domenica, Maggio 9

Kurdistan iracheno: voto ad alta tensione L'Iran ha bloccato i voli da e per l'area, la Turchia ha aumentato il contingente turco schierato al confine, Baghdad si riserva di prendere le misure necessarie

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Le stesse forze che fino a ieri hanno sostenuto – finanziariamente, logisticamente e militarmente – i curdi in Siria e Iraq funzione anti-Isis (Stati Uniti e, a tratti, Russia in primis) non hanno alcuna intenzione di spingersi oltre ed appoggiare politicamente l’idea di uno Stato indipendente nel Kurdistan iracheno. Anzi, questo referendum non lo vogliono. La Turchia, lo stesso Iraq e l’Iran da decenni cercano in ogni modo di prevenire una simile eventualità e hanno dimostrato (la Turchia in maniera decisa) di essere pronti anche ad aprire un nuovo fronte di guerra, pur di evitarla.
L’Iraq, che con la regione autonoma ha anche contese territoriali per le province ricche di petrolio di Kirkuk, Ninive e Dyala, vuole a tutti i costi tenere ancorata la regione settentrionale del Kurdistan all’interno del proprio assetto politico-istituzionale per evitare una disgregazione statale e per continuare a godere delle ricche rendite petrolifere che quella regione produce.
Non vogliono il referendum vicini: Turchia, Siria e Iran hanno entro i propri confini le comunità curde, per effetto della spartizione del Kurdistan alla fine dell’Impero Ottomano. Ankara vive l’incubo di avere ai propri confini uno Stato che potrebbe fungere da testa di ponte per le rivendicazioni dei curdi turchi che vivono nelle regioni sud-orientali; l’Iran perderebbe un importante canale di influenza che, al momento riesce a mantenere tramite il rapporto con una delle due maggiori forze politiche del Krg, il Puk (Patrioctic Union of Kurdistan, Unione patriottica del Kurdistan).
Non lo vogliono gli Stati Uniti, impegnati contro l’Isis alla guida di una coalizione cui partecipano anche forze curde. Non la vuole l’Onu che, in una risoluzione del Consiglio di sicurezza, parla di minaccia alla stabilità della regione, ricalcando i temi proposti da Washington.
L’Onu e la comunità internazionale temono che il referendum provochi una nuova ondata di instabilità in una regione così strategica e già pesantemente martoriata da anni di conflitti.

L’Iran ha annunciato il blocco dei voli da e per il Kurdistan iracheno in vista del referendum «su richiesta del Governo centrale iracheno».
L’Ambasciata degli Stati Uniti in Iraq ha avvertito i connazionali residenti nel Paese di possibilitensioni’ nella regione del Kurdistan iracheno, e ha raccomandato ai connazionali di non viaggiare nella zona contesa tra il Governo regionale e Baghdad.
La Turchia, che attraverso il premier Binali Yildirim ha detto che la consultazione ènulla’ e alimenterà il caos e l’instabilità nella regione, ha aumentato il contingente turco schierato al confine. Un primo segnale era giunto lo scorso 18 settembre, quando l’Esercito di Ankara ha dato vita a un’esercitazione nei distretti di Silopi e Sirnak, a pochi chilometri dal futuro Kurdistan. Esercitazione andata avanti fino a ieri, quando l’Esercito ha annunciato l’inizio della ‘fase 2’, che ha visto un vero e proprio dispiegamento di forze che non si può più definire esercitazione.

La vittoria del’, appare scontata, ma questa non comporterà automaticamente la nascita di un Kurdistan iracheno indipendente, piuttosto darà ai curdi maggiore forza nei negoziati con il Governo centrale. Barzani, ancora ieri, ha chiarito che una vittoria del ‘sì’ non significherà una dichiarazione immediata di indipendenza, e che i negoziati con il Governo centrale continueranno forse ancora per due anni al fine di trovare una soluzione ai contenziosi aperti, primo fra tutti la gestione delle risorse petrolifere. Il referendum, ha detto Barzani, «è la prima tappa, perchè il Kurdistan esprime la sua opinione. Poi comincerà un lungo processo». Poichè la provincia ricca di petrolio di Kirkuk e anche alcune zone delle province di Ninive e Dyala sono contese con Baghdad, il Presidente curdo ha altresì assicurato che lo scopo del referendum «non è quello di rivedere i confini o imporre un fatto compiuto». Il leader curdo ha aggiunto: «Noi vogliamo un dialogo con Baghdad per risolvere i problemi e il dialogo può durare un anno o due».
Per niente scontata è la reazione dei ‘nemici del referendum’, a partire dalla reazione turca.

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