domenica, Settembre 26

Kirghizistan, un’isola di (relativa) democrazia All’instabilità interna del piccolo Paese arretrato contribuisce anche la problematica collocazione tra Russia e Cina

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Si fa presto a dire democrazia. Anche, o specialmente, nell’Asia centrale post-sovietica, dove il termine e la cosa non sono proprio di casa. Le cronache e gli osservatori non hanno tardato a salutare con compiacimento l’elezione presidenziale svoltasi a metà ottobre nel Kirghizistan (o Kirghisia), la più piccola delle cinque repubbliche della regione. Che già agli albori dell’indipendenza, negli anni Novanta, era sembrata distinguersi per una certa vocazione democratica, ben presto smentita però dalla deriva autoritaria del suo primo presidente, Askar Akaev.

Rimasto al potere per tre lustri, Akaev fu infine costretto a dimettersi da una sollevazione popolare, e una sorte non dissimile toccò al suo successore, Kurmanbek Bakiev. Ugualmente inviso anche a causa di una corruzione dilagante, Bakaev venne rovesciato da un colpo di Stato che, previa presidenza interinale della sua animatrice, Roza Otumbaev, portò alla testa del Paese, nel 2011, Almazbek Atambaev. Al personaggio, cioè, che adesso esce di scena, almeno ufficialmente, lasciando il posto a Sooronbai Jeenbekov, primo uomo politico kirgiso, dunque, ad accedere alla suprema carica senza che il suo predecessore la perda per morte prematura o destituzione più o meno forzata.

L’evento è poi reso ancora più rimarchevole dal fatto che non si è trattato di un’elezione ‘bulgara’, ossia con consensi vicini al cento per cento com’era abituale in tutta l’Unione Sovietica e lo è tuttora nel resto dell’Asia centrale, bensì di una vera gara tra opposti e reali concorrenti conclusasi per di più con un risultato diverso da quello generalmente previsto. Esponente di un partito socialdemocratico (per quel tanto che possono significare le etichette a Bishkek, la capitale kirghisa, come nelle altre della regione), il vincitore ha infatti prevalso col 55% circa dei voti mentre il rivale, il giovane magnate del petrolio Omurbek Babanov, che molti davano per favorito, non è andato oltre il 33%.

Il tutto, dopo una campagna elettorale molto accesa e a tratti tempestosa e con una partecipazione al voto del 56%, non oceanica ma anche per questo credibile. Ci si aspettava del resto, come minimo, che i due contendenti di punta (in lizza ne erano scesi altri nove) dovessero riaffrontarsi in un ballottaggio, ma avendo ottenuto più della maggioranza assoluta Jeenbekov ha potuto assicurarsi l’elezione già al primo turno.

Fin qui, dunque, le note positive dell’evento da un punto di vista democratico, e che non vanno tuttavia sopravvalutate. Babanov, infatti, era in certo qual modo un outsider, mentre il suo avversario era il candidato proposto e sostenuto da Atambaev, da molti accusato di tendenze non meno autoritarie dei suoi predecessori e sospettato da altrettanti di ritirarsi solo formalmente (non essendo ancora, con i suoi 61 anni, in età necessariamente pensionabile) conservando dietro le quinte le leve del potere.

Il processo elettorale, inoltre, non è stato dei più puliti. Gli osservatori stranieri hanno riscontrato e denunciato varie irregolarità, per quanto giudicate non di natura e in misura tali da falsare il responso delle urne. Non sono comunque mancati arresti più o meno pretestuosi di politici anche importanti e il capo missione dell’OSCE (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) ha sottolineato che a molti cittadini è stato impedito di votare. All’indomani del voto i seguaci di Babanov sono scesi in piazza per protestare, ma lo stesso oppositore numero uno ha riconosciuto la sconfitta esortandoli alla calma.

Due settimane più tardi, tuttavia, il magnate, che durante la sua campagna aveva denunciato le pressioni e le discriminazioni subite dagli uzbechi, principale e più problematica minoranza etnica del Paese, è stato posto sotto inchiesta giudiziaria con l’accusa di incitamento all’inimicizia etnica e religiosa e di istigazione al rovesciamento violento dell’ordine costituzionale. La partita politica rimane dunque aperta e apparentemente destinata a giocarsi ancora in modi difficilmente compatibili con un sistema autenticamente democratico e con le norme proprie di uno Stato di diritto.

Fino a prova contraria, permane quindi l’impressione che nonostante un’elezione tutto sommato accettabile nel Kirghizistan si debba contare, pur con tutti gli inconvenienti del caso, soprattutto sulla ricorrente conflittualità interna e su una salutare reattività alle tendenze autoritarie e repressive per impedire che queste ultime prendano il sopravvento come nel resto dell’Asia centrale. E per il perdurare della conflittualità si potrà comunque continuare a contare sul contributo dei rapporti esterni e della collocazione internazionale del Paese.

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