giovedì, Agosto 5

Kinshasa-Beirut, la tratta delle schiave Sarebbero già sei cento le ragazze congolesi vittime di questo traffico. E le connivenze sono forti

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Schiave tratta Kinshasa Beirut

Kampala – La Ong Forum International des femmes de l’espace francophone FIFEF dal dicembre 2013 sta denunciando in vano un nutrito traffico di esseri umani tra la Repubblica Democratica del Congo e il Libano. Sarebbero già sei cento le ragazze congolesi vittime di questo traffico. Il metodo utilizzato è comune anche in altri Paesi africani quali Etiopia, Nigeria e Uganda. Le ragazze vengono reclutate a Kinshasa (capitale del Congo) da una agenzia che promette lavori ben retribuiti in Libano. Un volta arrivate nel Paese mediorientale alle ragazze viene requisito il passaporto e vendute a famiglie libanesi benestanti che le trasformano in schiave.

«Arrivate in Libano ci hanno stuprato e picchiato. Ci hanno poi vendute a delle famiglie ricche che ci hanno trattato peggio degli schiavi. Sono riuscita a scappare e ritornare qui. Mi ritengo fortunata. Altre sono morte». «Quando sono arrivata a Beirut mi hanno subito confiscato il passaporto e mi hanno rasato la testa. Mi hanno sottoposto a dei controlli sanitari per verificare che non avessi malattie. Mi hanno fatto anche il test del AIDS e prendere dei farmaci per gonfiare i muscoli delle braccia per dare impressione che fossi più resistente ai lavori domestici. In attesa di essere venduta come schiava mi facevano dormire in un balcone in pieno inverno. Potevo entrare in casa solo quando volevano scoparmi. Di solito erano quattro gli uomini che abusavano sessualmente del mio corpo e se non li facevo godere adeguatamente (compreso rapporti anali non protetti) mi picchiavano selvaggiamente. In alcune occasioni hanno rigato dei film mentre tre uomini mi penetravano contemporaneamente in tutte le parti del mio corpo. Probabilmente vendevano questi film su internet. L’incubo é terminato prima che mi vendessero alla famiglia libanese. Sono riuscita a fuggire e FIFEF mi ha aiutato a ritornare in Congo. É stata una esperienza terribile che mi ha distrutto psicologicamente. Per fortuna non ho contratto l’AIDS». Queste le testimonianze di due delle cinque ragazze che la Ong FIFEF è riuscita a rimpatriare nella Repubblica Democratica del Congo.

Il traffico di esseri umani è gestito da imprenditori libanesi operanti a Kinshasa ed è limitato solo alla capitale per una ragione pratica: Kinshasa conta oltre dieci milioni di abitanti, spesso non registrati presso il comune. Questo rende difficile rintracciare la vittima e la sua partenza verso il Libano. Le disastrose condizioni di questa Città-Stato: mancanza di elettricità, rete idrica e fognaria, strade, educazione e sanità e la  spaventosa povertà della popolazione (su oltre 10 milioni di abitanti di Kinshasa, almeno 8 milioni vivono con 1,5 euro al giorno) aumentano la percentuale delle potenziali vittime di questo traffico.

La comunità libanese è presente in Congo fin dagli ultimi anni del colonialismo. Durante il regime di Mobutu Sese Seko gestivano le importazioni e il traffico di minerali. Quando nel 1991 iniziò la mostruosa svalutazione del Zair (la valuta nazionale dell’epoca) i libanesi monopolizzarono il mercato nero, riuscendo a sottrarre alla Banca Centrale il controllo degli scambi tra la valuta nazionale e le principali valute estere. Il tasso di cambio, che poteva variare diverse volte al giorno, veniva deciso dal Cartello Libanese. Per aumentare i profitti il cartello iniziò a produrre miliardi di false banconote immettendole nel mercato e aumentando così la svalutazione dello Zair a loro profitto.

Dopo la caduta del regime Mobutu, avvenuta nel 1996 a seguito della invasione degli eserciti Angolano, Burundese, Ruandese e Ugandese, i libanesi si ritirarono dall’est del Congo chiudendo ogni loro attività per non entrare in una pericolosa concorrenza con i poteri forti di Luanda, Kampala e Kigali, interessati allo sfruttamento delle risorse minerarie del paese.  Dal 1998 la comunità libanese si concentra presso la capitale e abbandona il controllo del mercato nero valutario in quanto non più lucroso.

