mercoledì, Maggio 12

Kurdistan: Iraq sempre più debole? Aumentano gli scontri tra le Forze di Mobilitazione popolare e i curdi

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Le forze democratiche siriane (Sdf) hanno riconquistato con ‘una rapida e vasta operazione militare’ e con il supporto aereo degli Stati Uniti, i pozzi di Al-Omar, in corrispondenza della riva sinistra del fiume Eufrate, battendo sul tempo le truppe di Bashar al-Assad, ancora impegnate nella lotta contro l’ Isis sulla riva opposta.

I giacimenti di Al-Omar, con una capacità di 100 mila barili di petrolio giornalieri, si trovano nella parte orientale della Siria ed erano finiti nelle mani dello Stato Islamico. I miliziani dell’ ISIS avevano conquistato al-Omar, nella provincia orientale di Dayr az-Zor, a pochi passi dal confine iracheno, nel luglio del 2014, sottraendolo al Fronte al-Nusra che, a sua volta, aveva messo in ritirata l’ esercito governativo.

Nel frattempo, ieri, il premier iracheno Abadi si è recato in visita in Arabia Saudita per inaugurare il Consiglio di Cooperazione tra i due Paesi. Al summit ha partecipato anche il Segretario di Stato americano Rex Tillerson il quale ha affermato: «È chiaro, lì ci sono i gruppi armati iraniani e adesso quando la lotta contro lo ‘Stato Islamico’ è arrivata alla fine, questi gruppi armati devono ritornare in patria, tutti i combattenti stranieri devono tornare a casa».

Difatti, sempre più spazio si stanno ritagliando le Forze di mobilitazione popolare, le Hashd al-Shaabi, vicine ai leader sciiti iracheni, e, in modo ancor più preoccupante, iraniani. Proprio nel fine settimana, è avvenuto uno scontro a Altun Kupri, a metà strada fra Erbil e Kirkuk, tra le milizie sciite e i Peshmerga. Ad avere la meglio le forze irachene.

L’esercito iracheno è ridotto ai minimi termini. Il vero pilastro, al momento, sono le milizie guidate da leader sciiti, di chiaro riferimento alle autorità di Teheran, come Abu Mahdi al-Muhandis. A darsi un gran da fare, nelle ultime settimane, Qassem Suleimani,  colui che guida il reparto estero dei Pasdaran, che ha esercitato molta influenza sul partito Puk, rivale del Kdp del Presidente Massoud Barzani.

L’attacco a Kirkuk, «condotto da forze irachene e milizie addestrate dall’Iran equivale a una dichiarazione di guerra contro il Kurdistan»  era stato dichiarato in un comunicato dal Comando generale dei Peshmerga. Nello stesso era stato sostenuto che parte della responsabilità della caduta di Kirkuk sarebbe da ricercare nel «tradimento storico commesso da alcuni leader dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), un alleato del partito democratico del Kurdistan di Barzani (KDP.

«Secondo un accordo firmato per l’operazione di liberazione di Mosul, tra la regione del Kurdistan e il governo federale iracheno sotto il controllo della coalizione, era stato deciso che i confini tra Peshmerga e l’esercito iracheno rimangono come erano il giorno prima della L’operazione di liberazione di Mosul è iniziata. Adesso entrambe le parti saranno impegnate nell’accordo e nei prossimi giorni le frontiere saranno riorganizzate in base all’accordo» aveva affermato Halgurd Hikmat,portavoce del Ministero dei Peshmerga.

Dal canto suo, il generale Robert White, comandante della coalizione terrestre dell’operazione Inherent Resolve che dal 2014 combatte Daesh, aveva ribadito che «continuiamo a difendere il dialogo tra le autorità irachene e curde. Tutte le parti devono rimanere impegnate nella lotta contro il nemico comune, lo Stato islamico. La coalizione è determinata a sconfiggere lo Stato islamico in Iraq e in Siria ed è contro qualsiasi azione che ci distragga dalla nostra missione».

«La questione dell’Iraq è diventata una priorità nella nostra agenda. Abbiamo già affermato che non riconosciamo l’illegittimo referendum dell’Iraq settentrionale. Su cosa hanno svolto un referendum? Non c’è un Paese che riconosca l’Iraq settentrionale tranne Israele.Attualmente, oltre a Israele,  nessun altro Paese sostiene la secessione del Kurdistan. Una decisione presa a tavolino con il Mossad è illegittima» aveva dichiarato Recep Tayyip Erdogan, il quale aveva aggiunto:  «il nostro punto di contatto in Iraq è il governo centrale. Le azioni che riguardano il governo regionale del Kurdistan si intensificheranno».

A queste parole il Presidente Rohani aveva precisato che «il referendum nel Kurdistan iracheno è un complotto a sfondo confessionale dei Paesi stranieri ed è respinto da Teheran ed Ankara». Il Kurdistan – ha sostenuto il leader iraniano – «dovrebbe correggere il suo errore». «Il nostro obiettivo principale è garantire sicurezza e stabilità nella regione» ed è per questo che Iran e Turchia «sostengono l’integrità territoriale dell’Iraq e della Siria».

«Non apprezziamo che le due parti si scontrino, ma Washington non sta appoggiando nessuna delle due fazioni».  E poi: «Abbiamo avuto per molti anni rapporti molto buoni con i curdi, come sapete. E siamo anche al fianco dell’Iraq. Anche se non dovremmo mai essere stati lì, non avremmo mai dovuto essere lì. Ma non stiamo prendendo parte agli scontri» ha detto Donald Trump interpellato sulla complessa situazione irachena.

Se Stati Uniti e Arabia Saudita sentono sempre più come imminente la minaccia, la Russia pensa agli affari. «Le compagnie russe stanno pianificando di espandere le loro attività nella regione autonoma del Kurdistan iracheno e, in generale, in Iraq» ha rivelato il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, al termine del colloquio con l’omologo iracheno, Ibrahim Jaafari.

«In Siria, dove si ritira l’Isis, entra l’Iran. E questo mina la nostra sicurezza e destabilizza il Medio Oriente» aveva con forza sostenuto Benjamin Netanyahu. Riuscirà il Premier iracheno sciita a tenere sotto controllo la situazione, mantenendosi equidistante dai vari attori in campo? O farà la fine del vaso di terracotta in mezzo ai vasi di ferro?

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