martedì, Agosto 3

Kuki Gallmann vittima della siccità o del clima politico?

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Ieri l’attivista e scrittrice italiana Kuki Gallmann è stata ferita da colpi di arma da fuoco nel suo parcoLaikipia Nature Conservancy’, a circa 300 chilometri da Nairobi. Secondo le informazioni ufficiali, a compiere l’attacco sarebbe stato un gruppo di pastori che erano entrati in cerca di pascoli per salvare i loro animali dalla siccità.  Nelle ultime ore alcune fonti due degli assalitori sarebbero stati uccisi.

L’attacco sarebbe avvenuto mentre la stessa Gallmann pattugliava, insieme al suo autista, la tenuta, come era solita fare. Qui è stata colpita allo stomaco da un colpo di arma da fuoco, l’autista ha dato i primi soccorsi trasportandola all’aeroporto di Laikipia e da qui su un aereo è stata portata all’ospedale di Nairobi.
Si tratterebbe dell’ultimo di una serie di attacchi avvenuti negli ultimi mesi nella regione, colpita dalla siccità: recentemente pastori armati in cerca di pascoli per il bestiame fanno irruzione in fattorie e ranch privati. Ma il fatto si inserisce anche nel clima sociale particolarmente pesante in vista delle elezioni e nel contesto di un territorio dove le tribù sono pesantemente armate e in lotta tra loro.

Maria Boccazzi, nata a Treviso nel 1943, si trasferì nel 1972 in Kenya insieme al secondo marito Paolo Gallmann e al figlio Emanuele.  Qui naturalizzata keniota, assume il nome Kuki Gallmann e scrive  opere di successo internazionale, tra cui quella autobiografica del 1991 ‘Sognavo l’Africa’, che ispirerà il film ‘Sognando l’Africa’ di Hugh Hudson. La vita della scrittrice è stata segnata da tragiche perdite: quella del marito, nel 1980, a causa di un incidente stradale, e del figlio Emanuele, tre anni dopo a causa del morso di un serpente da cui cercava di estrarre un antidoto. Negli anni successivi cresce la figlia più piccola Sveva e fonda nel 1984 la Gallmann Memorial Foundation, un’organizzazione no-profit che ha sede nella sua proprietà, un  parco, il ‘Laikipia Nature Conservancy’.

La fondazione nasce proprio in onore del figlio e del marito, nella tenuta la Gallmann pianta due alberi di acacia, un simbolo di rinascita e di speranza, come lei stessa afferma in un’intervista all’Ansa (quando) «Ogni giorno cerco di cambiare il negativo in positivo, trasformare la morte nella vita, la fine in un inizio, la disperazione in speranza, e la mia battaglia continua, non si ferma qui».

Proprio nell’attivismo ambientale la scrittrice trova la forza di andare avanti. Una lotta continua contro il bracconaggio di elefanti e il mercato nero dell’avorio, questa attività le varrà il soprannome di ‘Paladina degli elefanti’. Nel 2007 il Cities, organizzazione che regola il mercato mondiale dei prodotti di specie a rischio, rilascia a diversi Stati Africani l’autorizzazione di vendere il loro avorio alla Cina, la perdita di un gran numero di esemplari colpisce anche il suo parco. L’appello forte di Kuki Gallmann nell’intervista all’’Ansa‘ del 28 ottobre del 2010: «Se volete comprare l’avorio ricordate che avete la stessa responsabilità’ di un bracconiere che uccide questi animali. Siete responsabili della morte di un animale africano che un giorno non esisterà più, perché’ gli elefanti diventeranno come i mammut».

Nella riserva l’obiettivo è preservare la biodiversità e la natura selvaggia attraverso la ricerca, l’istruzione e le arti. Vari progetti riguardano proprio la convivenza con le popolazioni locali, come il ‘Pokot Acrobatics’ del 2010, un progetto pensato dopo un aumento di criminalità causato da un periodo di siccità: questo prevedeva di insegnare a 25 giovani, colpevoli di bracconaggio, l’arte dello spettacolo e delle acrobazie e fu un vero successo dato che la compagnia continua ad esibirsi in vari luoghi ed è da esempio ad altri giovani.

La vicenda ha sicuramente spostato l’attenzione dell’opinione pubblica su di un Paese fragile come il Kenya, colpito da una forte siccità che dura da diversi mesi tanto che a febbraio era stato dichiarato lo stato di ‘disastro nazionale’. Soprattutto nella regione di Laikipia ciò ha portato a ondate di violenza e ha spinto sempre più pastori locali, spesso armati a cercare pascoli nelle aziende agricole private.

Secondo l’agenzia britannica ‘Reuters‘, molti residenti ritengono che la colpa sia da attribuire ai politici locali che incitano alla violenza per le imminenti elezioni di agosto con l’obiettivo di allontanare oppositori ed elettori che li contrastano, promettendo in cambio accesso a terreni privati.
I dati sono allarmanti: secondo i media locali tra le vittime ci sarebbero quattro poliziotti e 14 civili, tra cui l’inglese Tristan Voorspuy ucciso mentre ispezionava il ranch privato di un amico a Laikipia.
Il ‘Daily Nation‘ riferisce che nel frattempo continuano le operazioni di Esercito e la Polizia per disarmare i pastori Pokot, che hanno intrapreso una guerra armata contro altre popolazioni vicine, come i Tugen e Marakwet.

Ma come è avvenuta la militarizzazione dei Pokot? Un enorme flusso di armi arrivò in questi territori negli anni ’70 e ’80, sembra che l’ex Presidente ugandese Idi Amin avesse una caserma vicino al Monte Moroto, in una riserva caratterizzata da sorgenti a cui attingevano pastori del Kenya e dell’Uganda. Questa caserma sarebbe stata un deposito di armi dei sovietici durante la guerra fredda, sorvegliato dalle truppe del Presidente ugandese, alla caduta di quest’ultimo, la popolazione Karimojong acquisisce l’arsenale.
Questi acquisirono le armi perché il Turkana in Kenya erano già armati di fucili austriaci, che avevano per anni di contrabbandato dall’Etiopia. A risentire dell’armamento dei Turkana, oltre ai Karimojong, furono i Pokots che allora erano che  armati solo di archi e frecce.

Negli anni Settanta i sovietici sotto i presidenti Nikolai Podgorny e Leonid Brezhnev fornirono armi ad Uganda, Somalia e Congo, destando la preoccupazione del Presidente keniano Jomo Kenyatta che si rivolse a Presidente degli Stati Uniti, Gerald Ford, il quale accolse la richiesta di credito di Kenyatta per l’acquisto di uno squadrone di F-5ES. Nel frattempo i Turkana avevano ricevuto il sostegno del Governo affinché proteggessero il Kenya dalle pretese territoriali di Amin dove non poteva la Polizia. Di conseguenza, sempre nel 1970, i Pokots, riuscirono a comprare armi da commercianti di bestiame somali.

Sicuramente oggi i Pokot commettono questi raid anche a causa della diminuzione del numero di animali e della siccità, ma anche perché giovani guerrieri arrivano in età di matrimonio e le doti sono costituite da elevati numeri di bestiami. Nonostante si cerchi di disarmare i Pokots questi riescono a ricostituire le proprie scorte scambiando bestiame per pistole con lo SPLA (Sudan People’s Liberation Army).

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