mercoledì, Dicembre 8

L’America democratica dal volto razzista L’assoluzione di Kyle Rittenhouse dimostra che un conto sono i princìpi formali retoricamente scritti nella pur accattivante Costituzione, altro sono i concreti comportamenti ed azioni con cui la difficile e dura vita sociale si esprime

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I can’t breathe 

(così sussurrava il cittadino americano ma di pelle nera George Floyd al poliziotto bianco Derek Chauvin il 25 maggio 2020 che lo ha ucciso volontariamente per soffocamento a Minneapolis con un ginocchio sul suo collo per 8 minuti e 46 sec. Poliziotto con ottime referenze, negli anni scorsi aveva sparato alla pancia di una ventiduenne ammazzandola. Ad oggi è sospeso ma libero dopo aver pagato 1 milione! di dollari di cauzione… poi è stato incriminato in uno dei primi processi tenuti contro poliziotti bianchi in America. Questa è l’America in apparenza democratica, che criminalizza da 400 anni gli umani neri, dalla schiavitù alla segregazione razziale, dopo aver massacrato i nativi pellerossa primi abitatori di quelle terre)

 

Come si fa a professarsi democratici e nel contempo esprimere nella vita quotidiana atti comportamenti azione razziste? Come è possibile declinare il racconto di un Paese delle opportunità e dei princìpi, oggi in discussione, di uguaglianza, equità e democrazia? Alfine, che cosa connota un Paese dove l’affermazione e la pratica della democrazia per/di tutti è una retorica contraddetta dalle discriminazioni di cui è piena la vita sociale?

Si può e l’America, va ricordato ai tanti che fanno finta che tutto vada bene senza guardare a fondo, ne è la prova. Il modello politico-istituzionale americano si fonda su una Costituzione che assicura formalmente a tutti/e il miglior dispiegamento delle proprie capacità aspettative e sogni. Come in altri regimi democratici, mentre in quelli autoritari e dittatoriali si cambiano le costituzioni, oggi la Polonia e l’Ungheria, ma poi la Cina e tante altre nazioni. Su questa narrazione gli Usa hanno conquistato prestigio, credibilità e leadership nel mondo, oggi fino a quali confini e con quali difficoltà? O forse no? Però un conto sono i princìpi formali retoricamente scritti nella pur accattivante Costituzione, altro sono i concreti comportamenti ed azioni con cui la difficile e dura vita sociale si esprime. Una nazione che ha fatto del multiculturalismo (anch’esso in crisi per altri motivi) la sua ragion d’essere, il suo stato d’animo in divenire. Non fenomeni causali né episodici, come farebbe pensare una certa stampa fin troppo acquiescente, ‘la Repubblica’, che titola il 20 novembre scorso su “Torna l’incubo razzismo”. Modo gentile per dire che gli eccessi paiono ascriversi a fatti accidentali ed episodici. Torna? Non se ne è mai andato!

Questi i fatti. Il 2020 oltre alla pandemia in America si è combattuto una quasi guerra per mandar via dalla Casa Bianca un fascista amorale come Trump. Con il 6 gennaio scorso un attacco terroristico allo Stato fomentato dal suo stesso presidente! Molti ricorderanno che il Paese l’anno scorso è stato insanguinato in molte parti dopo l’assassinio di George Floyd da parte di un fin troppo solerte poliziotto bianco che è stato, incredibile!, ritenuto colpevole di diversi capi d’accusa. Con sua somma meraviglia, per dire del livello di impunità della polizia americana che con una battuta ripetuta all’infinito prima spara poi ti chiede i documenti. Come che sia, incendi, sommosse di popolo e l’organizzazione Blake Lives Matter indice manifestazioni molto partecipate con comprensibile rabbia. Poi a fine agosto, tra altri uccisi a freddo, un poliziotto, bianco ovvio, aveva sparato 7 colpi a Jacob Blake poi paralizzandolo, a Kenosha, in Wisconsin. Risultato, incendi sommosse negozi assaltati. Arriva la Guardia Nazionale. Intanto da Antioch nella vicina Illinois, ad una trentina di chilometri dal Wisconsin, un ragazzino di 17 (diciassette) anni, Kyle Rittenhouse, decide di dover andare a Kenosha, non avendo in apparenza nessun motivo. Cosicché per stare più… sicuro (!) si arma di un fucile semi automatico Smith & Wesson M&P 15 e, come da video, si nasconde dietro le auto e spara. Poi scappa e pare che un altro si sia scagliato contro di lui pugnale alla mano. Così quello cade e spara ancora ammazzando due ragazzi di 36 e 26 anni ferendone un terzo di 27 anni. Qui le vittime sono tutte bianche. Il sospetto per Biden è che il ragazzo, come tanti in America, possa essere un suprematista bianco.

