sabato, Settembre 18

L’ ’altro’ 11 settembre ed il dolore selettivo Quello del 1973, il giorno in cui il Cile democratico fu spazzato via da un colpo di Stato condotto dal generale Pinochet per l’esercito e Guzman per l’aviazione. Un golpe fomentato, pagato e strategicamente preparato dall’allora già traballante faro della democrazia mondiale, gli Stati Uniti d’America

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Non crediamo mai abbastanza

a ciò in cui non crediamo

(M. Conte S. 2004)

Prologo

Ha un significato non riuscire a spiegarsi ciò che nella vita sociale riteniamo ovvio. Il “come se” sapessimo di che cosa parliamo quando comunichiamo è viceversa operazione contrassegnata da una complessità linguistica che diamo sovente per acquisita trovando i modi e forme con cui riusciamo a comprenderci. Qualcuno che mi legge con assiduità forse lo ricorderà, o no, ma affermavo che un essere umano morto è un umano che ha chiuso con questa vita. Sia esso amico, sconosciuto, vicino, lontano, detestato, odiato, amato. Questo è il principio di una democrazia effettiva, dove ognuno vale quanto un altro, che non c’entra la farsa pentastallata dell’uno che vale uno divenuto a movimento imborghesito di potere conoscenze affari, dove uno vale l’altro, Grillo permettendo. Vero responsabile di un decadimento di cui aveva favorito l’incedere, vaffanculescamente parlando. Una ratifica dell’uomo comune privo di conoscenze, competenze, spessore, umiltà, che ha smosso fomentato e sdoganato un mondo di NO totali contro tutto. Insomma il qualunquismo al potere. Dai no vax ai no ciò che vi fa più piacere. Insomma lo so, corro il rischio di utopismo cosmico, uno che crede che in fondo “non sempre c’è del marcio in Danimarca”. Certo che in noi abitano alternative alla vita diverse, cosicché siamo buoni finché abbiamo le condizioni per esserlo, mentre i disperati non hanno un “portfolio” vario per poter scegliere. La morte affermiamo dunque essere l’unico stato dell’essere umano in cui disuguaglianze, disparità estreme, il nulla ed il tutto si ricompongono. Poi ci guardiamo dietro, volgiamo lo sguardo oltre convenzioni pregiudizi conformismi e ci appare una realtà affatto diversa. Pure il morire, ‘A Livella di Totò troppo ottimista, è percepito con simboli e ragioni su cui pesano fattori culturali, sociali, politici, ideologici. Questo che segue è un esempio significativo di ciò che di cui sto parlando e concerne il diverso e selettivo modo con cui una morte si carica di simbologie mentre un’altra viene dimenticata. Perché la Storia la scrivono sempre i vincitori. Per gli altri ci si pietizza di tanto in tanto.

Era un caldo giorno di settembre, il calendario diceva 11. Dopo bagni sole amori vari, il divertirsi la sera ed illeggere molto (unica dipendenza che non fa male, con il sapiente Bob Marley) arrivarono gli impegni. Ogni anno, con regolarità, l’11 settembre tornava, si presentava puntuale lo stesso giorno, riformulava quesiti, strazi, dolori, rabbia. Una regolarità di dolore rinnovato. Pochi telegiornali e giornali avrebbero riportato alla memoriacon nuove immagini e particolari, essendo gli strumenti del comunicare in Rete di là da venire (?). Lì non c’era da photoshoppare, brutto neologismo per una realtà modificata, manipolata, una verosimile falsificazione (?). Da lì nulla sarebbe stato men che menzognero ed ingannevole. Le immagini e quella storia sarebbero durate solo per qualche anno per poi venire inghiottite dalla storia del mondo. Qualche anno (?). Poi se ne persero le tracce, conficcate nella memoria di quei drammatici avvenimenti che cambiarono scelte e ideali di molti giovani del tempo.

