martedì, Gennaio 18

L’ Afghanistan e la sua battaglia d’inverno La silenziosa morte per fame dell'Afghanistan nello scontro tra talebani e comunità internazionale sta diventando un problema politico per tutto l'Occidente. Gli afgani hanno fame e stanno morendo, ma gli occidentali non staranno bene

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A oltre 4 mesi da quel 15 agosto che ha visto i talebani tornare alla guida dell’ Afghanistan dopo 20 anni, il Paese è in preda alla fame. I più timidi parlano di un Paese ‘sull’orlo del collasso’, i più audaci di un ‘Paese collassato’. Come si misuri esattamente un collasso strutturale probabilmente nessuno lo ha mai definito, i dati però sono perentori.
Le strutture sanitarie sono a pezzi, su 3.135 censite nel 2018 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, si stima abbiano chiuso in 2.500. E in quelle rimaste funzionanti mancano medicinali, dispositivi sanitari, elettricità, cibo.
L’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), ha affermato che
quasi 19 milioni di afgani vivono nell’insicurezza alimentare. Secondo un rapporto congiunto del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (WFP) e dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, causa «una combinazione devastante di siccità, conflitto e collasso economico», quest’ultimo causato dalla fulminea conquista dell’Afghanistan da parte dei talebani a metà agosto e la successiva sospensione della maggior parte degli aiuti internazionali, tale numero dovrebbe salire a circa 23 milioni entro questo inverno, con 8,7 milioni prossimi alla carestia (la popolazione afgana è stimata in 38milioni circa nel 2019). Il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) stima che entro metà del prossimo anno il 97% degli afghani scenderà al di sotto della soglia di povertà.
Anche prima del ritorno dei talebani la povertà e l’insicurezza alimentare erano molto diffuse, a causa di anni conseggutivi di siccità che hanno distrutto i raccolti, declino economico, decenni di conflitto e poi pandemia. La povertà era comune nelle aree rurali del Paese. Ora la situazione è velocemente peggiorata, la povertà è arrivata in città10 su 11 delle aree urbane più densamente popolate dell’Afghanistan stanno affrontando livelli di emergenza di insicurezza alimentare, ha avvertito Deborah Lyons, capo della missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan- e coinvoge anche quella che era la classe media, a partire dai dipendenti pubblici, da mesi senza stipendio. In tutto il Paese, le famiglie vendono tutto quello che è rimasto loro, dai vestiti, ai mobili, al bestiame, per non parlare delle case e dei terreni. E quando non c’è più altro da vendere, si vendono i figli, o meglio, le figlie, come spose bambine.
A quei 97% di afgani che stanno morendo di fame, poco importa se il Paese è collassato o sta per collassare. Il WFP aveva già avvertito a settembre che l’Afghanistan era «sull’orlo del collasso economico». Era stato chiaro fin dai giorni immediatamente successivi al 15 agosto che il blocco degli aiuti internazionali e la contestuale impossibilità da parte dei talebani di trovare risorse alternative, in un Paese le cui casse erano già vuote prima del loro arrivo, avrebbe avuto come risultato la fame per la quasi totalità della popolazione.

 

La Banca centrale afghana ha circa 10 miliardi di dollari in attività negli Stati Uniti che, per ora, sono inaccessibili ai nuovi governanti dell’Afghanistan, la Federal Reserve di New York ha bloccato l’accesso al conto della banca centrale afghana. In base alle sanzioni antiterrorismo imposte dagli Stati Uniti ai talebani, è illegale impegnarsi in transazioni finanziarie con loro. Il Fondo Monetario Internazionale ha congelato l’accesso al Paese alle sue riserve per un valore di 440 milioni di dollari. Un Paese che da anni è vissuto esclusivamente grazie all’apporto finanziario internazionale, che ha ricevuto più di 15 miliardi di dollari in aiuti internazionali di recente, nel 2016, sta ora cercando qualche centinaio di milioni di dollari da organizzazioni come l’UNDP, la Banca mondiale e l’Unione europea per poter almeno sopravvivere.
Quello che sta succedendo è che
le sanzioni internazionali ai talebani stanno bloccando il flusso cruciale di aiuti in un Paese che storicamente ne è stato dipendente.
Basti un dato: l’anno scorso gli Stati Uniti hanno fornito all’Afghanistan 3,95 miliardi di dollari di aiuti esteri, di cui circa due terzi sono stati assistenza di sicurezza per la lotta dell’ex governo contro i talebani. L’aiuto umanitario degli Stati Uniti per il Paese e per i rifugiati afgani nella regione ha raggiunto quest’anno quasi 474 milioni di dollari.

