mercoledì, Settembre 22

Kirghizistan, un exploit democratico

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Il ristabilimento della democrazia, sia pure in un quadro gravemente turbato dal conflitto con la minoranza uzbeka, vittima di un massacro (oltre 400 morti) con chiare responsabilità governative, è stato infine coronato dall’elezione nel 2011 dell’attuale presidente Almazbek Atambayev. Neppure lui è sfuggito a sospetti di tentazioni autoritarie né ad accuse e denunce anche aspre, da parte sia domestica sia straniera, di pratiche repressive e comunque illiberali.

Si è però trattato per lo più di ulteriori torti nei confronti della suddetta minoranza (14% della popolazione), i rapporti con la quale rimangono antagonistici a livello sociale risentendo tra l’altro i contraccolpi del recente deterioramento della situazione economica sulla scia della crisi russa.  Sono stati così vanificati almeno in parte i progressi precedentemente compiuti da un paese tuttora povero e arretrato. Lo testimonia eloquentemente l’apporto delle rimesse degli emigrati al PIL nazionale, con una quota che dall’8% di dieci anni fa era salita ad oltre il 20%, ma ora è precipitata al 12% anche a causa dei numerosi  rimpatri dalla Russia.

La democrazia, si sa, specie se sregolata e litigiosa, non basta da sola a risolvere tutti i problemi e a scacciare tutti i mali. Può anzi complicare dannosamente le cose come avviene in Kirghizistan proprio in materia economica. A Bishkek, infatti, governo e partiti non riescono a mettersi d’accordo, tra di loro e con gli investitori stranieri, per la messa a frutto della maggiore e pressocchè unica ricchezza naturale del Paese: la miniera d’oro di Kumtor. La dialettica democratica, d’altra parte, può anche risultare indispensabile per scongiurare accordi e decisioni che al paese siano nocivi.

Trattandosi comunque, fino a prova contraria, del sistema politico migliore che si conosca, la democrazia costituisce la condizione di base per la soluzione dei problemi e la guarigione dai mali. I quali, nel caso della piccola repubblica centrasiatica, comprendono l’economia nera, i traffici di droga e la prostituzione nonché una magistratura che non brilla per indipendenza dal potere. Si deve perciò ritenere salutare anche per essa la sopravvivenza di un sistema democratico, pur con tutti i suoi difetti, inciampi e carenze, e malgrado un contesto regionale (Russia compresa) così poco favorevole, anche dopo la tempestosa fase iniziale del secondo decennio del secolo.

La conferma della sopravvivenza è venuta dalle elezioni legislative del 4 ottobre scorso. Vi hanno partecipato 14 partiti, sei dei quali hanno superato la soglia del 7% dei voti necessari per accedere alla distribuzione dei 120 seggi del parlamento unicamerale. Al primo posto si è piazzato il Partito socialdemocratico, erede del vecchio partito comunista, vicino al presidente Atambayev e di orientamento filorusso. Non essendo però andato oltre il 27,4% dei suffragi esso dovrà formare una coalizione la più ampia possibile, contando innanzitutto sull’appoggio del Partito progressista Unuguu (9,3%), già suo alleato e particolarmente legato a Mosca.

Guardano invece piuttosto ai cugini turchi e all’Occidente rispettivamente due formazioni che si sono recentemente unite nel principale partito di opposizione, Respublika e Ata Jurt, giunto secondo col 20,1% dei voti. Un’altra recente fusione ha dato vita al Partito Kirghizistan-Emgek, che mirando a quanto pare a ricucire insieme il nord e il sud del paese, storicamente e culturalmente divisi, si è piazzato al terzo posto col 12,8%. Tra le vittime dello sbarramento figura Ar-Namys, partito capeggiato da Felix Kulov, politico di lungo corso, e sostenuto dalla minoranza russa, ridotta ormai ai minimi termini dai ritorni nella madrepatria, e da altre etnìe minoritarie.

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