mercoledì, Maggio 19

Kurdistan, l’indipendenza diverrà realtà? Fuad Aziz: 'Fino ad allora la vittoria è da considerarsi semplicemente simbolica'

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Lunedì 25 settembre, i 5 milioni di curdi del Kurdistan iracheno si sono recati ai seggi chiamati ad esprimersi  sull’indipendenza della loro terra dall’Iraq. Alta l’affluenza alle urne fin dalle prime ore del mattino, e il risultato è stato quello che si prevedeva: il 92% degli aventi diritto ha votato per un Kurdistan iracheno indipendente. Un referendum che prima, durante e dopo l’apertura delle urne ha scatenato le reazioni della comunità internazionale. Frontiere bloccate, blocco degli aeroporti della regione, eserciti in allerta.

Da “tanto tempo si aspettava questo giorno. Il popolo curdo ha diritto ad avere uno Stato, di godere della sua libertà, di gestire le sue risorse e di basare il suo potere sull’autodeterminazione”,  ci dice Fuad Aziz, artista e scrittore  nato nel Kurdistan iracheno, precisamente ad Erbil, e residente a Firenze da oltre trent’anni. Si potrà parlare di giornata storica e dunque di successo per questo referendum solo se “vi sarà realmente la nascita di un nuovo Stato curdo, fino ad allora la vittoria è da considerarsi semplicemente simbolica”, precisa Nazli Tarzi, giornalista irachena a Londra, studiosa della questione curda.

Il KRG (Governo Regionale Curdo) è perfettamente attrezzato per essere uno Stato indipendente, ci sottolineano i nostri interlocutori, ha un suo Esercito, un suo Parlamento e un sistema giudiziario autonomo.

Un Kurdistan indipendente si sogna dai tempi della dissoluzione dell’Impero Ottomano. La sua disgregazione ha dato vita alla formazione di nuove minoranze etniche per nulla omogenee. Il riconoscimento di fatto del Kurdistan è iniziato nei primi anni ’90, “da alcuni ‘alleati’ che oggi sono Stati che si oppongono al Kurdistan iracheno libero, ovvero Stati Uniti, Turchia e Iran”, prosegue Tarzi.

Nel maggio del 1992 è stato formato un Parlamento curdo, come lo conosciamo oggi, “e ai curdi erano stati promessi dei posti permanenti nel nuovo Iraq a patto che si schierassero con gli americani”, promesse non mantenute come si vede. E questo malgrado “sia stato l’unico Paese a combattere veramente contro l’ISIS e abbia dimostrato di voler radicare la Nazione su principi democratici”, dice Aziz. “Negli anni, da dopo la dittatura di Saddam Hussein. Non è cambiato niente per i curdi”. E “adesso, come allora il popolo curdo continua a reagire e a comunicare le sue idee senza paura”, afferma Aziz, “anche se i Governi dei vari Paesi, come l’Iran e la Turchia, stanno facendo di tutto per impedirlo, perché mirano a Kirkuk e ai suoi giacimenti petroliferi”. La posizione strategica, i giacimenti petroliferi e minerari sono alla base degli ostacoli verso l’indipendenza. Il Kurdistan è uno dei luoghi più ricchi di petrolio al mondo, e ciò ha generato intorno ad esso forti interessi economici da parte di quegli Stati interessati ad investire in quelle zone, come gli Stati Uniti che, inizialmente, non sembravano ostili all’indipendenza del nord iracheno con capitale Kirkuk, perché speravano che passasse sotto la loro ‘tutela’, ma in seguito alle pressioni dell’alleata Turchia hanno anche accettato, come del resto gli stessi curdi iracheni, un Iraq federale con la capitale a Baghdad, di cui la regione curda non ha ancora ottenuto le città petrolifere di Kirkuk e di Mosul.

Turchia, Iraq, Iran non si arrenderanno facilmente e sarà  improbabile veder nascere uno Stato curdo iracheno indipendente.

Le esercitazioni militari congiunte intraprese tra le forze turche e irachene sono avvenute all’inizio di questa settimana. L’Iraq cerca di stabilire il pieno controllo delle sue frontiere in accordo con i vicini, Ankara e Teheran, che considerano il voto anticostituzionale; mentre Erdogan minaccia di distruggere un oleodotto di vitale importanza, usato per esportare petrolio dall’Iraq verso il mondo esterno”, prosegue Tarzi. “Sia la Turchia che l’Iran potrebbero adottare un embargo economico, e se non bastasse lotteranno affinché non vi sia una stabilita politica né tanto meno una forma di regime democratico nella regione”, ci dicono dall’Associazione Rete Kurdistan Italia.

Complici dell’operazione turca, secondo la giornalista che ci cita sue fonti “sono i funzionari di dogana curdi di Diyarbakir, che sono stati espulsi dalla Turchia verso Erbil”.

Stati Uniti, Russia, Iran, Turchia e Siria stanno facendo tutti gli sforzi per arrivare allo stesso risultato: impedire che il Kurdistan iracheno divenga indipendente, infatti, “la Federazione russa, nonostante abbia contemporaneamente sostenuto sia la sovranità dell’Iraq, sia le aspirazioni curde, non ha espresso alcun giudizio sulla legittimità del referendum”, continua la giornalista.

La strada verso la piena autonomia, secondo Tarzi, “è irta anche di altri ostacoli: corruzione, appropriazione indebita, abuso generale del potere”.

Uno Stato curdo è auspicabile, secondo Tarzi “non solo per le comunità che si identificano come ‘curde’, ma anche per coloro che hanno fede nella capacità dell’élite politica curda. Barzani potrebbe rimanere ancorato al potere per altri due anni, un periodo che potrebbe utilizzare per accumulare ricchezze e per distribuirle ai suoi alleati”. Ma Barzani “non dichiarerà l’indipendenza. Vuole solo raccogliere maggiori consensi. Se la dichiarerà, sicuramente ci vorranno almeno 2-3 anni, e i curdi che vivono nelle altre parti dello Stato analizzeranno la loro posizione rispetto al Paese in cui ci vivono. Credo che i curdi sparsi per il Kurdistan non daranno un supporto politico, ma daranno solo un supporto emotivo”, continua Rete Kurdistan Italia. Per ottenere dei risultati concreti “ci vorrebbe un appoggio maggiore a livello internazionale, cosa che purtroppo non c’è, e l’Europa dovrebbe tenere conto di questa situazione se davvero crede nella libertà dei popoli”, ammette Fuad Aziz.

A Kirkuk, capitale del Governatorato di Kirkuk, la popolazione è composta da varie etnie (turkmeni, curdi, assiri e arabi) che vogliono detenere il potere.

Ad esempio, i turkmeni, a differenza dei curdi non sono separatisti, sostengono l’Iraq unito e il dialogo tra il Kurdistan e Baghdad, ma “la loro paura più grande è quella di dover contrastare i tentativi dei Peshmerga di privare le diverse comunità delle loro terre per riuscire a manipolare l’andamento demografico di città etnicamente diverse, come è accaduto a Diyala e alla stessa Kirkuk, e ciò provocherà lotte intestine che non si placheranno facilmente”, conclude Tarzi.

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