sabato, Maggio 8

Kim Dotcom, la Nuova Zelanda e gli USA Il controverso imprenditore della Rete fonda un partito e tenta la via della politica

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Sydney – E’ uno dei personaggi più discussi della Nuova Zelanda, uno dei nomi di maggior rilievo nel mondo poco delineato dei business della Rete ed ora, a causa di una richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, è anche un politico alla guida di un nuovo partito. Nato con il nome di Kim Schmitz nel 1974 a Kiel, Germania Ovest, ha assunto nel tempo diversi nomi come “Kimble” e “Kim Tim Jim Vestor”, ma è noto a livello internazionale con quello di Kim Dotcom. Salito alla ribalta negli anni ’90 in Germania come hacker ed imprenditore del giovane mondo della Rete, Dotcom è stato protagonista, negli anni, di svariati processi contro la sua persona, intentatigli sia da società che da enti pubblici. La rapidità dell’imprenditore tedesco nel fondare e chiudere società è innegabile, motivo per il quale sarebbe inutile approfondire la lista dei suoi guai internazionali con la giustizia, basti sapere che le accuse contestategli nel tempo sono state furto di dati bancari, pirateria informatica, insider trading, appropriazione indebita, frode informatica, ricettazione e violazione del copyright, reato che gli ha causato il maggiore numero di processi e di multe.

La necessità di risiedere in un luogo dove fosse meno vulnerabile ha portato Dotcom, nel 2008, a compiere diversi viaggi in Nuova Zelanda, Paese che nel novembre 2010 gli ha concesso la residenza e con il quale mantiene un rapporto molto stretto. Nonostante le diverse condanne all’estero e lo status di persona non grata in Thailandia, infatti, il controverso imprenditore è potuto rientrare nella categoria Investor Plus, garantita a quelle persone che mostrano interesse ad investire nel Paese cifre superiori ai 10 milioni di dollari neozelandesi.

Dotcom è infatti uno dei maggiori fautori di siti web per file hosting, ovvero siti internet che permettono agli utenti di archiviare file di qualunque genere, rendendoli poi facilmente scaricabili da altri. Sono stati creati dall’imprenditore tedesco, tra gli altri, Megaupload, Megavideo, Megapix, Megalive e Megabox, il primo dei quali aveva 50 milioni di visitatori al giorno, 150 milioni di utenti registrati e rappresentava il 4% dell’intero traffico internet mondiale. Megaupload, che registrava in media un utile netto di 175 milioni di dollari l’anno, è poi stato chiuso nel gennaio del 2012 dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, a causa delle innumerevoli violazioni di copyright a danno dei grandi studi cinematografici americani.

Nel 2012 infatti, in seguito ad indagini dello Stato della Virginia, negli USA che lo riconoscevano colpevole di diversi reati, è stato arrestato nella sua magione di Coatesville con una vasta operazione della polizia neozelandese NZP composta da 76 elementi armati e da due elicotteri. L’operazione ha portato al sequestro di beni per un valore complessivo di 17 milioni di dollari, comprese auto di lusso, supercar, sale cinematografiche private e note opere d’arte, mentre sono stati congelati conti correnti internazionali contenenti il corrispettivo di 218 milioni di dollari neozelandesi.

Nell’attesa dell’udienza Dotcom ha passato alcune notti in prigione, dove ha affermato di aver subito diversi tipi di abusi: «La prima notte non mi sono stati dati nemmeno coperte, sapone, dentifricio o carta igienica. Non siamo stati forniti di nessuno dei generi di prima necessità, ed ogni due ore venivo svegliato di soprassalto. Sono stato privato anche del sonno. Ho scritto una protesta formale, ho scritto ‘ questa è tortura, questa è privazione ripetuta del sonno’. Sono scioccato dal fatto che io sia in prigione, quando persone accusate di omicidio possono uscire su cauzione». Dotcom è stato poi rilasciato dopo aver depositato una cauzione, ma è in attesa dell’udienza di luglio che deciderà se la Nuova Zelanda appoggerà o meno la richiesta di estradizione promossa fortemente dall’FBI. Nell’attesa l’imprenditore non è rimasto con le mani in mano, ma ha pubblicato un White Paper dove spiega la propria versione dei fatti contro le major di Hollywood, creando inoltre un nuovo movimento politico dal nome di Internet Party, il partito di internet. Il nuovo partito, abbreviato con la sigla IP – evidente riferimento all’indirizzo IP assegnato a ciascun dispositivo connesso con la rete internet – è stato fondato lo scorso 27 marzo ed ha raccolto in solo 7 ore le 500 firme necessarie per la registrazione ufficiale. Gli interessati, per la prima volta nella storia della Nuova Zelanda, hanno potuto iscriversi online tramite un computer tradizionale od attraverso una specifica app messa a punto dagli informatici del movimento, con la possibilità di firmare per l’adesione con mouse o con dispositivo touch-screen. Il nuovo partito è finanziato con un fondo di due milioni di dollari neozelandesi, provenienti dal fondo personale di Dotcom, e mira a coprire quelli che, a detta dell’imprenditore, sono i vuoti normativi o le ingiustizie del sistema normativo del Paese, in linea con l’impostazione di tutti gli Stati fondati sulla Common Law.