Alla miseria di milioni di cittadini afgani, si aggiunge quella di migliaia di profughi, che per la gran parte provengono dall’area tribale del Pakistan del Waziristan.
Sono arrivati nel Paese da qualche anno, in seguito a «un’operazione militare su larga scala che l’Esercito pakistano ha lanciato nell’estate 2014 in Waziristan e che ha provocato lo sfollamento di migliaia di persone», racconta un
reportage di ‘The Diplomat‘, e, in lingua pashtu, li chiamano ‘Muhojerin’. «In mezzo all’azione militare del Pakistan, molti sono fuggiti oltre il vicino confine conteso verso la provincia afgana di Paktika, ritenendo il Paese vicino, nonostante fosse anch’esso devastato dalla guerra, più sicuro; almeno rispetto alla loro patria in Waziristan. Barmal, il distretto di Paktika dove si stabilirono molti profughi dal Waziristan, è, come il Waziristan, abitato prevalentemente da membri della tribù Wazir. Ciò ha facilitato la fuga dei wazir pakistani a Barmal, poiché il conteso confine afgano-pakistano risalente all’epoca coloniale non è mai riuscito a separare i wazir e le altre tribù pashtun a cavallo della frontiera». Il numero esatto di questi profughi non si conosce, quale migliaio, probabilmente all’incirca 10mila.

