venerdì, Aprile 16

Kirill preferisce l'autonomia field_506ffb1d3dbe2

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Kirill Putin

Il patriarca di tutte le Russie come il conte di Cavour? Gli accenti usati nei giorni scorsi da Kirill, capo della Chiesa “pravoslava” (ortodossa) sono, in effetti, assolutamente e sorprendentemente gli stessi che contribuirono alla celebrità di uno dei maggiori artefici dell’unità d’Italia. “Libera Chiesa in libero Stato”, insomma, sia pure rendendo omaggio all’aurea formula dalla sponda opposta a quella di uno storico campione della laicità. Un omaggio, tutto sommato credibile oltre che eloquente, pronunciato dal patriarca in un’intervista nella quale ha preso posizione contro una recente iniziativa parlamentare che ha raccolto parecchi consensi non solo nelle file di Russia unita, il partito putiniano di maggioranza, ma persino in quelle del PCFR, il partito comunista che svolge una funzione di quanto meno parziale opposizione al regime.

Si tratta di una proposta mirante a ripristinare il legame istituzionale che esisteva tra Stato e Chiesa sotto gli zar modificando la Costituzione vigente, che aveva sepolto l’ateismo ufficiale sovietico in nome di una laicità statale per sua natura agnostica ancorché benevola, nella fattispecie, nei confronti della principale confessione nazionale. Kirill la boccia ricordando che le norme interne della sua Chiesa vietano al clero di assumere funzioni pubbliche e che la persecuzione sotto il regime comunista fu in gran parte frutto dell’”asservimento della Chiesa allo Stato” nel periodo precedente.

Il patriarca sostiene, inoltre, che solo una Chiesa indipendente può svolgere con pienezza la propria missione pastorale e il proprio ruolo di autorità spirituale e che comunque, mentre il suo scopo non è quello di influenzare la politica governativa,  lo Stato non ha modo di influenzare direttamente la politica della Chiesa. Su quest’ultimo punto è lecito nutrire qualche dubbio, poiché in un contesto economico e amministrativo come quello russo, dominato dalla presenza e dalla mano statali, la Chiesa difficilmente può sfuggire al una rilevante dipendenza dallo Stato specie riguardo alla disponibilità dei mezzi materiali necessari per esercitare la sua missione.

E’ invece del tutto plausibile che la Chiesa non ci tenga a legarsi troppo strettamente allo Stato compromettendo quel tanto di autonomia di cui gode e che le consente di apparentemente sia di far valere i propri specifici interessi sia di godere altresì una fiducia popolare che risulta inferiore solo a quella del presidente Vladimir Putin (48% contro il 55% secondo l’ultimo sondaggio del Centro Levada). Lo stesso Putin, d’altronde, in occasione del recente incontro in Vaticano, avrebbe forse invitato volentieri Francesco, figura importante sulla scena internazionale, l’invito ad effettuare finalmente la visita di un papa in Russia. Non l’ha fatto, si presume, perché il patriarcato non ha ancora dato via libera.

La Chiesa, per la verità, non è indenne da scandali e infortuni di vario genere che i media non mancano di rimproverarle. Ma, come si sa, tutto è relativo, per cui la avvantaggia decisamente il fatto che la suddetta fiducia sia molto superiore a quella che i russi ripongono nel governo centrale (30%) e in quelli regionali (32%), nelle autorità locali (27%) e nel parlamento (24-25%), nella giustizia (21%) e nelle forze dell’ordine (18%). Quanto a Putin, è antico in Russia il vezzo dell’uomo della strada di incolpare preferibilmente persone, organi e categorie sottostanti, per tutto quanto non funziona o si disapprova, piuttosto che l’autocrate ovvero il numero uno di turno.

