martedì, Luglio 27

Kuki-Chin, l’esodo dimenticato field_506ffb1d3dbe2

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Il processo di democratizzazione della Birmania, avviato nel 2011-12, si è caratterizzato finora per le numerose tregue tra il governo centrale e le minoranze etniche in lotta da decenni contro l’autorità del governo centrale (Kachin, Shan, Karen, Naga). Una tendenza positiva piuttosto generale, seppure con la vistosa eccezione delle violenze anti- musulmane, esplose nell’Arakan proprio in concomitanza con il cambio di regime politico. L’elevatissimo tasso di povertà, l’isolamento e gli odi mai sopiti dopo decenni di guerre e persecuzioni rendono però ancora molto difficile una genuina opera di riconciliazione. Per favorirlo, il nuovo governo di Naypydaw ha avviato una grande campagna di propaganda, invitando le comunità di birmani fuggiti all’estero a rientrare nel Paese.

L’invito del “nuovo Myanmar” sembra essere stato recepito da molte di queste comunità, ma vi sono due eccezioni importanti a questa inversione del trend. La più importante, come già accennato, è quella dei musulmani. Il secondo caso è un vero e proprio esodo fantasma: stiamo parlando dei Chin (chiamati Kuki in India), sotto-etnia di origine tibetana e di religione cristiana insediata da millenni tra la Birmania l’estremo oriente dell’India. Dei cinque milioni di componenti la comunità, oltre quattro milioni e mezzo vivono in India, ed oltre 450mila costituiscono la quasi totalità della popolazione dello Stato Federale birmano del Chin, il cui nome deriva per l’appunto dalla loro denominazione etnica sul suolo birmano.

Quella dei Chin è una lunga storia di lotte di emancipazione fallite. Isolati tra una prevalente popolazione buddhista e forti comunità musulmane, i Kuki hanno cercato di rendersi indipendenti dal mondo circostante per ben tre volte nell’ultimo secolo. La prima ribellione (1917-19) fu stroncata nel sangue dalle truppe coloniali britanniche supportate dai Rajah indiani dei territori circostanti. Una circostanza che spinse i Kuki a schierarsi coi giapponesi durante l’invasione della Birmania nel 1942. A questa scelta funesta, seguì il tradimento dei nuovi occupanti e la rapida riconquista britannica di tre anni dopo.

Con il 1947 i destini della parte della comunità birmana e indiana si sono separati. Nei piccoli Stati indiani  del Mizoram e Nagaland essi sono divenuti  maggioranza relativa sia etnica che religiosa, costituendo una delle più consistenti comunità di fede cristiana del Paese. Dotati di propri e riconosciuti usi e costumi, i Kuki del Mizoram sono anche residenti di uno Stato con una economia fiorente ed in costante crescita.

Ad appena pochi chilometri di distanza, cambiano profondamente sia i trascorsi storici che l’attualità. Dispersi in uno degli Stati birmani più estesi ma anche più poveri di risorse e vie di comunicazioni, al momento dell’indipendenza i Chin dipendevano in larga parte dal supporto del governo centrale. Il risultato fu paradossale: nel febbraio 1947 alla Conferenza di Panglong, che avrebbe dovuto stabilire la federalizzazione del Paese per sopire le diatribe etniche, i Chin stessi rinunciarono ad ogni autonomismo. Al contrario, popoli ben più autonomisti come i Kachin e Shan videro negate le proprie richieste e si diedero subito alla guerriglia.

L’atteggiamento pacifico dei Chin non fu però ricambiato da alcun particolare sforzo in favore dello sviluppo della regione. Con il colpo di Stato nazional-socialista di Ne Win, nel 1962, l’isolamento in cui piombò la Birmania condannò la regione ad un quarantennio di sottosviluppo, molto più sistematico di quello consumatosi nel resto del Paese.

Il colpo di Stato militare del 1988 ed il soffocamento delle speranze democratiche sfociarono in un irrigidimento della militarizzazione del territorio, in virtù del carattere confinario della regione. Ma il regime dello SLORC si caratterizzò anche per una svolta intollerante nei confronti delle minoranze religiose, spesso supportata anche da parte di integralisti buddisti. Fiaccati da cinquanta anni di povertà, dopo dieci anni di giunta militare i Chin si ribellarono. Nella primavera del 1998 violente manifestazioni di piazza e blocchi stradali sconvolsero i villaggi della regione. Già alle prese con quattro secessionismi, il regime di Rangoon fu sorpreso in pieno dalla sommossa e reagì con i carri armati. Le vittime furono centinaia, ed alle vittime si aggiunse una politica sistematica di distruzione o sequestro delle abitazioni e delle terre coltivabili da parte dell’esercito.

