giovedì, Ottobre 28

Kinshasa, dove le rivolte possono fare più morti del Coronavirus La situazione socio-economica di una metropoli che vive di economia informale rende impossibile il ‘chiudere tutto’. Misure di confinamento abortite sul nascere in Congo

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Sabato 28 marzo doveva entrare in vigore il confinamento totale della città di Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, città che conta 11,8 milioni di abitanti, per far fronte al rischio di contagio da coronavirus COVID-19 (qui si preferisce parlare di SARS-CoV-2).
La drastica
decisione era stata presa dal Governatore della provincia Gentiny Ngobila,giovedì 26, verso la serata, annunciandola alla popolazione durante una conferenza stampa. Il confinamento totale doveva durate per tre settimane, e prevedeva delle interruzioni di 2 giorni ogni settimana per permettere la popolazione di acquistare i beni alimentari. Le sole persone autorizzate a circolare liberamente erano personale (ridotto) dell’Amministrazione Pubblica, il personale sanitario, Polizia, Esercito con il dovere di assicurare servizi di assistenza e l’ordine pubblico.

La decisione presa dal governatore di Kinshasa è stata preceduta dal decreto presidenziale, firmato dal Capo di Stato Félix Tshisekedi, martedì 24 marzo, con il quale veniva dichiarato lo Stato di Emergenza su tutto il territorio nazionale e l’isolamento della capitale dal resto del Paese per evitare il propagarsi del contagio in altre zone.
I dati forniti dal Ministero della Sanità e dal
l’OMS evidenziano che tutti i 65 casi di contagio che il Paese conta sono stati registrati a Kinshasa, trasformando così la capitale nel primo focolaio SARS-CoV-2 del Paese.
L’aumento delle persone testate positive sembra accelerarsi. Nella sola giornata di sabato sono stati confermati 7 nuovi casi e un decesso che fa salire a 6 le vittime da COVID-19. Un primo caso di contagio è stato registrato nella provincia del Nord Kivu, est del Paese.

La decisione del Presidente era stata richiesta da tutti i partiti politici e dalla società civile.
Il decreto vietava ogni viaggio da Kinshasa verso le altre province e viceversa per permettere l’isolamento della capitale.

La concentrazione di tutti i casi di contagio presso la capitale trova la spiegazione nella natura di Kinshasa: una metropoli crocevia regionale, dove quotidianamente giungono persone dai Paesi confinanti e dalle province per affari e lavoro.

Nella serata di venerdì 27 marzo, lo stesso Governatore Ngobila annuncia di aver riportato a data da destinarsi il provvedimento annunciato il giorno prima. Il motivo spiegato: la speculazione dei prezzi dei beni di prima necessità e la volontà delle autorità di prevenire «atti suscettibili di creare insicurezza». Un eufemismo per non pronunciare il rischio di una rivolta popolare.

Infatti, la situazione creata dalla decisione di confinare l’intera popolazione di Kinshasa preannunciava una rivolta popolare che, se non bloccata sul nascere, sarebbe stata caratterizzata dal violenze, saccheggi e sanguinosi scontri con Polizia ed Esercito. L’elevato numero di abitanti avrebbe reso impossibile la difesa della capitale, facendo capitolare l’intero governo.

All’infuori dei quartieri in centro, ammodernati sulmodello europeo dal precedente Presidente Joseph Kabila, come puro atto di propaganda, Kinshasa è composta da immensi quartieri con un tasso altissimo di densità di popolazione dove rari sono i servizi di base. Milioni di persone vivono in quartieri sovrappopolati senza acqua corrente, elettricità. Il servizio di raccolta rifiuti è praticamente inesistente. Il servizio di trasporti pubblico e privato è nettamente inferiore alla domanda. Sugli autobus e pulmini viene normalmente caricato il 20% di persone in più rispetto ai posti disponibili all’interno del mezzo. Il forte tasso di disoccupazione obbliga la maggioranza della popolazione a girovagare per la capitale, improvvisandosi venditori ambulanti che vendono qualsiasi tipo di merce per avere gli spiccioli necessari per la sopravvivenza giornaliera. Tutti fattori che favoriscono la diffusione del contagio.