Dopo aver letto i giornali ero andato nella camera piena di libri e mi ero messo a studiare, ché di lì a breve avrei dovuto sostenere un esame all’università. Un momento, ma non ero ancora all’università (?). L’avevo terminata da tempo. Studiare era un personale impegno per comprendere dinamiche e movimenti del mondo e ciò che si muoveva in quegli anni frenetici, spinti, estremi(sti), idealizzati, praticati, in Italia e di più in un mondo non ancora globalizzato come decenni dopo. Un villaggio globale. Un momento, ma di che sto parlando, a che cosa faccio riferimento? Al terribile disastro dell’11 settembre che cambiò le vite di molti come noi. Ma di quale 11 settembre parliamo? Ma sì, il terribile stupratore attacco terroristico alle Twin Towers, le Torri Gemelle lì, vicino ai docks nella mia cara New York con la Statua della Libertà attonita. Lì dove il mondo dell’Occidente vide il terrore tra noi, quel terrore sempre esportato, giunto dentro il cuore vitale del mondo libero che non sarebbe stato più uguale al passato. L’attacco alle persone ed alle sue libertà, per quanto compromesse nella realtà concreta. Ma no, sto parlando dell’‘altro’ 11 settembre e qui si spiegano i punti interrogativi. Ma come quale? Quello del 1973, il giorno in cui il Cile democratico (Giggino è il Cile non il Venezuela! Per questo è ministro degli esteri!) fu spazzato via da un colpo di Stato condotto dal generale Pinochet per l’esercito e Guzman per l’aviazione, dittatura, questa sì no vax tossici ed ignoranti non i vaccini che salvano vite, rovesciata solo nel 1989. Dove da altre parti cadevano dittature che ci intrigavano di più. Un golpe fomentato, pagato e strategicamente preparato dall’allora già traballante faro della democrazia mondiale, gli Stati Uniti d’America, per ‘difendere’ il Cile dalle pericolose idee libertarie e di sinistra praticate dal governo di Unità popolare di Salvador Allende. Elezioni politiche vinte da Allende con oltre il 40% per il rinnovo di Camera (150 seggi, potendo contare su 63 seggi) e metà del Senato (20 seggi su 50). Ed oggi, 2021, si discute ancora in Cile di sbarazzarsi della costituzione del 1980 ereditata da quella dittatura e con quella di una controrivoluzione liberista inaugurata dai militari nel 1975, su placet americano.

Insomma siamo oggi dinanzi ad un Cile con una “democratizzazione parziale ed un modello economico violento” (Gaudichaud, professore di studi latino-americani, Le Monde Diplomatique, aprile 2021). Lo stratega massimo fu il neo sottosegretario di Stato Henry Kissinger che poi fu pure insignito dal ‘libero’ consesso occidentale del Nobel per la Pace (!!!) per aver rovesciato con le armi un paese che si era liberamente dato unapropria autonoma forma di governo. Il quale oggi ultra novantenne, perché la mala erba dura di più, straparla dell’ultimissima sconfitta in Afghanistan dopo 20 anni dalla sua occupazione come dovuta per ‘imporre’ la sua arrogante visione della democrazia. Come in tanti paesi dell’America Latina pagando e fornendo armi a contras, dittatorelli locali, bande armate di destra, pur di estirpare il, per loro, insopportabile regime di “sinistra”, qualsiasi cosa significasse. Perché nella ‘democratica’ America già essere liberal è considerato segno di estremismo, figurarsi dichiararsi socialisti ed addirittura comunisti! Combattere con il comunismo qualsiasi afflato popolare e democratico in un confronto aspro con l’allora Unione Sovietica, a cui contribuì, non con una pastorale, l’osannato papa polaccoche ricordiamoci si affacciò con il dittatore Pinochet dal balcone della Moneda, questo per l’equidistanza. Di quel 1973, del suo mutamento violento sui libri di testo non censurati resta poco. Che volete che importi a qualcuno del Cile? Ed intanto sono giorni che le stampe occidentali molto conformiste ed intruppate, ché oggi tale è la libertà di espressione, profondono approfondimenti, lacrime, retoriche, dolore per le morti non cercate di coloro che si buttarono giù dalle altissime Torri o morirono nel volo Pan Am dirottato sul Pentagono. Dal punto di vista militare, i terroristi dimostrarono grande strategia e competenza. Addestrati a lungo. Il fatto è che nessuno, americani innanzi tutto, avrebbe mai pensato di poter essere attaccato, per giunta in casa loro. La stessa cosa che pensano negli anni popolazioni a noi sconosciute, in Iraq, in Afghanistan, un dì lontano in Vietnam. Che hanno, abbiamo falcidiato, bombardato, ucciso a decine, centinaia di migliaia.