Anche questi rifugiati pakistani, come il resto della popolazione del Paese, sono sopravvissuti fino ad ora quasi esclusivamente grazie agli aiuti alimentari distribuiti dal World Food Programme (WFP). Il lavoro non c’è, ad esclusione di quale attività informale, come il taglio del legname da vendere poi in tutto il Paese, attività che ora il regime talebano ha reso impossibile, così la jihad può essere un escamotage per provare a sopravvivere.
Diversi rifugiati sono armati, afferma ‘The Diplomat‘. E molti sono morti nei mesi e anni scorsi per l’Emirato, ovvero i talebani afghani. In Afghanistan «la parola ‘muhojerin’ non è usata solo per riferirsi a veri e propri rifugiati, ma anche come eufemismo per jihadisti stranieri che risiedono e combattono in Afghanistan, siano essi pakistani o altro». I talebani in generale hanno a lungo affermato di non ricevere denaro e di servire solo Dio e il loro popolo; «questo è, tuttavia, solo superficialmente vero. Sebbene sembri davvero che i talebani non paghino regolarmente i loro uomini, una ricerca ha dimostrato che i talebani, oltre a vitto e alloggio gratuiti, ricevono stipendi in contanti più o meno regolari che di solito chiamano ‘regali’» .
«Non è stato possibile determinare dove i talebani ottengano i soldi per tali ‘regali’ o il cibo e il carburante che acquistano, se non li prendono o non li ricevono gratuitamente dai civili. Tuttavia, è molto probabile che derivi da un mix di flussi di finanziamento leciti e illeciti». Così, è chiaro che «la prospettiva di ricevere vitto e alloggio gratuiti e pagamenti irregolari potrebbe attirare più rifugiati pakistani a Barmal» a mettersi a disposizione dell’Emirato. Insomma, i profughi possono trasformarsi in manovalanza a buon prezzo per l’Emirato o altre organizzazioni dell’ambiente jihadista, quali Tehrik-e Taleban Pakistan, o Hafiz Gul Bahadur.
Il Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP) è un’organizzazione ombrello di diversi gruppi jihadisti pakistani, spiega ‘The Diplomat‘, il Gruppo Hafiz Gul Bahadur è un gruppo jihadista operante separatamente dalle aree tribali pakistane che, secondo alcuni analisti, era in passato legato al TTP. In ogni caso, «entrambi i gruppi hanno programmi jihadisti incentrati sul Pakistan e mentre il TTP ha recentemente avuto colloqui con il governo pakistano per esplorare una soluzione pacifica al loro conflitto, le possibilità che ciò riesca sono più che fragili. Infatti, dopo un mese di cessate il fuoco terminato il 9 dicembre, il TTP ha ripreso ad attaccare, accusando il governo pakistano di non aver mantenuto diverse promesse di ulteriori negoziati. Secondo alcune fonti interpellate dalla testata, Tehrik-e Taleban Pakistan avrebbero lasciato la regione in quanto l’Emirato dei talebani afghani «non consente a nessuno che potrebbe minacciare altri Paesi, di rimanere in Afghanistan», il che sarebbe congruo alle garanzie antiterrorismo che i talebani hanno dato agli Stati Uniti in uno storico accordo firmato il 29 febbraio 2020. Ma questo non annulla il problema.
Altri rifugiati potrebbero ingrossare le fila dei jihadisti in armi presenti in Afghanistan, sia pure per convenienza più che per convinzione. Il che, si fa notare, è una minaccia non solo per l’Afghanistan ma anche per gli altri Paesi confinanti, proprio il pericolo contro il quale la comunità internazionale ha più volte richiesto garanzie al governo talebano. E, secondo il reporter di ‘The Diplomat‘, tra gli uomini oggi armati che si aggirano nella regione, non manca il desiderio di rovesciare la Repubblica pakistana come i talebani afghani hanno rovesciato la Repubblica afghana.

 

