mercoledì, Agosto 4

Kurdistan: distrutti i villaggi, non la nostra tenacia Intervista a Rezan Kader, Rappresentante del Kurdistan in Italia

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L’arrivo in Italia non è stato un punto di arrivo, ma l’inizio di un nuovo  percorso: “Nel 2005 sono riuscita a far invitare il Presidente Masoud Barzani, a farlo incontrare con il Santo Padre e con le più alte autorità del governo italiano”. Impegno che nel 2009 le è valso la nomina ad Alto Rappresentante del Governo Regionale del Kurdistan in Italia e presso la Santa Sede, i Paesi Balcanici, Cipro e Malta, con il compito di curare i rapporti bilaterali, le missioni ufficiali, e soprattutto di continuare a difendere i diritti del suo popolo. Un anno dopo, il 4 ottobre 2010, è lo stesso Barzani a inaugurare la sede della Rappresentanza in Italia, “Una delle destinazioni preferite del Presidente kurdo”. Da allora la Rappresentanza si occupa di “intensificare le già ottime relazioni  tra i due Paesi, da un punto di vista politico ed economico, favorendo gli investimenti italiani in loco”. Così come di “promuovere e far conoscere la cultura kurda, con le sue tradizioni, e di essere un punto di riferimento solido per la comunità kurda qui residente”.

La Regione del Kurdistan è sempre stato un mosaico di varie etnie e religioni. Purtroppo il regime di Saddam Hussein e il bombardamento con le armi chimiche hanno devastato il Paese distruggendo più di 4.000 villaggi. Tuttavia, aggiunge Kader, “non è stata distrutta la determinazione e la tenacia del popolo kurdo, che con mille sacrifici si è dedicato anima e corpo alla ricostruzione della Regione”.

Il Kurdistan è una terra molto fertile, ricca di risorse idriche, circondata di montagne, e vanta, inoltre, molte risorse naturali, come il petrolio e gas: “Materie prime che ci hanno consentito di avere una grossa quantità di introiti economici che sono stati investiti per la crescita del Paese, nel campo infrastrutturale, nell’educazione, nel campo sanitario. Siamo un modello di democrazia e crescita economica per tutto il Medio Oriente: abbiamo aeroporti internazionali all’avanguardia nelle principali città, una ventina di università, hotel super lusso, e strutture sanitarie al passo coi tempi”. Anche il turismo è in crescita per la presenza di numerosi siti archeologici e luoghi di culto secolari, da Zarathustra ai santuari degli ebrei, dei cristiani e musulmani. Un richiamo che il Kurdistan deve anche all’Italia: “Ci hanno sempre sostenuti, con la liberazione e con la ricostruzione del Paese, mettendo a disposizione il loro know-how”.

L’intesa commerciale tra l’Italia e il Kurdistan, è molto forte, dal momento che il nostro Paese – tra quelli europei – è il primo partner commerciale di Erbil. “A oggi moltissime imprese italiane operano con successo sul territorio in tutti i campi: ingegneristico, infrastrutturale, turistico e culturale”, spiega l’Alto rappresentante, che tra gli esempi di successo cita la FG Tecnopolo che ha progettato la rete della metropolitana nella città di Erbil, Suleimania e Duhok.

Nel 2012, inoltre, a seguito di diversi incontri con l’ambasciatore Giovanni Castellaneta, presidente di SACE (Servizi Assicurativi al Commercio Estero), e grazie alla collaborazione di banche e autorità locali, la Kader ha avuto preso parte all’apertura di un desk presso l’Ufficio Consolare italiano a Erbil, teso a facilitare la crescita degli investimenti italiani sul territorio del Kurdistan e a supportare gli imprenditori in loco, rafforzando così le sinergie commerciali tra i due Paesi. Il Governo italiano, precisa l’Alto rappresentante, “ha oltretutto avviato la procedura di  trasformazione dell’ufficio consolare a Erbil  in un vero e proprio Consolato”.

Negli ultimi anni c’è stata una moltiplicazione di visite e incontri dei rappresentanti del Kurdistan con le autorità italiane. In agenda non ci sono solo le relazioni economiche, ma anche l’impegno per la più dura delle sfide: quella contro l’ISIS. La Kader premette che lo scorso maggio il Presidente Barzani aveva già visitato l’Italia e altri Paesi europei con lo scopo di “allertare i governi sulla concreta minaccia di un gruppo di terroristi, oggi noto come ISIS, che si trovava all’interno dell’Iraq e nei paesi limitrofi”. A quella missione sono seguite anche le visite ufficiali del Presidente del Parlamento e del Primo Ministro kurdi. Un dato è certo: “Dalla caduta di Mosul l’Italia è intervenuta subito”. Il premier Matteo Renzi,  l’allora sottosegretario agli Esteri Lapo Pistelli, l’ex capo di Stato Maggiore Luigi Binelli Mantelli, il ministro Paolo Gentiloni e il cardinale Fernando Filoni, inviato speciale del Santo Padre, si sono subito precipitati in Kurdistan, insieme a Rezan Kader, per offrire un concreto supporto al Paese: hanno visitato i campi profughi, è stata valutata l’emergenza e sono stati forniti gli aiuti necessari. “Si è trattato sin da subito di un supporto politico, militare e umanitario”, dice la Kader.

