanzialmente sottovalutato’, nonostante i cinesi mantenessero ormai da anni la barra in direzione di una costante rivalutazione della moneta e di una parallela riduzione del saldo commerciale, nel tentativo di sottrarsi il più possibile alle turbolenze dell’economia globale.

Segno che l’obiettivo perseguito da Washington era un altro, consistente di fatto nel costringere la Cina a lasciar fluttuare completamente lo yuan così da assegnare aimercati il compito di stabilirne la quotazione. Allo stesso tempo, gli Usa intendevano costringere Pechino a liberalizzare gli investimenti all’estero, così da canalizzare l’immensa mole di risparmio cinese (superiore al 40% del Pil annuo della Cina) verso i mercati azionari di Wall Street – eccessivamente dipendenti dagli investimenti sauditi – e gettare le basi per una trasformazione dei lavoratori cinesi da ‘formiche operaie’ in sprovveduti investitori in balia dei ‘mercati’. D’altro canto, l’apparato dirigenziale dell’ex Celeste Impero comprese che assecondare le richieste statunitensi avrebbe implicato la perdita del controllo sul risparmio interno, e optò pertanto per il potenziamento della Borsa Valori nazionale (situata a Shangai), ma ciò finì per gonfiare una pericolosa bolla azionaria.

I dirigenti di Pechino si sono tuttavia fortemente opposti a tutto ciò, nella consapevolezza che attuando la liberalizzazione dei cambi valutari e l’apertura dei mercati finanziari avrebbero trasformato la Cina in un’altratigre asiatica costretta a rifornirsi a ciclo continuo di dollari – e quindi a coprire in eterno i deficit Usa – per difendersi dagli attacchi speculativi degli hedge fund statunitensi e dei colossi di Wall Street.

I contorni della linea operativa che la Cina aveva deciso di seguire furono delineati nel gennaio 2013 dagli economisti Chen Yulu e Bo Hu, i quali sdoganarono per la prima volta la strategia di ‘internazionalizzazione del renminbi’, da realizzare in maniera «costante e articolata in tre fasi nel corso dei prossimi trent’anni. Nel primo decennio la Cina dovrebbe concentrarsi soprattutto sulla funzione del renminbi di regolamento internazionale dei saldi e, nel decennio successivo, accrescere la funzione del renminbi in quanto valuta di fatturazione per le transazioni finanziarie, seguita dalla realizzazione di riserve in renminbi il decennio seguente […]. Se la crescita economica della Cina supera quella degli Stati Uniti di un tasso medio annuo del 5% e la rivalutazione del renminbi prosegue a un ritmo annuo del 2-3%, si stima che la Cina avrà il Pil più grande del mondo entro il 2025. In tal caso il renminbi potrebbe raggiungere la quasi parità con il dollaro come valuta principale dopo il 2030».

All’atto pratico, la ‘internazionalizzazione del renminbi’ si è dispiegata secondo tre direttrici principali. La prima consiste nel reimpiego anche attraverso l’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib)– dell’enorme ricchezza interna sotto forma di prestiti a lungo termine necessari a mettere a punto la Belt and Road Initiative (Bri); la seconda verte sull’inclusione dello yuan nel sistema dei Diritti Speciali di Prelievo del Fondo Monetario Internazionale e la terza sulla creazione di un mercato dei future sul petrolio. A differenza delle prime due mosse, sulle quali gravano numerose incognite di carattere geopolitico destinate a renderle profittevoli nel lungo periodo, la terza è risultata fin da subito particolarmente congeniale agli interessi nazionali, non solo in ragione della sua capacità di configurare lo yuan come una via di fuga per i Paesi sottoposti a sanzioni Usa (a partire da Russia, Iran e Venezuela), ma anche in quanto suscettibile di rinforzare la capacità cinese di determinare il prezzo del petrolio in un’ottica di riduzione della volatilità sul mercato delle materie prime che, per un grande importatore come l’ex Celeste Impero, rappresenta una minaccia di notevole rilevanza.

Allo stesso tempo, nota ancora Guido Salerno Aletta, l’istituzione di un mercato dei future sul petrolio garantisce alla Cina la possibilità di trattenere capitali al proprio interno e di riutilizzare i risparmi in maniera non speculativa. Un meccanismo di segno opposto a quello che regola il processo di ‘riciclaggio dei petro-dollari’, in base al quale i proventi dell’esportazione petrolifera incamerata dalle monarchie sunnite asserragliate dietro all’Arabia Saudita vengono reinvestiti nei corsi azionari di Wall Street e più in generale nell’economia statunitense. Gli stessi sauditi, peraltro, hanno dato forti segni di inquietudine, visto che le recenti tensioni con gli Usa incentrate sull’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi sono andate a sommarsi all’incontro tenutosi nel dicembre 2017 tra il  ministro delle Finanze saudita Mohammed al-Jadaan e il governatore della People’s Bank of China Zhou Xiaochuan, i quali hanno sia discusso la possibilità di regolare il commercio bilaterale di prodotti petroliferi in yuan che preso in esame un eventuale ingresso del fondo sovrano China Investment Corporation nel gigante Saudi Aramco – si parla dell’acquisto del 5% della compagnia petrolifera saudita per un controvalore di circa 100 miliardi di dollari.

Simultaneamente, Pechino ha consolidato l’alleanza con Mosca gettando le basi per la costituzione della camera di compensazione bancaria russo-cinese Clearing House International Payment System (Chips), della quale faranno parte numerosi istituti di credito collegati tra loro per tramite della Bank of Russia e della People’s Bank of China. La misura fa seguito alle più o meno velate minacce britanniche e statunitensi di espellere Russia e Cina dalla Society for Worldwide Financial Telecommunications (Swift), la principale camera di compensazione al mondo egemonizzata dal dollaro e sorvegliata con grande attenzione dalla Federal Reserve. All’obiettivo di erodere lo strapotere del sistema dollaro-centrico conformemente al programma di ‘de-dollarizzazione’ dell’economia de elaborato da Sergeij Glazijev risponde invece la decisione di Putin di appoggiare la creazione di un sistema elettronico di pagamento nazionale simile al cinese Union Pay (secondo al mondo) e alternativo a quello vigente, gestito da Visa e Mastercard. Stesso discorso vale per la pubblica ‘sponsorizzazione’, da parte del Cremlino, di Ethereum, una moneta virtuale funzionante anche come database condivisibile per eliminare gli intermediari nei processi economici che va ad affiancarsi al più famoso Bitcoin – qualcosa di analogo ha fatto il Venzeuela, lanciando la criptovaluta Petro. A differenza delle monete statali, intrinsecamente soggette alle turbolenze dei mercati ed esposte alla speculazione internazionale, Ethereum non è manipolabile in quanto sconnesso dal sistema delle Banche Centrali.

Sull’esito che produrranno le manovre condotte da Cina e Russia per erodere lo strapotere del dollaro non è ancora possibile formulare previsioni circostanziate, ma secondo  Gal Luft, co-direttore dell’Institute for the Analysis of Global Security, il loro attivismo in ambito valutario rappresenta «un ulteriore indicatore che certifica l’inizio del glaciale, e tengo a enfatizzare la parola glaciale, declino del dollaro».

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