Il più grande ostacolo che si frappone alla salvezza dalla fame di milioni di afgani è che i donatori internazionali, che in precedenza avevano mantenuto il governo afghano a galla e la sua popolazione viva, sono riluttanti a soddisfare l’esigenza umanitaria per paura che gli aiuti che forniscono vadano in realtà a sostenere i talebani, non la popolazione.
Gli Stati Uniti hanno unpercorsoper consentire esenzioni umanitarie sulle sanzioni, che consentirebbe di fornire aiuti direttamente ai bisognosi nonostante i limiti posti al governo o a singoli leader talebani sanzionati per terrorismo. Tale meccanismo non lo hanno le Nazioni Unite, né lo hanno molti degli altri Paesi che un tempo fornivano aiuti all’Afghanistan.
Mercoledì, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha emesso nuove disposizioni per consentire una maggiore assistenza umanitaria all’Afghanistan. Si tratta di tre esenzioni che consentono al governo degli Stati Uniti, alle organizzazioni internazionali e alle ONG di fare affari con i talebani e la rete Haqqani nel corso delle loro normali attività senza violare le sanzioni statunitensi esistenti. Le attività consentite includono aiuti umanitari, programmi che promuovono i diritti umani e lo stato di diritto, il buon governo e la trasparenza e la protezione dell’ambiente.
Le misure esentano i
gruppi di aiuto dalle severe sanzioni economiche imposte ai talebani prima che prendessero il controllo del governo e strangolassero l’economia afgana sotto la loro guida.
Alcuni
diplomatici e attivisti hanno affermato che l’allentamento delle restrizioni potrebbe non essere sufficiente per salvare il Paese. Allo stesso tempo, alcuni repubblicani hanno affermato che l’Amministrazione Biden ha rischiato, con questa decisione, di legittimare e persino finanziare i leader talebani.
I funzionari dell’Amministrazione Biden, fanno notare gli osservatori americani, tra i quali il ‘
New York Times‘, hanno lavorato «per affrontare i terribili bisogni umanitari senza dare potere ai talebani», si afferma. Problema comune a tutti i Paesi donatori: sostenere la popolazione ma fare in modo che questo non giovi ai talebani.
Altre aperture si sono viste in questi giorni. La Banca Mondiale ha affermato che i donatori del Fondo fiduciario per la ricostruzione dell’Afghanistan trasferiranno 280 milioni di dollari all’UNICEF e al Programma alimentare mondiale entro la fine dell’anno per fornire aiuti umanitari.
Il Dipartimento del Tesoro americano questo mese ha rilasciato una licenza che consente di inviare pagamenti personali di rimesse alle persone in Afghanistan. E gli Stati Uniti, sempre mercoledì, hanno annunciato che avrebbero donato un altro milione di dosi di vaccino contro il Covid-19 all’Afghanistan, portando il contributo totale degli Stati Uniti a 4,3 milioni di dosi».
Domenica, i Paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (OIC) hanno tenuto una conferenza a Islamabad e hanno deciso di istituire un fondo fiduciario umanitario (il cui importo non è stato reso noto) che, attraverso la Banca islamica per lo sviluppo (IDB), collaborerà con le Nazioni Unite per far fronte all’emergenza in Afghanistan senza trattare direttamente con i talebani.
Meglio di niente, ma giusto qualche goccia nell’oceano di disperazione. I fondi internazionali che sono stati promessi sono solo una frazione dei 9,5 miliardi di dollari dei beni congelati dell’Afghanistan. E quei fondi vengono convogliati a organizzazioni internazionali che già lavorano in Afghanistan, secondo le dichiarazioni dei governi degli Stati Uniti e dell’UE, il che significa che il denaro non è accessibile alle banche o al pubblico afghano. Martin Griffiths, il coordinatore dei soccorsi di emergenza delle Nazioni Unite, ha affermato che l’Afghanistan non supererà l’inverno solo con gli aiuti di emergenza. «La necessità di liquidità e stabilizzazione del sistema bancario è ora urgente, non solo per salvare la vita del popolo afghano, ma anche per consentire alle organizzazioni umanitarie di rispondere».

 

La situazione resta grave, perchè alla base vi è un problema politico e un gravame ideologico, oltre allo scontro che si sta cristallizzando tra i talebani e la comunità internazionale. E lo si è visto in sede ONU, quando una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite proposta dagli USA, volta a fornire garanzie legali perchè gli aiuti umanitari possano essere consegnati in Afghanistan senza timore di violare le sanzioni delle Nazioni Unite, ha incontrato la resistenza di Cina e Russia, che hanno contestato l’interpretazione giuridica che circonda la fornitura di aiuti umanitari, spiega ‘Foreign Policy‘. Stati Uniti e Regno Unito erano favorevoli a un’esenzione umanitaria per fornire aiuti all’Afghanistan in questo momento, Cina e Russia hanno sostenuto che un’esenzione non sarebbe stata necessaria perché le sanzioni si applicano solo agli individui, non al governo, anche se quel governo è attualmente gestito da individui sanzionati. Intanto si è aggiunto il rifiuto di alleati USA come Gran Bretagna e Francia, che lunedì hanno bloccato l’approvazione di una bozza degli Stati Uniti che avrebbe concesso al governo talebano una esenzione umanitaria a tempo indeterminato dalle sanzioni. La posizione europea, sostenuta da Estonia e India, rifletteva la preoccupazione che la leadership talebana potesse abusare dell’esenzione dagli aiuti, indirizzando l’assistenza ai loro alleati politici ed etnici. Questi Paesi hanno sostenuto che era necessario mettere un limite di tempo per l’esenzione degli aiuti in modo da poter verificare il rispetto delle regole, e conservare la capacità di reintrodurre le sanzioni, se necessario. Infine, mercoledì, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha votato all’unanimità per l’adozione di una risoluzione redatta dagli Stati Uniti che prevede l’esenzione umanitaria permanente alle sanzioni talebane, ponendo fine a settimane di tesi negoziati che a volte hanno messo gli Stati Uniti contro la Cina e i propri alleati europei.