Dalla caduta del regime di Mobutu fino ad oggi il Congo, pur avendo una sua nuova valuta nazionale: il Franco Congolese, usa euro e dollaro americano per tutti le transazioni commerciali superiori ai 10 dollari. Il Franco Congolese é usato per pagare i piccoli acquisti presso i mercati e i negozietti alimentari. L’utilizzo delle due valute occidentali é stato promosso dalle multinazionali, dalla comunità libanese e dai Paesi confinanti per evitare perdite di profitto causate dai cambi valuta con una moneta cronicamente debole.

Anche le Nazioni Unite, e i principali enti finanziatori internazionali quali USAID, ECHO e la Cooperazione Europea, risultano complici della mancata sovranità finanziaria del Congo, permettendo alle loro agenzie umanitarie e alle Ong internazionali di tenere la contabilità ed effettuare spese in dollari o euro. La Famiglia Kabila e la classe politica congolese non hanno mai vietato l’utilizzo delle valute straniere per evitare a loro volta perdite sui cambi valuta dei soldi provenienti dalla sistematica corruzione statale. Presidente, Ministri, Parlamentari, ricevono ingenti somme di corruzione in dollari ed euro che vengono immediatamente trasferite in banca internazionali con le sole spese di trasferimento bancario. Un meccanismo ben noto alla Liberia dove il Premio Nobel per la pace e Presidente del Paese Ellen Johnson Sirleaf, é stata la prima a percorrere questa orrenda strada: abdicare volontariamente alla sovranità finanziaria del proprio Paese a fine di lucro personale.

Abbandonato il mercato nero valutario, il cartello libanese ha creato un monopolio sulla grande distribuzione aprendo una serie di ipermercati. Dal 2006 la comunità libanese si é assicurata anche il monopolio edile. Operazione che ha reso possibile un boom edilizio senza precedenti a Kinshasa dove ogni mese vengono costruiti complessi residenziali e grattacieli, che rimangono per la maggior parte vuoti a causa degli esorbitanti prezzi d’affitto. Il boom edile è strettamente collegato al riciclaggio del denaro. Il Cartello Libanese in Congo si è proposto con successo come veicolo di riciclaggio dei profitti provenienti da attività illegali fatti dalla criminalità internazionale, attirando l’attenzione dei cartelli mafiosi sud americani, russi e anche di Mafia e Camorra.

Il traffico di esseri umani per il mercato libanese è un fenomeno recente, reso possibile tramite la connivenza delle autorità congolesi. “E’ evidente che lo Stato Congolese è pienamente coinvolto con i trafficanti libanesi di esseri umani. Tutte le denunce che FIFEF ha depositato presso le istanze giudiziarie sono state sistematicamente ignorate. Nessuna inchiesta é stata fino ad ora aperta nonostante che le varie agenzie libanesi di reclutamento sia ben note al pubblico. In un solo caso si è assistito all’arresto di un rappresentante di una di queste agenzie nel 2013. A distanza di due settimane dall’arresto l’individuo, libanese con nazionalità congolese, é stato liberato. Dopo dieci giorni dalla scarcerazione del sospetto criminale il cadavere della ragazza schiavizzata che aveva sporto denuncia, fu ritrovato in una discarica della periferia di Kinshasa. La polizia non collegò la morte della ragazza al libanese e archiviò il caso come aggressione compiuta da ignoti.”, spiega Martin Mwamba, responsabile della Ong FIFEF che ha già ricevuto varie minacce di morte.

Il traffico degli esseri umani dall’Africa al Medio Oriente è stato oggetto di severe misure preventive e legali in alcuni Paesi africani, primo tra tutti l’Etiopia che ha bandito il reclutamento di suoi cittadini per lavoro nei Paesi arabi ed asiatici, ritirando la licenza alle agenzie di reclutamento coinvolte nel traffico. Queste misure straordinarie sono state prese nel novembre 2013 a seguito di varie denunce pervenute da cittadini etiopici che sono riusciti ad interrompere la loro condizione di schiavitù, fuggendo dalla Arabia Saudita. Anche l’Uganda, vittima di un traffico di essere umani fin dal 2004, sta studiando una serie di misure legislativa per rendere illegali queste agenzie di reclutamento.

