venerdì, Luglio 30

L’ Afghanistan senza il mullah Omar

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Il mullah Mohammad Omar, leader dei taliban dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, sarebbe morto nell’aprile 2013, probabilmente in Pakistan. Il mullah Akhtar Mohammad Mansour lo ha formalmente sostituito, essendo stato designato quale suo successore; al suo fianco ci sarà Sirajuddin Haqqani, comandante della cosiddetta ‘Haqqani network’ vicina ad al-Qa’ida, e figlio del defunto Jalaluddin Haqqani, storico mujaheddin e figura di spicco della galassia taliban. Questi i fatti, ma alcune dinamiche rimangono indefinite, così come incerti sono i possibili scenari futuri; quel che è certo è che la morte del mullah Omar è un fatto significativo, certamente sul piano politico e su quello simbolico.

Alcuni dubbi rimangono  -ad esempio: ‘è morto o è stato ucciso?’; o ancora: ‘perché si è saputo solo ora?’- ma ciò che emerge chiaramente è la volontà dei taliban di mantenerne vivo il mito, nonostante la sua assenza e, prima di questa, la sua possibile marginalizzazione politica all’interno dello stesso movimento di cui sarebbe rimasto ispiratore e guida spirituale. Ma ciò che si impone in questo momento in termini di priorità, al di là delle valutazioni su ciò che ha rappresentato il mullah Omar, è come e per quanto tempo ancora la nuova leadership sarà in grado di mantenere unito il variegato fronte insurrezionale afghano.

Una risposta può essere letta nel ritardo della comunicazione dell’evento; un ritardo consapevolmente e opportunamente ricercato al fine di non provocare cedimenti strutturali di un’organizzazione insurrezionale che, da sempre, è tutt’altro che stabile e coesa. Due anni sarebbero trascorsi dalla morte del capo supremo dei taliban, colui che ha ispirato la spietata ed efficace resistenza a un’occupazione statunitense che, a distanza di 14 anni, non ha cessato di essere l’elemento destabilizzante di un’intera area regionale e i cui riflessi si ripercuotono a livello globale.

Ma la tempistica dell’informazione appare sospetta. Almeno guardando dal punto di vista di chi sostiene il dialogo negoziale con il Governo afghano, poiché risponde all’opportunità di quella parte del movimento contraria al dialogo negoziale. E proprio l’annuncio della morte del leader taliban metterebbe a rischio l’auspicato processo di pace (bastino, a riprova, gli ultimi eventi di ieri) poiché ciò porrebbe in condizione di svantaggio la parte propensa all’accordo, mentre chi sostiene l’idea di proseguire il confronto sul campo di battaglia ne trarrebbe un vantaggio sostanziale, allontanando la possibilità di un compromesso che precluderebbe alcuni benefici, tra i quali anche i proventi derivanti dal narcotraffico  -e la collaborazione con la criminalità transnazionale- e l’accesso a fonti di finanziamento: vantaggi che una condizione di guerra cronica è invece in grado di garantire.

La notizia della morte del Omar è, dunque, ufficialmente confermata, sia dagli stessi taliban  -che in precedenza l’avevano più volte smentita- sia dal Governo afghano. Un fatto –la morte-, e la successiva diffusione della notizia, che si inseriscono nel più ampio processo negoziale e che potranno influire in maniera significativa su di esso.

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