Foreign Policy‘ fa notare le «forti differenze di vedute tra le 15 Nazioni del Consiglio, che avevano opinioni diverse sui rischi di premiare i funzionari talebani sotto le sanzioni delle Nazioni Unite che ora ricoprono posizioni critiche nelle agenzie governative responsabili della risposta alla crisi umanitaria. Gran Bretagna e Francia volevano mantenere il potere di revocare le sanzioni se i talebani avessero abusato delle nuove esenzioni, ma gli Stati Uniti hanno accettato l’esenzione a tempo indeterminato per garantirsi il sostegno cinese, una mossa che il diplomatico francese Sheraz Gasri ha definito un ‘errore’» .
Tra i risultati di questo guerreggiare politico c’è che l’Afghanistan – e le agenzie umanitarie che stanno cercando di mantenere in vita gli afgani – non ha ancora quasi accesso al denaro che potrebbe salvare vite umane. Il sistema bancario è catatonico e i bonifici sono un ricordo del passato. Questo costringe le organizzazioni umanitarie a ricorrere a misure informali come i cambiavalute, o ‘hawalas’, solo per mantenere le loro operazioni in corso».
Serve un sistema bancario funzionante, e un pacchetto di stabilizzazione economica, come ha sottolineato David Miliband, presidente e amministratore delegato dell’International Rescue Committee.
Tre ex comandanti militari statunitensi in Afghanistan e diversi ex ambasciatori e altri funzionari questo mese hanno firmato una
lettera, pubblicata dall’Atlantic Council, invitando l’Amministrazione Biden a mostrare «il coraggio di agire» e accelerare i passi creativi per sostenere l’economia afghana e sfamare gli affamati senza favorire i talebani. «Riteniamo che gli Stati Uniti abbiano un interesse reputazionale e un obbligo morale nell’unire vigorosamente gli sforzi per aiutare il popolo afghano a preservare almeno alcuni dei guadagni sociali ed economici ottenuti negli ultimi 20 anni», hanno scritto gli autori.
I talebani da parte loro hanno chiesto un rapido soccorso internazionale sottolineando che questo è anche nell’interesse dell’Occidente. «L’impatto dei fondi congelati è sulla gente comune e non sulle autorità talebane», ha detto domenica il vice ministro degli esteri dei talebani, Sher Mohammad Abbas Stanikzai. Stanikzai ha avvertito che se la situazione politica ed economica non cambia, i rifugiati afgani si riverseranno nei Paesi vicini e in Europa. Gli analisti ipotizzano che già ora mezzo milione di persone dall’Afghanistan, attraverso l’Iran, cercheranno di raggiungere l’Europa. E se ne aggiungerebbero altri. Uno scenario del genere sarebbe un colpo pesantissimo per i Paesi europei.
La crisi umanitaria in Afghanistan, dunque, è un problema che è da risolvere velocemente non solo per gli afgani, ma anche per europei e americani. La crisi in Afghanistan è un problema dell’Occidente. E i talebani lo sanno bene, anche per questo resistono alle pressioni americane e europee rifiutando qualsiasi compromesso o cessione alle richieste. Stanno provando a ignorare la crisiNessuno morirà di fame perché non c’è carestia e le città sono piene di cibo», ha detto il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid- e tenere duro cercando di far capitolare la comunità internazionale e assicurarsi i fondi per la sopravvivenza della popolazione -non importa in quali condizioni- e la tenuta dell’Emirato. E’ la battaglia d’inverno tra talebani e Occidente, sulla pelle degli afgani -ora, e degli europei poi.

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