martedì, ottobre 23

L’ aborto in Sudamerica Un resoconto sulla situazione in America del Sud

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“Gli ombrelloni sono chiusi e le sdraie / un’altra estate che se ne va / e io mi ritrovo qui, da solo / a pensare all’aborto”. Con queste parole, Elio e le Storie Tese aprivano una fra le canzoni meno note, dal titolo ‘Gomito a gomito con l’aborto’. Al di là dell’apparente natura scherzosa della canzone, scopo del gruppo era quello di esorcizzare questa parola, attraverso la sua ripetizione ossessiva e fuori contesto: la parola ‘aborto’ spaventa e non c’è possibilità di discuterne, rimanendo così arroccati sulle proprie posizioni. Solo una volta addomesticata e, così, normalizzata, una volta messe da parte le paure, è possibile affrontare il problema.  

Nonostante che siano passati quasi trent’anni da quella la canzone, l’aborto è un tema più che mai vivo, ancora oggi, nel 2018. In Argentina è al centro di un dibattito che sta letteralmente occupando la scena politica e l’attenzione dei media. Nonostante sia uno dei Paesi più progressisti del Sudamerica, infatti, il tema dell’aborto rimane una delle questioni più delicate e controverse. Da un punto di vista legislativo, infatti, l’aborto è garantito solo in casi estremi: una donna può interrompere la gravidanza solo se questa è frutto di uno stupro o se rischia di mettere in pericolo la vita della futura mamma. In altri casi, esso è severamente vietato: l’interruzione indotta della gravidanza viene considerata alla stregua di un omicidio, come dimostra il caso di una donna che, nel 2015, accusata di aver abortito volontariamente, è stata condannata alla pena del carcere. Oltre agli oggettivi limiti imposti dalla legge, sussistono forme di resistenza alla sua applicazione: ragioni culturali e sociali rendono ancora più difficile l’accesso a queste forme di assistenza medica, ritenuta, da alcuni, immorale.

Ma se su queste ultime ragioni non si può intervenire, se non con una lunga e paziente campagna di sensibilizzazione e con un calmo e profondo dibattito, si può invece operare per la creazione di una legge che ampli le possibilità di accesso all’aborto. A tale scopo era quindi pensata una legge discussa negli ultimi mesi in Parlamento. Dopo anni di proteste e richieste, promosse da movimenti di ispirazione femminista come ‘Ni una menos’ o ‘Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal Seguro y Gratuito’, la Camera ha approvato, nel giugno scorso, una legge che prevedeva l’accesso gratuito, sicuro e garantito all’interruzione di gravidanza entro la quattordicesima settimana alle donne che ne avessero fatta richiesta, con possibilità di andare oltre in caso di stupro, rischio per la vita della donna e gravissime malformazioni nel feto. Una legge decisamente all’avanguardia per l’intero continente sudamericano: l’Argentina sarebbe stato solo il terzo Stato a poter disporre di una simile legge, dopo Cuba e Uruguay. Mancava solo il passaggio fondamentale al Senato che, tuttavia, nella giornata di ieri ha respinto la legge, con 38 voti contrari contro 31 favorevoli. E, in Argentina, una legge respinta dal Senato non può essere riproposta prima di un anno.

Il problema è che rendere l’aborto illegale non significa, ipso facto, impedirlo. In mancanza di dati ufficiali, si stima che in Argentina ogni anno si pratichino circa 500 mila interruzioni di gravidanza, praticati in condizioni precarie da un punto di vista igienico-sanitario. In queste condizioni, l’aborto è la prima causa di morte di donne in gravidanza, specialmente nelle regioni più povere e più conservatrici. L’espressione politica di queste resistenze sono quelle forze politiche, fra cui alcune di ispirazione cattolica, che hanno votato a sfavore al Senato. E questo nonostante il Presidente argentino Mauricio Macrì, contrario all’aborto, abbia più volte annunciato che non avrebbe opposto il proprio veto nel caso in cui questa legge fosse passata. Gli oppositori sostengono, malignamente ma non troppo, che l’apertura a questo dibattito sia stata una ghiotta occasione colta da Macrì per distrarre l’opinione pubblica sulla grave crisi economica che sta attraversando il Paese.

Questa è dunque l’attuale situazione in Argentina: il dibattito (e le polemiche conseguenti) è destinato a continuare. Ma cosa accade negli altri Stati del Sudamerica? La questione è calda anche in Brasile: anche nel grande Stato di lingua portoghese si stanno vivendo ore concitate. Come in Argentina, qui l’interruzione di gravidanza è legale solo in caso di stupro e pericolo per l’incolumità per la donna ed è, inoltre, previsto, in caso di anencefalia fetale. È al vaglio l’approvazione di una legge che lo consentirebbe entro le 12 settimane di gravidanza: la risposta della Corte Suprema Federale dovrebbe arrivare verso fine mese. Anche qui, però, ci sono resistenze di tipo culturale e sociale: la Chiesa si è espressa con forza contro questa legge, così come è accaduto in terra argentina, e anche a Brasilia si innesta nel contesto di crisi economica e politica. La battaglia sull’aborto diventa così uno dei tanti fronti aperti nello scacchiere politico-istituzionale nazionale.

L’Uruguay rese illegale l’aborto nel 1938 e solo negli ultimi decenni, a causa del gran numero di aborti clandestini (si è arrivati a una stima di 20 mila all’anno, in un Paese di circa 3 milioni di persone), l’interruzione di gravidanza è stata depenalizzata, resa legale entro le 12 settimane (14, in caso di stupro), a patto che la donna segua un particolare iter, che prevede un consulto specialistico di un equipe composta da tre medici (di cui, secondo la legge, uno obiettore – postilla subito eliminata), al quale seguono cinque giorni di riflessione: passati questi, la donna può essere sottoposta all’intervento.

Di Cuba si è già accennato: anche se non propriamente sudamericano da un punto di vista strettamente geografico, l’isola può disporre su una delle leggi più avanzate sotto questo punto di vista. Ma non è la natura socialista del regime cubano a rendere l’isola progressista in tal senso. Nell’alleata e politicamente vicina Venezuela, per esempio, l’aborto è considerato illegale, tranne nel caso di minaccia alla vita o alla salute della donna. Contrariamente, la pena prevista è il carcere.

In Ecuador e Colombia la situazione è molto simile: l’interruzione di gravidanza è ammessa solo in caso di pericolo di vita per la donna, in caso di stupro e nel caso di gravi malformazioni al feto. In caso contrario, la donna e il medico sono condannabili al carcere.

L’argomento è sempre molto caldo e il dibattito rimarrà sempre acceso. Il caso come quello argentino, se rivelatosi momentaneamente fallimentare nell’esito, ha avuto il merito di aver riacceso i riflettori su un diritto mai troppo ricordato: quello alla scelta.

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