mercoledì, Settembre 22

Kirchner, le vie del denaro sono finite field_506ffb1d3dbe2

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Kirchner

Per molti, la bellezza della Patagonia consiste nelle sue infinite pianure deserte, dove non sembra esserci altro che terra e vento. Per i coniugi Kirchner, però, l’ampia regione dell’Argentina meridionale potrebbe aver significato anche altro: una fonte di arricchimento organica al proprio sistema di potere, il cosiddetto «sistema K». Questo, almeno, è quanto sta emergendo dalle indagini della magistratura seguite alle rivelazioni dello scorso aprile da parte del giornalista Jorge Lanata: indagini che, a prescindere dal risultato che daranno, hanno già messo in luce la scarsa disponibilità della Casa Rosada a render conto della propria amministrazione dei fondi pubblici. I giudici hanno infatti avuto non poche difficoltà a ripercorrere quella che è stata chiamata la ‘Via del denaro K’: un percorso che, dall’assegnazione di appalti pubblici nella provincia di Santa Cruz, avrebbe condotto ingenti somme di denaro verso l’Uruguay e, quindi, la Svizzera.

Lo scandalo parte da un programma giornalistico trasmesso dal canale televisivo ‘El Trece’, di proprietà del Gruppo Clarín, notoriamente in conflitto col Governo Kirchner. Nella prima puntata di ‘Periodismo Para Todos’, Lanata (già fondatore, insieme a Osvaldo Soriano e Horacio Verbitsky, del quotidiano Página/12) rese pubblico un filmato in cui l’imprenditore Leonardo Fariña, ignorando di essere ripreso, descriveva la «rete di riciclaggio dello Stato» elaborata dall’ex Presidente Néstor Kirchner al fine di trasferire l’equivalente di quasi 55 milioni di euro verso paradisi fiscali. Tramite di queste operazioni sarebbe stata, secondo Fariña, la finanziaria SGI di Federico Elaskar, ma a gestire il complesso sistema – che funzionava attraverso una cinquantina di società – sarebbe stato Lázaro Báez, imprenditore prossimo alla famiglia presidenziale. Il rapporto tra Báez e i Kirchner si sarebbe sviluppato sin dagli anni Novanta, quando Néstor Kirchner era Governatore della Provincia di Santa Cruz, ed avrebbe portato notevoli vantaggi economici ad entrambe le parti durante questi undici anni di Governo kirchnerista.

Emerge infatti che la Austral Construcciones di Báez, originariamente un modesto impiegato del Banco di Santa Cruz, dall’insediamento di Néstor Kirchner al Governo federale avrebbe ottenuto in appalto l’82% delle opere pubbliche nella Provincia santacruceña (addirittura il 98,3% quando Kirchner era Governatore di quest’ultima, secondo dichiarazioni di Lanata a ‘El Comercio), oltre ad altri contratti su scala nazionale, per un totale di più di cinque miliardi di pesos. Nel contempo, diveniva uno degli uomini più rilevanti dell’economia locale, acquisendo proprietà nella capitale provinciale di Río Gallegos, ma anche nella Provincia di Buenos Aires e nella capitale federale: acquisti che, come riporta ‘El País’, comprendevano tra l’altro terreni (263.000 ettari solo nella Provincia di Santa Cruz), appartamenti, imprese commerciali ed interi edifici: il tutto a prezzi di gran lunga superiori a quelli di mercato. Oltre che dalle dichiarazioni di Fariña, un’ulteriore conferma del rapporto tra Báez di Néstor Kirchner proviene dai documenti reperiti da Lanata e presentati ai magistrati dalla deputata Elisa Carrió, risalenti 10 giugno 2005 e consistenti nell’assegnazione ad Austral della costruzione di 10 abitazioni su proprietà appartenenti all’allora Presidente argentino.

Ma quali erano i meccanismi per il lavaggio di denaro? Innanzitutto, è necessario approfondire il sistema di scambi fra Báez e Kirchner. Il filone d’inchiesta seguito da Lanata mostra come un ruolo rilevante sia stato giocato dal Ministero per la Pianificazione, guidato da Julio de Vido: attraverso numerosi contatti con la cerchia di Báez, de Vido avrebbe condizionato l’andamento dei concorsi di appalto per favorire l’imprenditore di casa Kirchner. «Le opere le risolve de Vido», affermava infatti l’ex Governatore di Santa Cruz, Sergio Acevedo, secondo le cui parole il Ministro – tutt’ora in carica – avrebbe fatto anche le funzioni di ‘cassiere’ per la raccolta delle tangenti. Tangenti versate, in particolare, dalle imprese a cui la Austral ‘girava’ i propri appalti e di cui una parte giungeva a Néstor Kirchner, secondo la sua ex segretaria Miriam Quiroga, dentro ad alcuni borsoni neri che il Presidente ritirava personalmente per poi inviare alla propria residenza in Patagonia. Ma i borsoni non erano l’unico modo in cui Báez, apparentemente, divideva il denaro ottenuto illegalmente con Kirchner: secondo il giornalista de ‘La Nación’ Hugo Alconada, un’altra modalità sarebbe consistita nell’affittare a prezzo maggiorato interi alberghi di proprietà della coppia presidenziale: tra il 2010 e il 2011, informa Alconada, la società Valle Mitre (di proprietà di Báez) avrebbe versato ai Kirchner più di 14,5 milioni di pesos. Ma il filo rosso del sistema rimaneva il modo di far giungere il denaro da riciclare verso i paradisi fiscali esteri.