Con l’avvento dei droni, inaugurati dal criminale Bush jr. e diffusi dall’osannato Obama. Ed allora, come, dove, a chi, in che modo differenzio il mio dolore? Chi ha la precedenza? I vicini sconosciuti amici americani oppure quelli musulmani che mai vedrò e frequenterò? Ai primi una palma inutile di un eroismo che non ha senso, non volevano morire ma gli è toccato per dura sorte infame della vita. O per colpe politiche ed ideologiche più grandi delle vite di comuni mortali. Gli altri no, quelli combattuti per la nostra forma di libertà, in virtù dello scatenamento di una War of Terror di cui non sapevano nulla, una guerra al terrore per uccidere terroristi fondamentalisti islamici, non per desertificare l’intero mondo musulmano. Occhio per occhio…

A scanso di equivoci, quell’11 settembre americano ricordo dov’ero e la prima cosa che tentai di fare, con il cuore in gola per le immagini strazianti, fu cercare di contattare i miei parenti a Manhattan che erano lontani dal luogo dell’attacco ma mica poi tanto al sicuro. Piansi, poi riuscii con i vecchi telefoni fissi a riuscire a comunicare e tirai un sospiro di sollievo. Io almeno non dovevo piangere la fine dei miei cari, lì in una città amata e per molti versi poco americana e molto cosmopolita. Questi i sentimenti. Poi interviene la ragione o quel che resta alla fin del giorno della nostra epoca caratterizzata dall’occultamento del raziocinio e dall’affermarsi in vetta alla classifica di un modo di scrivere la Storia che lascia vuoti interrogativi menzogne falsificazioni, tutte spacciate per il segno, ovviamente mandato da Dio, per cui l’America si sente investita della missione di dover essere faro e guida del mondo.

Questa forma di imperialismo militare economico politico appare l’esito di un ciclo che appare superato dal nuovo conformarsi del mondo a cui l’America non è riuscita a dare risposte adeguate alla trasformazione del mondo dalla vittoria nella seconda guerra mondiale e poi dalla caduta della “cortina di ferro” con l’implosione dell’Unione Sovietica. L’ho detto già diverse volte, è come se l’ordine internazionale liberale si fosse arrestato sulle macerie sbriciolate del Muro di Berlino del 1989 e lì avesse solo ratificato la sua sofferta vittoria. Senza comprendere che quella fine, tanto osannata dalla democrazia liberale come dalle destre poi difatti esplose in questi anni, avesse lasciato il mondo ‘libero’ privo di qualsiasi elemento di riflessione, strategia, progetto per cogliere l’inizio di una nuova fase, esauritasi quella del confronto muscolare bipolare tra gli anni 1947-1991 e poi la fase unipolare tra 1991 e 2008 con l’elezione di Barack Hussein Obama, chiamato poi dal fascista Trump e repubblicani sempre più estremisti, Obama bin Laden! Per dire della cultura di destra che la non più tanto, o mai, veramente democratica America va esprimendo negli ultimi 20-30 anni. Le cui ragioni e cause dispiegherò prossimamente cercando di rispondere ad un quesito cruciale: nel mondo del villaggio globale bipolarismo, unipolarismo, multipolarismo, in quale posizione deve ri-pensare il suo ruolo l’America da prima di tutto i suoi interessi o “davanti” a tutti. In sintesi, due opzioni sono sul tappeto: è ancora il secolo americano o si intravvede un confuso ordine pluri o multipolare? Intanto piangiamo con diversa enfasi morti “diversi”, stratificando pure la morte. Perché dove nasci è già parte di un destino segnato.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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