mercoledì, Ottobre 20

Kurdistan iracheno, un 'modello' in crisi? Tensioni dopo la decisione del partito al potere di bloccare l’intero sistema politico

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La paralisi istituzionale che ne è conseguita preoccupa molto le Nazioni Unite, che per bocca del Rappresentante speciale per l’Iraq, Jan Kubis, hanno invitato le parti al dialogo e alla conciliazione. Il 14 ottobre Kubis ha incontrato d’urgenza i leader dei partiti politici e il Governo regionale per discutere su come affrontare la crescente tensione politica, senza però concludere granché rispetto alle consuete dichiarazioni di rito sull’apprezzamento degli sforzi per ristabilire l’ordine e i formali auspici a un pronto ritorno della calma.

Il punto è che i fatti del 12 ottobre hanno scoperchiato un vaso di Pandora per troppo tempo ignorato la comunità internazionale. Le proteste e la successiva serrata politica sono infatti parte di un quadro più ampio, la cui cornice è rappresentata dall’irrisolta questione della condivisione del potere nel Kurdistan iracheno.

Nel 2005 il Parlamento nominava come Presidente della regione Massoud Barzani, il cui mandato avrebbe dovuto concludersi nel 2013, al termine dei due mandati quadriennali giuridicamente previsti. Barzani, tuttavia, aggrappandosi alle pieghe della legislazione stessa e ad ambigue manovre di palazzo, è riuscito ad ottenere dapprima una proroga di due anni (fino al 20 agosto 2015) e in seguito un’ulteriore dilazione oltre tale termine, entrambe giustificate dalle recenti esigenze di sicurezza (la lotta all’IS) e dalla ferma posizione del PDK, che ritiene l’anziano patriarca l’unico leader forte in grado di mantenere unita la Regione.

A un primo sguardo, è vero che dopo la caduta di Saddam Hussein il Kurdistan ha goduto di stabilità politica, mentre il Governo centrale di Baghdad ha visto succedersi ben quattro primi ministri e tre diversi Parlamenti, con l’aggiunta di tre diversi Presidenti, due dei quali curdi; nondimeno, nel Kurdistan la famiglia Barzani domina la scena politica regionale da decenni, l’ufficio di Primo ministro è stato occupato da due sole persone -lo stesso Massoud Barzani e suo nipote, Nechirvan- e uno dei cinque figli del Presidente, Masrour, è a capo dell’intelligence.

Quest’assenza di cambiamento ai vertici istituzionali, che il PDK considera elemento di stabilità, per qualcun altro è invece sintomo di una dittatura di fatto. Lo sostiene innanzitutto l’altro grande, storico partito curdo, l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), e poi il movimento Gorran, nato nel 2009 dopo una scissione di alcuni quadri del PUK. Per la verità, la contrapposizione vera e propria tra Partito Democratico e Unione Patriottica è iniziata solo dopo a partire dal tal data, postto che, dopo la lotta armata dei decenni passati, con la caduta di Saddam le due parti si sono divise il potere politico ed economico, anche in termini di posti chiave negli apparati amministrativi e militari. L’ascesa di un terzo incomodo sulla scena politica ha indotto i dirigenti del PUK a radicalizzare la propria opposizione nei confronti del PDK -e di riflesso verso Massoud Barzani- per arrestare un’incalzante emorragia di consensi.

Questa situazione, che in qualsiasi altro Paese al mondo rientrerebbe nel contesto di una normale dialettica politica, nel Kurdistan rischia invece di diventare una seria minaccia all’unità delle istituzioni. A Erbil i tre partiti maggiori non sono parte dello Stato, bensì ciascun partito ‘possiede’ un proprio ‘Stato’. Dall’autonomia in poi non c’è stato alcun sistema unificato né un’unica forza armata, e i vari gangli del potere funzionano alle dirette dipendenze del partito che li presiede.

Lo dimostrano il recente rimpasto di Governo, la ‘chiusura’ del Parlamento da parte delle forze fedeli del PDK, e anche quella successiva, negli stessi giorni, degli uffici a Erbil di ‘NRT’, un canale televisivo privato, e del canale ‘KNN’, vicino al Gorran. Entrambe le emittenti hanno sede a Sulaymaniyah -provincia controllata dal PUK- e avevano uffici nella capitale. Gli uomini armati del PDK li hanno chiusi, costringendo i dipendenti a fare ritorno a Sulaymaniyah. Non c’è da stupirsi che alcuni analisti accusino il PDK di considerare il potere nel Kurdistan come un bene di sua esclusiva proprietà.

Le dimostrazioni di metà ottobre sono una prima reazione di massa al presente status quo. A onor del vero, anche il resto dell’Iraq -esclusi naturalmente i territori assoggettati dallo Stato Islamico- è attraversato da venti di protesta. Da tre mesi a questa parte i cortei si susseguono anche a Baghdad per chiedere a gran voce un concreto cambiamento ai vertici del Governo. Nel Kurdistan, come abbiamo visto, le richieste di base erano invece più modeste, trattandosi di aumenti salariali, e questa è una prima differenza tra i due contesti. Un’altra è che a Baghdad le manifestazioni non hanno provocato vittime, mentre nella regione curda in pochi giorni ci sono stati ben cinque morti.

Il Kurdistan iracheno è tuttora più avanzato di Baghdad in termini di sicurezza, convivenza pacifica tra le comunità e diversità religiosa, ma gli eventi delle ultime settimane gettano un’ombra su quello che, forse con troppa enfasi, era considerato sia in patria che all’estero come un ‘modello’ di successo.

 

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