venerdì, Luglio 1

L’ Afghanistan senza il mullah Omar

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Si chiude formalmente un’epoca, si aprono molteplici e dinamici scenari

In primo luogo si impone la questione della successione. Il leader designato dalla suprema shura, l’assemblea dei capi taliban, è il mullah Mansour, numero due del movimento, storico braccio destro del defunto mullah Omar e disponibile a un processo negoziale finalizzato a un accordo con il Governo afghano. Ma questo non significa che la leadership del movimento in Pakistan, né i comandanti operativi in Afghanistan, siano disposti ad accettare una nomina che non ha incluso tutte le parti in causa (in particolare i secondi). Al contrario, molti sarebbero gli indicatori di un quadro tutt’altro che definito, a cominciare dalle dichiarazioni apparse sul sito web dei taliban e facenti riferimento all’inconsistenza di un qualunque processo di pace che possa coinvolgere il governo afghano.

Il secondo fattore, che discende dal primo (la successione), è dato dalla capacità della leadership taliban nel riuscire a mantenere unito il fronte insurrezionale, senza che il cambio al vertice del movimento possa portare a ulteriori frammentazioni e all’insorgenza di nuove conflittualità. Anche in questo caso alcuni indicatori suggerirebbero sviluppi non certo favorevoli, a partire da alcune dichiarazioni di comandanti taliban disposti a continuare a combattere. In particolare, il vertice della componente militare del movimento, il mullah Qaum Zakir, così come Tayeb Agha, capo dell’ufficio politico dei taliban in Qatar, così come il mullah Habibullah, membro della shura di Quetta: correnti interne al movimento che insistono per un passaggio pieno dei poteri al figlio del mullah Omar, Yaqoob, accusando al tempo stesso i circoli pro-pakistani di voler imporre la leadership del mullah Mansour.

Infine, un terzo fattore che deve essere considerato è dato dalle spinte esogene sul processo, in corso già da tempo, di frammentazione del fronte insurrezionale; si tratta di spinte e dinamiche riconducibili alla diffusione del fenomeno Daesh/ISIS e al ruolo che questo saprà crearsi in Afghanistan e, in generale, nel sub-continente indiano. Alcuni ex-comandanti taliban hanno già aderito alla nuova realtà insurrezionale, alimentando processi di scissione più o meno significativi e, di conseguenza, innalzando il livello di conflittualità intra e inter-movimento, così come dimostrato dai numerosi episodi di scontri tra gruppi rivali e all’aumento di azioni ‘spettacolari’ finalizzate ad attirare l’attenzione mediatica e il conseguente riconoscimento da parte di Daesh/ISIS, e relativo supporto.

 

I rischi e le dinamiche di un’insurrezione afghana fuori controllo

Se da un lato la prosecuzione del dialogo negoziale  -fortemente voluta dal Presidente afghano Ashraf Ghani– e l’apertura a un processo di power-sharing inclusivo dei taliban (un riconoscimento de jure del potere conquistato de facto sul campo di battaglia e la spartizione sostanziale del paese e delle sue risorse) può spingere una parte del fronte insurrezionale a continuare la lotta (in contrapposizione all’altra disponibile a condividere il potere con il governo afghano), dall’altro si impongono alcune dinamiche conseguenti alla successione del mullah Omar:

  • In primo luogo l’assunzione del potere da parte di una leadership propensa al dialogo negoziale. Uno sviluppo che potrebbe provocare una polarizzazione delle correnti favorevoli/contrarie a un processo di pace ormai in corso al cui interno il Pakistan è alla ricerca di un ruolo di primo piano.
  • Vi è poi il concreto rischio di scissione e di ulteriore divisione del fronte insurrezionale taliban dell’Emirato islamico  -principale gruppo insurrezionale-, e della componente taliban autonoma; ciò si concretizzerebbe in in competizione e scontro aperto tra le parti.
  • Infine, si impone il rischio di trasformazione del conflitto, da guerra di tiponazionale’ (la resistenza dei mujaheddin afghani) a guerraglobale’ (scontro ideologico sostenuto e alimentato da Daesh/ISIS); ciò potrebbe precipitare l’Afghanistan in quel processo conflittuale di maggiore rilevanza che sta infiammando l’intero arco del Grande medio-oriente.

In tale quadro vanno a sommarsi ulteriori elementi dinamizzanti in grado di influire in maniera significativa sugli sviluppi conflittuali dell’Afghanistan e con influssi sull’intera area regionale. In primis, la penetrazione incontrastata di soggetti affiliati a Daesh/ISIS di cui si è fatto cenno; fonte di preoccupazione del Governo afghano e degli Stati Uniti tanto da indurre le due parti a concordare un rallentamento del ritiro delle truppe combattenti (e non) dal suolo afghano e il mantenimento di un significativo contingente di forze speciali con funzione di contro-terrorismo.

Siamo ben lontani dal poter affermare che l’impegno in Afghanistan sia davvero giunto al termine.

 

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