Il nerbo della comunità risiedente in India divenne così l’unica sagola di salvataggio di questa ennesimo gruppo di senza-patria della tragedia birmana. Ben 100mila Chin fuggirono attraverso il confine, e la comunità birmano-tibetana rappresenta oggi oltre il 90% dei rifugiati del Myanmar situati sul territorio di New Delhi.

Anche se l’ambiente etnico e religioso conforme ha enormemente favorito la stabilizzazione dei profughi sul territorio, il supporto volontario della comunità- attuato attraverso le reti delle Chiese protestanti- si è rivelato spesso l’unico su cui i migranti potessero realmente contare. Le percentuali di fuggiaschi ai quali è stato riconosciuto lo status di rifugiati o residenti lavorativi oscillano tra il 30 ed il 40%. Ma quando escono dai “santuari” del Mizoram e Nagaland, i Chin si trovano di fronte alle medesime discriminazioni religiose che soffrono altre minoranze, moltiplicate diverse volte dalla situazione di clandestinità.

Nel tentativo di ottenere permessi di soggiorno o un lavoro che li ponga in regola, migliaia di migranti raggiungono la capitale, New Delhi, spesso con mezzi di fortuna e praticamente senza sostentamento. Una volta raggiunta la meta, si vedono rifiutata ogni legalizzazione o si impantanano nella pletorica burocrazia indiana, e sono costretti a rimanere nella capitale vivendo di espedienti e lavori sottopagati anche rispetto alla già bassa media indiana. Secondo le stime delle ONG, i Chin nella capitale indiana ammonterebbero ad oltre 18mila, dei quali solo 8000 hanno ottenuto una qualche forma di riconoscimento. Per tutti gli altri, si apre una vita di stenti, fame e sfruttamento. In particolar modo tra le donne della comunità si registra un numero incredibile di casi di violenze sessuali e riduzione in schiavitù nel mercato della prostituzione.

Le ragioni di questa situazione non sono però solo dovute alla povertà dei mezzi di accoglienza dell’India. Anche la politica estera di Delhi ha giocato un ruolo nel lasciare questo dramma completamente nell’ombra per oltre un quindicennio. L’India ed il regime militare che ha governato il Myanmar fino al 2011 sono stati a lungo in ottimi rapporti sia per ragioni di stabilità politica che economiche. I due governi condividevano l’obiettivo di estirpare la guerriglia dei Naga, di ispirazione comunista ed attiva su entrambe i lati del confine. L’ex-Birmania è un serbatoio di materie prime sia energetiche che metallifere; infine, con Pechino ed il Myanmar, New Delhi ha condiviso l’ambizioso progetto di ricostruire l’asse viario della “Stillwell Road”, l’enorme strada costruita da americani ed inglesi nel 1944 per collegare India e Cina. Un progetto che aumenterebbe notevolmente gli scambi commerciali tra i due giganti asiatici.

Il cambio, seppur moderato, di regime politico, ha lasciato le relazioni di New Delhi con Naypydaw in un limbo ancora tutto da ridefinire. Politici della destra nazionalista indù non nascondono da tempo l’idea di rispedire a casa i rifugiati, one diminuire la consistenza dei cristiani sul totale della popolazione dell’Est del Paese. Ma né le pressioni indiane né gli inviti del nuovo governo birmano sembrano sortire alcun effetto, e la ragione non è difficile da comprendere.

Oltre il confine con il Mizoram, la fuga del 1998 si è lasciata alle spalle una provincia spopolata e all’abbandono sotto ogni aspetto sociale ed economico. In una regione grande come Sicilia, Calabria e Puglia messe assieme, vivono poco più di mezzo milione di persone, il 73% dei quali, secondo i dati del Governo birmano, vivrebbe con meno di cinque dollari al giorno. Nonostante il cambio di regime, l’esercito birmano continua ad occupare numerosi villaggi espropriati ai Chin nel 1998, e molti altri non sono mai stati ricostruiti.

L’epopea dei Chin, cristiani poverissimi, migranti verso un Paese povero e dove i cristiani sono spesso discriminati, non sembra ancora conclusa. La realpolitik, il retaggio di un passato violento e la difficile stabilità del multiculturalismo indiano, congiurano per ora affinché i birmani discesi dalle vette del Tibet millenni fa, continuino a non avere una patria.

 

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