mercoledì, Settembre 22

Kirghizistan, un exploit democratico

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Se la partecipazione al voto non è stata delle più massicce (55% dei 2,7 milioni di iscritti nelle liste), relativamente lusinghiero può essere considerato il rapporto sui controlli effettuati da circa 600 osservatori inviati dall’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e cooperazione europea), dal Consiglio d’Europa e dal Parlamento europeo. La consultazione è stata giudicata complessivamente regolare, comunque più regolare delle precedenti, in quanto sufficientemente competitiva e “animata” durante la campagna elettorale, mentre le operazioni si sarebbero svolte in modo generalmente tranquillo. Sono stati rilevati solo un certo difetto di trasparenza nelle informazioni e qualche inconveniente tecnico nello spoglio delle schede.

Tra gli echi dell’evento spiccano le felicitazioni del governo cinese, probabilmente non insincere né di pura circostanza benchè provenienti da un paese tuttora a partito unico. Con Pechino Bishkek condivide importanti interessi economici reciproci ma anche il problema delicato, e preoccupante per entrambe le parti, dell’agitazione degli ujguri, una minoranza musulmana grossa (e trattata non proprio con i guanti) nel vicino Xinjiang ma presente anche in Kirghizistan dove i fuggiaschi da oltre confine trovano rifugio. I due governi, ad ogni buon conto, possono già concertarsi in proposito nel quadro multilaterale dell’Organizzazione di Shanghai per la sicurezza e la cooperazione regionale, guidata in tandem da Cina e Russia.

Quanto felice sia Mosca, dal canto suo, per l’exploit democratico kirghiso non si sa, ma non si può escludere che non lo sia tanto ricordando che il premier  Dmitrij Medvedev (un tempo presunto fautore di riforme liberali in Russia) aveva creduto opportuno mettere in guardia i governanti di Bishkek contro gli inconvenienti della democrazia in versione occidentale. Nella fase attuale, in realtà, al Cremlino non si dovrebbero temere pericolose destabilizzazioni o sgradite correzioni di rotta in un paese alleato che ha aderito (a differenza di altri dell’Asia centrale) anche all’Unione eurasiatica promossa da Mosca nell’ambito ex sovietico e che mentre ospita basi militari russe ha sfrattato quella di Manas concessa a suo tempo agli Stati Uniti.

Per di più,  Atambayev i suoi collaboratori hanno seguito l’esempio di Vladimir Putin e compagni nell’imporre agli istituti locali finanziati dall’estero la qualifica diagenti stranieri” e persino nel mettere al bando la cosiddetta propaganda dell’omosessualità. A tutto ciò, volendo, si potrebbe contrapporre soltanto la partecipazione kirghisa, peraltro sin dal 2013, ad una forza armata comune con Turchia, Azerbaigian e Mongolia. Un diversivo, si direbbe, più che un’alternativa, la cui sorte potrebbe anche essere messa in discussione dagli ulteriori sviluppi della crisi mediorientale in generale e siriana in particolare.

 

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