sabato, Dicembre 4

Kirghizistan, un exploit democratico

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Il Kirghizistan o Kirghisia (denominazione più corrente fino a mezzo secolo fa, non solo in Russia) ha molte cose in comune con i suoi vicini, le altre quattro repubbliche del Turkestan ex sovietico, nel cuore dell’Asia centrale. Il predominio del ceppo turcomanno, innanzitutto, con la sola eccezione del Tagichistan. La religione e la cultura islamiche, poi, tuttora saldamente radicate nonostante la conquista russa nel 19° secolo e l’assoggettamento per oltre settant’anni ad un regime ateo come quello comunista. Tutte cinque, inoltre, devono praticamente la loro stessa nascita in quanto entità statali e anche nazionali, benchè in contesti più meno largamente multietnici, proprio all’URSS, che non solo tracciò i reciproci confini e creò i singoli apparati amministrativi ma dotò ciascuna di una lingua scritta modernamente strutturata.

All’indipendenza, nel 1991, giunsero tutte non per forti spinte interiori ma grazie al tracollo del potere centrale moscovita e semmai ai colpi che esso aveva ricevuto da altre componenti della federazione sovietica. Non a caso, infatti, nelle loro capitali rimasero in sella gli stessi uomini e gruppi dirigenti già ligi al Cremlino, con la sola eccezione temporanea proprio del Kirghizistan, dove salì quasi subito al timone Askar Akaev, un fisico-naturalista estraneo alla vecchia ‘nomenklatura’. Una volta ottenutela, tutte mostrarono di avere l’indipendenza molto a cuore e di volerla difendere, chi più chi meno, anche contro il ritorno di eccessive pretese egemoniche russe, al di là della partecipazione alle organizzazioni regionali patrocinate da Mosca o della loro diserzione. E questa difesa comprendeva, e comprende tuttora, il comune impegno a controbilanciare i molteplici legami con la Russia coltivando quelli crescenti con la Cina e anche quelli con l’Occidente, peraltro piuttosto declinanti, di recente, nel caso degli Stati Uniti.

Tutte le cinque repubbliche, infine, si trovano oggi esposte alla minaccia dell’ISIS sia esterna che interna, dal momento che sono ormai molto numerosi i loro giovani, soprattutto, che vanno a combattere nelle file del Califfato, indipendentemente dal variabile trattamento della religione e del culto islamici da parte di rispettivi governi. Ne consegue un inevitabile, comune affidamento alla Russia, benchè in misura anch’esso variabile, per assicurarsi al riguardo un’adeguata protezione.

A questo lungo elenco di comunanze si contrappone, però, una peculiarità del Kirghizistan che la distingue alquanto nettamente dai suoi vicini, tutti caratterizzati da regimi autoritari e più o meno, anche, repressivi: una sorprendente vocazione democratica capace di resistere al ripetersi di crisi politiche e altre situazioni conflittuali. Qualcuno la spiega con il tradizionale pluralismo etnico e tribale di una popolazione insediata in fertili pianure (la quasi mitica valle di Fergana, appetita da più Stati confinanti) e in impervie montagne, antico rifugio di pastori noti anche come indomiti guerrieri.

Sta di fatto che, rivelatosi un’imprevedibile isola di democrazia all’indomani del crollo dell’URSS, il paese si ribellò all’involuzione autoritaria di Akaev, costretto a dimettersi dalla “rivoluzione dei tulipani” del 2005 dopo 15 anni di governo inizialmente popolare e apprezzato anche all’estero. Poco rispetto per il parlamento di Bishkek, la capitale, e troppa tolleranza di una diffusa corruzione furono rimproverati anche al suo successore regolarmente eletto, Kurmanbek Bakiev, costretto a sua volta alla fuga nel 2010 da un golpe che elevò alla presidenza provvisoria una donna, Roza Otumbaeva.

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