Nella Repubblica Democratica del Congo al momento non si registra alcuna iniziativa della magistratura, polizia e Parlamento per interrompere questo odioso crimine. Il cartello libanese rimane protetto e al sicuro grazie alla fitta rete di conoscenze e corruzione delle autorità congolesi e dallo scarso interesse che questo crimine suscita presso la Comunità Internazionale. Il rifiuto di intervenire per debellare questa disumana rete criminale ha creato forti sentimenti di rabbia e rancore da parte delle vittime che sono riuscite a scappare dalla loro schiavitù e rientrare nel Paese.

«Vorrei sentir dire che la giustizia esiste in Congo. Se il Governo non interviene altre centinaia di ragazze saranno vittime di questo raggiro e moriranno in Libano senza che nessuno lo sappia. E che dire delle oltre 400 ragazze ancora schiave a Beirut? Alcune di esse sono anche malate di AIDS a causa dei stupri collettivi quotidianamente subiti. Aiutate queste ragazze! Non sono anch’esse cittadine del Congo?», denuncia una sopravvissuta dall’avventura libanese. «Se il Governo di Kinshasa è implicato nel traffico di minerali preziosi per centinaia di miliardi che annualmente fuggono dal paese impedendo lo sviluppo sociale ed economico, come sperare che intervenga nel traffico degli esseri umani?», fa notare un’altra vittima, sfuggita dai suoi aguzzini.

Associazioni dei diritti umani e Ong come FIFEF, constatando la palese non volontà politica del Governo di intervenire, si stanno concentrando sulle due uniche attività possibili. Individuare le ragazze schiave in Libano, aiutandole a sfuggire e a rimpatriare. Sensibilizzare l’opinione pubblica nazionale avvertendo dei tranelli nascosti dietro le allettanti proposte di lavoro in Libano e denunciando la complicità del Governo. Gli obiettivi di questa sensibilizzazione del pubblico congolese sono quelli di ridurre i falsi reclutamenti e di aumentare il disappunto dei cittadini per far pressioni politiche al Governo. «Consiglio a tutte le giovani ragazze di non cedere alla tentazione di promesse di lavori ben pagati all’estero, sopratutto in Libano, nella speranza di migliorare la loro vita. Consiglio di accettare le nostre condizioni di vita e restare in Congo per combattere affinché ci sia garantito un giorno un futuro migliore». Questo è l’appello di una delle vittime del traffico di esseri umani tra Kinshasa e Beirut.

La lotta delle associazioni congolesi contro questo orribile fenomeno sembra non essere adeguatamente considerata nemmeno dalle Agenzie Umanitarie delle Nazioni Unite e dalle Ong Internazionali. La loro latitanza potrebbe essere spiegata con l’esigenza dell’universo umanitario di non entrare in aperta conflittualità con il Governo Congolese che fino ad ora ha tollerato se non incoraggiato la presenza ventennale della agenzie umanitarie senza che esse producano risultati concreti a favore della popolazione. In gioco vi é un mercato di oltre 8 miliardi di dollari all’anno a cui difficilmente il mondo umanitario è incline a mettere a repentaglio.

Secondo segnalazioni di altre Ong africane il traffico di esseri umani gestito dai libanesi si sta estendendo in altri Paesi africani come Mali, Liberia, Repubblica Centroafricana, dove lo Stato è pressoché inesistente e sotto tutela diretta di potenze occidentali quali Francia e Stati Uniti. Il traffico comprende sia la schiavitù che la prostituzione ed é parallelo e non in concorrenza con il traffico di esseri umani organizzato per i mercati europei. Le potenze occidentali che hanno in mano questi Paesi africani falliti, sono troppo occupate a mantenere il controllo militare sulle risorse minerarie e petrolifere per preoccuparsi della sorte di qualche migliaia di… “puttane africane”. 

 

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