Naturalmente Trump, evidentemente sentitosi per telefono con il fascio leghista italiano quello dei decreti sicurezza con licenza di uccidere e sparare ad ogni cosa si muova, difende subito il povero ragazzo poiché, da lontano e senza sapere, è convinto che si sia difeso da un’aggressione. Esito di qualche giorno fa: il 17enne è stato assolto per, udite, legittima difesa. Due considerazioni, la prima diciamo tecnico-procedurale. La seconda è politica. Il fucile imbracciato illegalmente è passato in cavalleria perché, sconcertante per il ridicolo di quel Paese, se è vero che i minorenni non possono portare armi ciò è vero ma solo se di una misura specifica. Nel suo caso il fucile era più lungo e dunque era nei termini di legge! Giuro, non lo faccio mai, non è una mia invenzione. Incommentabile. Poi gli altri 5 capi d’accusa sono caduti perché nello Stato del Wisconsin è sufficiente che un imputato affermi di essersi sentito in pericolo per salvarsi da una condanna, qui certa essendo tutti bianchi. Pure fortunato, perché i due ragazzi che ha ammazzato essendo morti non hanno potuto testimoniare! E poi diciamo dei mali della giustizia italiana! In America è uno spasso, con leggi, norme, convenzioni assolutamente paradossali.

Finale di partita: il governatore (a proposito, lì si chiamano così non in Italia, ignorante pedestre giornalismo, qui sono presidenti di regione, che poi governino è altra questione) del Wisconsin che ha schierato la Guardia Nazionale per prevenire gli scontri, ha affermato che “il verdetto riapre ferite mai rimarginate”. Considerazioni politiche. Il secondo emendamento della Costituzione garantisce dal 1791 il diritto di possedere armi. Con il che, viene riconosciuto un diritto inviolabile al pari persino di quello del voto, peraltro sottoposto a maggiori limitazioni soprattutto negli Stati guidati da repubblicani per non far votare neri ispanici ed altre minoranze, e della libertà di espressione, anch’essa più formale che nei fatti. Questo è un residuo di antiche pratiche, di un diritto al possesso per le prime milizie cittadine formatesi nella nascente nazione americana che risale a quando le armi, lascito di quando il Paese era un far west senza leggi né tutori dell’ordine codificati, costituivano l’unico strumento di difesa di terreni case e mandrie. In una nazione dove la tutela al diritto individuale supera ogni giurisdizione collettivaOggi nonostante che l’America sia diversa nel suo tessuto sociale e giuridico permane ancora quella mentalità da bovari, sceriffi e fuorilegge (per inciso: questa mentalità trova piena trasposizione nel modo in cui gli americani trattano le questioni internazionali, a colpi di cannoni, missili, armi, squadre speciali.