La decisione del Governatore di decretare il confinamento totale con un preavviso di sole 48 ore è stata duramente criticata sia dai partiti di opposizione che da quelli che formano la coalizione di governo UDPS (Union pour la Démocratie et le Progrès Social) il partito di Tshisekedi e il PPRD(Parti du Peuple pour la Reconstruction et la Démocratie) il partito di Kabila.

«Il Governatore ha totalmente ignorato l’aspetto sociale nel decretare il confinamento totale. È desolante costatare che questa misura radicale non è stata accompagnata da alcuna proposta economica in salvaguardia della popolazione ne da misure obbligatorie come garantire l’accesso all’acqua corrente e alla elettricità», ha dichiaratoil deputato Patrick Muyaya, leader del Partito Lumumbista Unito (PALU). Dichiarazione condivisa dalla maggioranza dei parlamentari, che accusano il Governatore di aver preso la decisione senza consultarsi con l’Assemblea Nazionale (il parlamento congolese). Tra i provvedimenti richiesti per rendere possibile il confinamento vi erano: presa in carico delle fatture di acqua e luce, assicurare un servizio di acqua potabile nei quartieri dove scarseggia e, infine, il controllo dei prezzi dei beni alimentari associato da una lotta contro gli speculatori.

A causa del ristretto preavviso dell’entrata in vigore del confinamento totale, venerdì i supermercati e i negozi della capitale sono stati presi d’assalto dalla popolazione intenta a fare provviste di beni alimentari. La maggioranza dei negozianti,compresi i grandi supermercati, hanno immediatamente speculato sull’emergenza e hanno quadruplicato i prezzi dei beni di prima necessità.

La decisione del Governatore non ha preso in considerazione l’aspetto sociale. La maggioranza della popolazione di Kinshasa vive alla giornata,impiegata nell’economia informale, che permette la sopravvivenza ma impedisce di uscire dal circolo di povertà. Ogni mattina centinaia di migliaia di donne, uomini e anche bambini escono dalle loro misere abitazioni per tentare di guadagnare il pane quotidiano, vendendo qualsiasi merce o accettando qualsiasi lavoro giornaliero, spesso sottopagato.
Il confinamento totale impedirebbe a milioni di persone la sussistenza.
A questo si aggiunge il
rischio di licenziamenti di massa nelle rare fabbriche del parco industriale della capitale.
Anche il lavoro a distanza, smart job, per gli impiegati dell’Amministrazione Pubblica e del settore privato è praticamente impossibile a causa della instabilità della rete elettrica nazionale e dei costi proibitivi della connessione a Internet.

Per tutto questo, è stata una decisione obbligata rinviare il confinamento totale, per poter studiare misure di sostegno alla popolazione e controllare l’ondata di speculazione sorta dal nulla e totalmente ingiustificata.
I problemi dei quali soffre la capitale sono frutto di 15 anni di malgoverno e rapina delle risorse nazionali. Questi sono problemi strutturali che potrebbero essere risolti solo con un ambizioso piano di grandi investimenti nelle infrastrutture pubbliche e nei settori industriale e terziario per creare occupazione, difficili da attuare in breve tempo.

Molto probabilmente il confinamento totale non verrà attuato. La precisazione fatta dal Governatore di un «rinvio a data da destinarsi»sembra sancire questa eventualità.
Kinshasa è un laboratorio per l’intera Africa che fa comprendere come sia difficile applicare misure drastiche di contenimento sul modello cinese o italiano.
Altrettanto difficile applicare le misure più soft, ma altrettanto efficaci attuate in Corea del Sud. Per questo, il rischio a Kinshasa e in altre parti del continente è di una ecatombe di proporzioni inimmaginabili.

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