martedì, Giugno 22

Kobane: ultima chiamata La sorte di Kobane è ormai indissolubilmente legata alla questione curda in Turchia. Ultimatum di Ocalan a Erdoğan

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Abdullah Ocalan


Abdullah Ocalan
, il leader storico del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), dalla cella della sua prigione sull’isola di Imrali in Turchia, ha avvertito le autorità turche di avere tempo fino ad oggi per agevolare i colloqui di pace con i curdi. Pena la chiusura di ogni trattativa. «Siamo in grado di attendere fino al 15 ottobre, oltre non avremo più nulla da dire. Le autorità turche parlano di risoluzioni e di negoziazioni, ma in realtà tutto ciò non esiste. Si tratta di una situazione artificiale, che noi non siamo più in grado di sostenere», sono stati i commenti rilasciati al fratello Mehmet in visita al carcere.

Il processo di pace tra il PKK e Ankara, avviato nel marzo 2012, si è in gran parte arenato a causa delle intransigenze, soprattutto turche, riguardo numerosi punti dell’accordo. Le promesse del Governo di Recep Tayyip Erdoğan riguardo l’amnistia dei guerriglieri del PKK, la garanzia costituzionale dei curdi in Turchia, nonché la cessazione del negazionismo turco riguardo l’esistenza del popolo curdo, avevano acceso grandi speranze tra la popolazione curda in questi ultimi anni. Speranze subito svanite a causa del punto morto raggiunto con il risultato delle Presidenziali, che ha visto la vittoria di Erdogan e il completo naufragio di tutte le negoziazioni di questi anni, ma anche e soprattutto per l’atteggiamento di ‘indifferenza’ del Governo turco riguardo la sorte della popolazione curda siriana di Kobane, da mesi assediata dai jihadisti di al-Baghdadi.

Commentando gli eventi di Kobane, Ocalan ha dichiarato che i colloqui di pace con Ankara sarebbero cessati se la città curda di Kobane in Siria fosse caduta nelle mani dello Stato Islamico, legando indissolubilmente il destino della cittadina di Kobane alle trattative di pace con la Turchia. Ma, il Governo di Ankara, non sembra essere molto ricettivo, e, anzi, continua a considerare le richieste dei curdi come una «dichiarazione di guerra» e basa la propria politica su questo assioma.

Se, da una parte, l’intensificazione dei raid aerei statunitensi e sauditi sull’enclave curda in Siria hanno respinto, almeno per il momento, l’avanzata dei jihadisti, dall’altra il Presidente turco continua a tuonare contro i manifestanti curdi, chiedendo con tono provocatorio «che cosa lega Kobane alla Turchia» in risposta alle manifestazioni dei giorni scorsi. Getta inoltre ulteriore benzina sul fuoco, ordinando ai caccia F16 di bombardare una postazione del PKK nel sud-est del Paese.
I Curdi in Turchia, in questo momento, restano letteralmente degli spettatori nell’assalto alla città di Kobane, mentre il cordone di sicurezza turco, che impedisce qualsiasi movimento da e per la città, è asserragliato sulle stesse colline da cui si guardano i bombardamenti internazionali contro l’IS. In Siria, e nel sud della Turchia, si dice ormai che Erdogan sogni ogni notte la caduta della città e la creazione di una zona cuscinetto per le truppe di Ankara. Insomma, la situazione è di giorno in giorno sempre più esplosiva.

La priorità di Erdogan resta, infatti, la caduta di Bashar al-Asad e non è un segreto che quella zona sia una area fondamentale per la Turchia, sia per la continuazione della guerra contro Damasco, sia per impedire la creazione di una enclave armata curda a ridosso del territorio turco. Ma fino a quando sarà possibile per le autorità di Ankara gestire la sempre più critica situazione al confine con la Siria e nel sud del Paese?

Il movimento curdo continua a guadagnare credito a livello internazionale, soprattutto dopo l’intervento delle milizie dell’YPG e del PKK per salvare dal massacro la minoranza degli Yazidi, intrappolata sul Monte Sinjiar dall’avanzata dei jihadisti. La stessa Kobane, che ha mostrato al mondo la fierezza delle combattenti curde, è diventata un palcoscenico internazionale della lotta per l’autodeterminazione di questo popolo, rendendo sempre più difficile per Erdogan mantenere la questione a livello nazionale. Secondo alcuni esperti di questioni curde, l’intransigenza e l’atteggiamento ostile del Governo turco nei confronti dei curdi potrebbe portare infine ad una ‘internazionalizzazione’ della questione, soprattutto alla luce degli ultimi eventi occorsi in Siria ed Iraq ad opera delle milizie jihadiste.

Tutti sono, però, concordi nell’affermare che se Ocalan ritirerà qualsiasi appoggio ai negoziati potremmo assistere rapidamente ad una rinnovata guerriglia del PKK contro i militari turchi, che potrebbe infiammare nuovamente il Paese. Mentre ancora si scandiscono slogan contro il Presidente turco, i curdi rimangono in attesa di riposte, aspettano di capire che atteggiamento avrà Erdogan alla luce dei fatti di Kobane. In qualsiasi caso, la nuova lotta che potrebbe delinearsi, sarà diversa da tutte le altre combattute fino ad ora tra la Turchia e la minoranza curda.

 

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