Le percentuali citate, comunque, spiegano verosimilmente un’iniziativa dei politici che altrimenti potrebbe essere dettata solo dall’intento di mettere la Chiesa sotto tutela anziché rafforzarne il ruolo, cosa difficile da credere nella fase attuale benchè le parole di Kirill sembrino adombrarla. In attesa di ulteriori indicazioni resta solo da constatare che la vicinanza e la collaborazione tra il regime e il patriarcato continuano complessivamente a consolidarsi e a dominare la scena interna con i relativi riflessi anche sul piano internazionale.

Con l’approssimarsi delle Olimpiadi invernali di Soci Putin ha sentito il bisogno di invitare i concittadini ad astenersi da manifestazioni di omofobia che rischierebbero di turbare ulteriormente un evento apparentemente già destinato a subire i contraccolpi, di provenienza opposta, della piega assunta negli ultimi mesi dalla politica governativa. Il presidente ha anzi esortato ad accogliere amichevolmente tutti i partecipanti ai Giochi indipendentemente dal loro “orientamento sessuale”, negando ad ogni buon conto, come ha sempre fatto, che siano in atto discriminazioni a danno dei “diversi”.

Neppure Putin, tuttavia, sembra orientato a recepire la raccomandazione dell’Assemblea generale dell’ONU di “promuovere l’inclusione sociale senza discriminazioni”. La sua rinnovata assicurazione che la legge vietante la “propaganda omosessuale” risponde unicamente all’esigenza di proteggere i minorenni da influenze perniciose e abusi di ogni genere non basta a placare le critiche e le proteste straniere e dei contestatori domestici. Ad alimentarle, anzi, arriva adesso il divieto di permettere l’adozione di bambini russi da parte di coppie omosessuali appartenenti a Paesi in cui ciò è legalmente consentito o con i quali si sono aperte altre controversie in proposito.

Sono stati perciò rescissi gli accordi bilaterali già stipulati in particolare con Stati Uniti e Francia, mentre resta valido, è stato sottolineato, solo quello con l’Italia. Si tratta di misure che incontrano, a quanto risulta, il favore della netta maggioranza della popolazione oltre che della Chiesa. Dalle alte sfere ecclesiastiche si sono anche levate voci che denunciano il “terrorismo” scatenato nel Paese da “minoranze sessuali”, le cui rivendicazioni si scontrano in realtà con il terrorismo quanto meno atmosferico, ma ormai spesso anche fisicamente violento e talvolta letale, scatenato dall’omofobia estremista.

Altrettanto risoluto quanto scontato è l’appoggio che il patriarcato assicura in partenza ad una nuova legge che mette al bando la pubblicità a favore dell’aborto. Qui, tuttavia, i diritti delle donne configgono da tempo con una prassi rovinosamente malsana e non priva di addentellati criminali che, abusando su vasta scala di questa forma arcaica di limitazione delle nascite contribuisce non poco a drammatizzare l’emergenza demografica in cui versa tuttora la Russia come già, e ancor più, l’Unione Sovietica.

Già due anni or sono era stata vietata l’interruzione procurata della gravidanza dopo la dodicesima settimana salvo casi eccezionali. In seguito il lancio di campagne di dissuasione è stato accompagnato dallo stanziamento di fondi per incentivare le coppie a generare più figli, mentre per scoraggiare i divorzi è stata sensibilmente aumentata la relativa tassa. Una recente proposta parlamentare, infine, mira a vietare la copertura assicurativa degli aborti. I diritti delle donne saranno perciò messi davvero a repentaglio se verrà ostacolato, per principio o di fatto, il ricorso a contraccettivi alternativi, come potrebbe accadere sotto la spinta della Chiesa. La quale, frattanto, potrebbe però vedersi spiazzata da uno Stato attualmente incline a coprire, se non ad assecondare, un’ondata xenofoba rivolta in particolare contro gli immigrati, per lo più caucasici e di fede musulmana, accusati di varie pecche con in testa le vere o presunte collusioni con l’estremismo islamico. La gerarchia ortodossa, sinora, ha dato l’impressione di temere simili sfide meno della concorrenza e dell’invadenza delle altre confessioni cristiane a loro volta accomunate con le più ampie ingerenze e influenze occidentali.

 

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