L’Internet Party rivendica la ricerca di giustizia e libertà trasversali ma, nello specifico, propone: connessione internet ad alta velocità per tutti i Neozelandesi, senza alcun limite di utilizzo e con prezzi pari alla metà di quelli attuali; maggiori investimenti nell’innovazione e nella creazione di relativi posti di lavoro; nuove politiche per una maggiore libertà dei singoli cittadini, nuovi e più restrittivi vincoli per i controlli effettuabili da parte dei governi sui Neozelandesi; estraneità rispetto all’enorme trattato di libero scambio in corso di studio tra Oceania ed alcuni Paesi di Asia ed America, il TPP; riforma della legge sul copyright in modo da contrastare i ritardi nella diffusione dei prodotti ad esso soggetti, norme meno restrittive per le violazioni; lancio di una nuova valuta digitale sponsorizzata dal governo neozelandese; maggiore dialogo tra governo e cittadini, burocrazia ancora più snella; modernizzazione del sistema scolastico con le nuove tecnologie; maggiore sensibilità e nuovi fondi per il delicato ambiente del Paese, da valorizzare.

Dotcom ha dichiarato che «Qualora il partito raccogliesse meno del 5% dei voti non ci ritireremo né ci considereremo sconfitti, ma senza dubbio appoggeremo un’altra forza politica che possa portare avanti le nostre istanze». Ed è proprio quest’ultimo il nodo cruciale, stando alle ripetute conferme, infatti l’Internet Party potrebbe presentarsi alle elezioni politiche del prossimo settembre non da solo, ma assieme al Mana Party. Questo è un partito nato nel 2011, concentrato fondamentalmente su temi sociali per volere di Hone Harawira, attivista e politico maori con un passato nel Maori Party e da indipendente.

Dotcom ha affermato che nonostante apparentemente tali partiti non abbiano molto in comune, la realtà dei fatti è diversa: «Il Mana è per i diritti civili e la giustizia sociale, chi può dirsi sano di mente e non appoggiare questi temi? Io sono per la giustizia sociale». Una delle maggiori critiche che è stata mossa, in queste settimane, all’imprenditore di origine tedesca è quella di provenire da un contesto di grande ricchezza economica, difficilmente compatibile con le istanze del Mana Party o anche con quanto proposto dal suo stesso partito. Anche in questo caso Dotcom sembra trovare un terreno in comune tra i due movimenti politici, raccontando la sua difficile infanzia: «Da bambino ero povero e vivevo in circostanze difficili. Mio padre era un alcolista e mia madre doveva fare tre lavori diversi per sfamarci. Spesso neanche questo bastava, e dovevo andare a letto ancor affamato. La mia energia deriva dal ricordo di quei momenti, dal desiderio di creare una vita migliore, specialmente per mia madre».

I membri del Mana Party hanno votato per continuare le discussioni con Dotcom, mentre il portavoce del partito ha precisato che «il nostro movimento ha votato all’unanimità per continuare le negoziazioni con l’Internet Party. Ci saranno consultazioni per un altro mese, poi ci aspettiamo di arrivare ad una decisione riguardo ad una eventuale collaborazione».

La strada che potrebbe garantire una scappatoia istituzionale ai problemi giudiziari di Kim Dotcom è dunque tracciata, nonostante si tratti di una scommessa politica dall’esito difficile da prevedere. Il suo recente lancio del nuovo sito MEGA – con sicurezza maggiore rispetto ai precedenti grazie alla criptazione di ogni singolo file ed alla diffusione dei server del sito in diverse località geografiche – poi, non aiuta di certo gli avvocati dell’imprenditore nella ricerca di valide attenuanti che possano reggere in caso di estradizione negli USA. Anche in Rete, dunque, i lupi sembrano perdere il pelo ma non il vizio.

 

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