L’Italia, va ricordato, fa parte della coalizione internazionale e come tale “ha fornito armi e droni per il controllo delle frontiere e la raccolta delle informazioni, ha inviato il suo corpo militare sul posto, ma anche fornito corsi di addestramento in Italia su armi all’avanguardia da dare ai peshmerga kurdi, in modo da fronteggiare meglio i terroristi dell’ISIS”. Sono stati inviati anche oltre 200 militari italiani per addestrare i peshmerga. Impegni, ulteriormente rafforzati durante la recente visita del ministro della Difesa Roberta Pinotti, insieme al capo di Stato Maggiore della Difesa Claudio Graziano, e all’ambasciatore d’Italia a Baghdad, Marco Carnelos.

Qualche settimana fa la notizia di un giovane attivista italiano filocurdo,  Alessandro De Ponti, ferito al confine tra Siria ed  Kurdistan iracheno, ha spiazzato le autorità a Roma. Ma anche Erbil non ha avuto una reazione positiva. “Lo ringraziamo per questa manifestazione di solidarietà e supporto al popolo kurdo”, dice la Kader, ma “è bene che le azioni siano coordinate al fine di tutelare la vita e garantire la sicurezza di chi offre il proprio contributo in questa lotta contro l’ISIS. Il Presidente Barzani ha sottolineato più volte che non necessita tanto di milizie esterne, dal momento che ci sono i nostri validi e coraggiosi peshmerga, quanto di maggiori aiuti militari in termini di armi e aiuti tecnici per meglio fronteggiare lo Stato islamico”.

Da quando l’ISIS ha iniziato la sua espansione in Siria e in Iraq, le uniche forze scese in campo, sin all’inizio, sono state quelle del governo kurdo: I peshmerga difendono non solo il territorio e il loro popolo, ma lottano per tutta la comunità internazionale”. Va ricordato un dato interessante: “Il governo centrale (Iraq) non è mai intervenuto né militarmente né economicamente, non paga gli stipendi dei peshmerga da più di un anno, non invia il previsto 17% per la Regione del Kurdistan, ponendo un vero e proprio embargo in una situazione di grave emergenza umanitaria”. Ecco perché, in questa situazione, “i Paesi parte della coalizione internazionale, come l’Italia, ci hanno aiutato a fronteggiare la situazione e a respingere alla frontiera i terroristi dell’ISIS, riconquistando il controllo di diversi villaggi”.

Un appello alla comunità internazionale: “Necessitiamo di maggiori aiuti militari e umanitari, in quanto i rifugiati presenti sul territorio sono ormai quasi due milioni e la situazione è insostenibile”. Kobane è divenuta il simbolo della resistenza, per la tenacia del popolo kurdo e per la partecipazione delle donne kurde peshmerga, che “combattono e allo stesso tempo assistono chi combatte, cucinando e prendendosi cura della famiglia e dei figli”. Ma le vere motivazioni della loro resistenza risiedono in un percorso politico e culturale orientato a cambiare la mentalità corrente: “Loro combattono per tutte le donne del mondo, contro le violenze perpetrate dall’ISIS e contro ogni tipo di discriminazione e violazione dei diritti umani”.

La lotta non è finita. I terroristi sono una minaccia per tutti, e potrebbero addirittura spingersi alle porte dell’Occidente, che ha sottovalutato tale minaccia già una volta”, sottolinea la Kader. A oggi la coalizione internazionale, sotto la guida degli Stati Uniti, “ci sta aiutando in termini militari e di assistenza umanitaria, ma bisogna fare di più, tutti insieme, per eliminare il terrorismo, per difendere i valori della civiltà e della libertà e, una volta raggiunto ciò, per pensare alla ricostruzione del Paese”.

I rapporti con l’Iraq restano tesi. Come governo e come popolo, spiega l’Alto rappresentante, “abbiamo cercato in tutti i modi di rimanere in un Iraq federale, per mantenere un governo stabile e democratico ove viga il dialogo e il rispetto di tutte le componenti etnico-religiose. Ma tutti i governi che si sono alternati a Baghdad ci hanno sempre posto degli ostacoli, non rispettando quanto veniva disposto dalla Costituzione dell’Iraq sia da un punto di vista giuridico che economico, e non dando valore a tutte le componenti etniche religiose”. A ciò si aggiunge che il governo centrale “non ci sta aiutando in nessun modo contro Daesh”. Il Kurdistan “merita di essere un Paese libero: siamo a oggi economicamente autonomi, territorialmente quasi staccati dal resto dell’Iraq e, stiamo combattendo per tutta l’umanità contro il dilagare del terrorismo”. Ma gli ostacoli posti da altri Paesi, al momento, sono più grandi dei vantaggi, “come quello di avere in Medio Oriente uno Stato democratico, stabile, in una fase di progresso politico-economico ineguagliabile, che rispetta i diritti umani e le libertà di ognuno e che non intende sacrificare tutti i sacrifici fatti e i successi raggiunti”.

 

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