Il sistema di cui, secondo Fariña, Báez era solo il prestanome di Kirchner funzionava lungo le rotte per Panama e la Svizzera, passando per l’Uruguay. Apparentemente il centro delle operazioni sarebbe stato il Madero Center, nella zona di Puerto Madero, a pochi passi dalla Casa Rosada. È da questo punto d’incontro, noto come ‘La Rosadita’ e utilizzato da numerosi personaggi politici di spicco per cambiare denaro in dollari (una sorta di ‘cueva per VIP’, come la definisce ‘El Cronista’) che il denaro da riciclare sarebbe partito verso la Svizzera, facendo prima scalo a Montevideo. Questa, almeno, la dichiarazione del già citato Federico Elaskar. Ma, come detto, anche Panama sarebbe stata meta di parte del denaro. Purtroppo, però, la magistratura sta avendo numerose difficoltà nell’accertare le denunce dell’opposizione argentina, sollevate in seguito alle rivelazioni fin qui riportate.

Come si diceva, la Casa Rosada non ha infatti dato l’impressione di voler dimostrare la propria estraneità ai fatti: al contrario, sembra aver compiuto ogni sforzo per ostacolare la prosecuzione delle indagini. Tra i casi più eclatanti, quello più recente riguarda il Procuratore José María Campagnoli e la sua squadra. In precedenza uomo di fiducia di Néstor Kirchner, Campagnoli era il procuratore che si occupava delle indagini sul caso Báez. Era: perché, dallo scorso dicembre, Campagnoli è stato sospeso dalle sue funzioni dal Tribunale Istruttorio del Ministero degli Affari Pubblici. La ragione, secondo la Procuratrice Generale della Nazione, Alejandra Gils Carbó, consisterebbe proprio in una serie di illeciti commessi nel corso delle indagini sul caso di riciclaggio di denaro. La decisione, però, è stata interpretata da molti, in Argentina, come un’ingerenza del Governo sul Potere Giudiziario: «il kirchnerismo vuole che non si indaghi sui reati che coinvolgono il potere» è stato, ad esempio, il giudizio di Fernando Sánchez del partito Coalición Cívica, ma anche esperti di giurisprudenza, intervenuti all’evento organizzato da Será Justicia, hanno manifestato la propria preoccupazione. Intanto, a febbraio la squadra di Campagnoli è stata smantellata e destinata a lavori d’archivio.

Anche sul piano internazionale, comunque, le difficoltà non sono mancate. Coinvolto nel caso, l’Uruguay ha infatti aperto anch’esso un’inchiesta sul riciclaggio di denaro imputato a Lázaro Báez già dallo scorso inverno (la nostra estate). Il caso è però rimasto a lungo in sospeso, a causa del mancato invio, da parte delle autorità argentine, dei documenti richiesti dalla corte uruguaiana. Informazioni che, all’epoca, il Procuratore argentino Guillermo Marijuan sostenne non fossero mai arrivate, ma che causarono attriti fra i due Paesi ed un’indagine sulla possibilità che il Ministero degli Esteri avesse impedito la cooperazione giudiziaria. Per contro, a fine febbraio è stata Panama a negare l’invio di informazioni a Buenos Aires, sostenendo di non poter fornire chiarimenti sulle imprese fantasma legate alla Teegan del figlio di Báez, Martín, in quanto il delitto imputato all’imprenditore non sarebbe chiaramente esplicitato. Montevideo, invece, sembra avere fornito, proprio in questi ultimi giorni, un indizio chiave: come riporta ‘Perfil’, il 15 marzo sarebbe giunto dall’Uruguay un rapporto bancario che accerterebbe il passaggio di 16,5 milioni di dollari verso la società finanziaria Helvetic Service Group, in Svizzera. Finora, le autorità giudiziarie argentine erano riuscite solo a risalire al percorso che, da Helvetic, portava alle casse di Austral.

I protagonisti, intanto, mentre tentano di arrestare le rivelazioni sul complesso sistema, sembrano comunque rassegnati alla fine dello stesso. A metà dicembre, Báez ha fatto richiesta per una misura cautelare sulle inchieste de ‘La Nación’, attraendo critiche, ma, soprattutto, ottenendo il netto rifiuto del Foro Giornalistico Argentino (FOPEA). Attualmente, starebbe negoziando col consorzio cinese Sinohydro la vendita delle sue società. L’operazione, però, ha incontrato i dubbi dei dirigenti di Pechino, perplessi di fronte ai continui sviluppi giudiziari relativi all’impero dell’impresario argentino. La Presidente Cristina Fernández de Kirchner, invece, sa che non potrà prolungare la propria permanenza alla Casa Rosada dopo l’ottobre 2015. Tuttavia, anche l’esile possibilità di gestire il sistema di potere instaurato in questi anni attraverso uomini chiave sembra svanire sotto l’incedere degli scandali giudiziari e dei fallimenti delle politiche economiche che hanno distinto l’’era K’. Tutto è partito dalla Patagonia, come si diceva, ed ora sembra non rimanere altro che terra e vento.

 

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