giovedì, Ottobre 21

Kurdistan siriano sì, Stato curdo no

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A febbraio 2016 la situazione si è però surriscaldata sull’altro fronte, nel cantone curdo-siriano di Afrin (quello più occidentale e ancora separato dagli altri). L’aviazione russa e le truppe governative siriane a inizio mese hanno spaccato in due il corridoio di rifornimenti ribelli che dalla Turchia portava ad Aleppo (vedasi la cartina a lato), rompendo l’assedio all’enclave lealista di Zahraa, e i curdi hanno approfittato del momento di debolezza dei ribelli filo-turchi per avanzare (anche loro supportati da aviazione russa e con una tregua de facto con le forze di Assad) da ovest verso est, conquistando alcuni villaggi e soprattutto la base aerea di Menagh.

 

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Il corridoio ribelle in verde – prima che venisse interrotto dall’offensiva lealista – e la sacca di Zahraa in rosso, fedele ad Assad (in giallo, alle spalle di Zahraa, il cantone di Afrin sotto controllo curdo)

 

Questa volta la reazione della Turchia non si è fatta attendere. Il 12 febbraio l’artiglieria turca ha iniziato a martellare le postazioni curde nel cantone di Afrin, soprattutto nelle aree appena sottratte ai ribelli filo-turchi. Si è anche temuto che stesse per cominciare un’azione di terra, visti i movimenti di truppe turche a ridosso del confine, ma per ora non è ancora accaduto. La controffensiva di Ankara, tuttavia, non è riuscita a impedire ai curdi di conquistare parte rilevante di quel che rimaneva del corridoio ribelle (trasformato dalla vittoria del regime a Zahraa in una ‘sacca’), in particolare la città di Tel Rifaat (vedi cartina a lato). Ora in mano ai ribelli filo-turchi rimane solo la città di Azaz e, se non verrà ribaltato il piano inclinato che vede curdi e lealisti all’offensiva con l’aiuto dei russi, è probabile che venga presto conquistata dalle Sdf.

 

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In verde quel che resta del corridoio ribelle, ora una ‘sacca’, conquistato a sud dall’avanzata lealista (in rosso) e più a nord da quella curda (in giallo)

 

A fronte di questa rapida evoluzione del quadro bellico si aprono due possibili macro-scenari: nel primo la Turchia decide di intervenire direttamente nella guerra siriana (magari insieme ad altre potenze sunnite, come l’Arabia Saudita) per tutelare i propri interessi; nel secondo Ankara protesterà (magari ottenendo da Washington delle rassicurazioni o delle contropartite) ma non sarà in grado di impedire l’unificazione della Rojava.

Il primo scenario è ritenuto da molti analisti estremamente pericoloso e, auspicabilmente, poco probabile. La Turchia esporrebbe, infatti, i suoi uomini agli attacchi della Russia -che dopo aver installato il sistema di contraerea S-400, in seguito all’abbattimento di un suo jet per mano turca, ha la supremazia nei cieli di Siria-, delle forze lealiste di Bashar al-Assad, dell’Iran, di Hezbollah, dei guerriglieri curdi e potenzialmente anche di gruppi jihadisti. Il tutto senza avere il pieno sostegno degli Stati Uniti, che stanno portando avanti un dialogo sulla Siria con Mosca e che sono uniti in alleanza alle Sdf (e prima ancora al Ypg) contro l’Isis.

Il secondo scenario, quello dell’unificazione dei cantoni curdi siriani, deve passare necessariamente dalla liberazione di una vasta area ancora sotto il controllo dell’Isis, che tuttavia negli ultimi mesi è stata insediata tanto dai lealisti quanto dai curdi (vedasi la seconda cartina sopra). Se qui lo Stato Islamico dovesse crollare -a quel punto col probabile contributo degli Usa- la nascita nei fatti della Rojava sarebbe inevitabile. Per la Turchia sarebbe una grave sconfitta, strategica e di immagine, ma non la creazione di uno Stato curdo indipendente non sarebbe ancora affatto scontata.

A fronte di una rivendicazione di indipendenza, infatti, tutti gli Stati con minoranze curde al proprio interno -Turchia, Iraq, Siria e Iran- sarebbero uniti dall’interesse a soffocarla il prima possibile per evitare un ‘contagio’ (già in Iraq per il prossimo novembre è previsto un referendum nella regione curda per sancirne definitivamente l’indipendenza da Baghdad). Diversi esperti pronosticano reazioni di carattere militare (da parte tanto dell’Esercito turco quanto di quello lealista siriano, e forse anche delle milizie iraniane) e politico, con il tentativo di dividere i curdi sfruttando le storiche (e mai sopite) rivalità tra fazioni. Anche gli Stati Uniti potrebbero opporsi alla nascita di uno Stato curdo, per timore che destabilizzi ulteriormente l’area e danneggi eccessivamente il proprio alleato turco. Maggiori dubbi suscita la linea che potrebbe tenere Mosca, forse tentata dal benedire un nascente Kurdistan in ottica anti-turca e non solo.
Al momento quello che sembra probabile alla maggioranza degli analisti è che i curdi siriani riusciranno a unificare e controllare la Rojava nei prossimi mesi, se non nelle prossime settimane. Ma nessuno sembra disposto a scommettere sulla effettiva nascita di uno Stato curdo riconosciuto dalla comunità internazionale.

 

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