L’ultimo dramma dell’Afghanistan è lì a testimoniarlo e non ne parla più nessuno degli alleati, finito tutto! Costituisce un tratto antropologico di una cultura che ritroviamo appena usciamo dalle grandi città per imbatterci in luoghi dove pare che il tempo del progresso non sia mai arrivato). Restano le parole del presidente Biden «dobbiamo riconoscere che la giuria ha parlato (forma della legge, mio). Resto impegnato a fare tutto ciò in mio potere (ovvero poco, rispetto alle legislazioni statali che sono la legge di ogni singolo Stato, mio) per garantire che ogni americano sia trattato con eguaglianza, equità e dignità davanti alle legge… Violenza e distruzione non hanno posto in democrazia». Proprio ciò che oltre le leggi formali non si è in grado di garantire con un sistema di giustizia che non riesce a tutelare ogni americano ad essere trattato con eguaglianza, equità e dignità. Nella vita sociale e nelle aule giudiziarie, dove in genere i tassi di criminalità per afro-americani ispanici ed altre minoranza sono esorbitanti rispetto ai crimini commessi da soggetti bianchi. O dove tra cavilli e norme paradossali si permettedi continuare a far prosperare una delle più potenti organizzazioni lobbistiche, quella NRA, National RifleAssociation, associazione dei produttori di armi che da decenni è tra i più generosi e munifici nell’elargire fondi ai futuri presidenti. E siamo strutturalmente ancora lì, in una nazione che oggi molto meno di ieri prova a definirsi ancora come la Grande frontiera dove ognuno che abbia un’idea può ambire al successo, alla fama, al denaro, ad essere incluso in una società che ha accolto un numero enorme di cittadini stranieri stimolati dalla Terra delle opportunità. Ma dove invero pochi ce la fanno a scapito dei moltissimi che devono cavarsela da sé, in un paese privo di assistenza economica e medica, assicurativa e sociale, al contrario della tanto vituperata Europa con un sistema di welfare, di assistenza, come il pessimo reddito di cittadinanza ha provato a fare, difeso persino da Draghi, pensato progettato e applicato in modo pessimo dai pentastallati privi di competenze. Una terra quella americana, non va assolutamente dimenticato come fanno molti, conquistata dai progenitori massacrando i nativi americani, rinchiusi in ghetti di concentramento chiamati riserve, termine di suo orribile.

Dopo aver deportato centinaia di migliaia di “negri” dall’Africa da portoghesi ed altri schiavisti. Infatti la Guerra civile fu tra chi voleva proseguire nella segregazione razziale e chi al contrario, tra molte ambiguità anche dalla parte dei “buoni” che in molti casi erano per primi schiavisti, affermava il diritto per chiunque, a prescindere da colore della pelle, etnia, religione, di poter manifestare liberamente il proprio pensiero. Dopo di che in genere ci si ferma qui nel raccontare la storia che non è per nulla cristallina come vogliono gli asserviti intellettualmente esegeti nell’elogiare una nazione che dai primi conquistatori ha fondato la sua ascesa su una durissima lotta per la sopravvivenza. Si dirà: ma non possiamo tornare sempre indietro nella Storia per criticare il presente di ogni paese. Anche vero, ma se si cominciasse, forse a scuola ed università e nei libri si proverebbe a raccontare una vicenda cui continuiamo a guardare privi di opportuni elementi critici. Ciò che farebbe bene a loro ed a noi alleati, invece di eseguire passivamente come oggi con il nuovo confronto/competizione con la Cina. Se questo è il meglio a cui dobbiamo guardare come esempio, si può comprendere lo stato di crisi comatoso in cui versa il regime democratico-liberale dinanzi ad un mondo divenuto realmente globale, dunque estremamente vario e diverso rispetto alle vecchie concezioni sulle rispettive civiltà che dividevano il mondo al proprio interno lontano tra fautori del progresso e quelli a difesa della tradizione, oggi in forte espansione. Forse una discussione seria e ponderata sullo scarto tra princìpi e realizzazioni sostanziali aprirebbe nuovi scenari. Tutti da scrivere ed interpretare. Con il solo scontro di civiltà non andremo lontani non per riscrivere il passato, pretesa ridicola come vogliono i fautori della Cancel Culture, i cancellatori di ciò che è avvenuto, per cui abbatto le statue di Cristoforo Colombo o dei generali schiavisti perché poi l’America è diventata imperialista! Infantile giochetto che non porta da alcuna parte. Ma resta che senza riflettere sul proprio passato si vive male il presente e si perde il futuro.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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