venerdì, Settembre 24

Kiev, pace a orologeria field_506ffb1d3dbe2

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Petro Poroshenko

Via alla tregua tra Russia e Ucraina, ma la Nato fortifica i confini dell’Est e, contemporaneamente, si unisce per un intervento in Iraq. Alle 18 (le 7 in Italia), il Presidente ucraino Petro Poroshenko ha dato ordine all’Esercito di cessare i combattimenti. Il protocollo firmato a Minsk, in Bielorussia, tra Kiev e le autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, dopo l’accordo tra il Gruppo di contatto (Ucraina, Russia, separatisti e OSCE), è di 14 punti e il contenuto non è ancora stato diffuso.

«Questo processo si basa sul mio piano di pace, che si fonda sull’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina. Da domani siamo pronti a passi straordinari sulla decentralizzazione del potere in alcune zone di Donetsk e Lugansk, offrendo loro la libertà economica e l’uso di qualsiasi lingua sostenuta da tradizioni culturali del luogo», ha annunciato Poroshenko, dichiarandosi pronto a un’amnistia e allo scambio di prigionieri.

Dietro il sì dei filorussi, confermato via Twitter, c’è il via libera del Presidente russo Vladimir Putin, regista dell’operazione. «L’intesa scritta non significa, al momento, che i separatisti abbiano rinunciato alla linea di staccarsi dall’Ucraina» ha dichiarato il ‘Premier’ di Lugansk Igor Plotnitski, presente ai colloqui, alimentando la confusione sulla sostanza dell’accordo. «La Nato e’ totalmente unita nel sostenere la sovranità, l’indipendenza e integrità territoriale dell’Ucraina. Al cessate il fuoco devono seguire i fatti», ha commentato il Presidente americano Barack Obama, in merito all’inattesa svolta ucraina.

Poche ore prima, con «realismo» l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) prospettava «poche possibilità» nel raggiungere l’accorso. E il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, capofila dei negoziatori, si appellava a Mosca e Kiev, per un accordo «non solo di tregua» tra le parti, ma per una «descalation complessiva del conflitto». Scettica anche la Nato: «Il cessate il fuoco è benvenuto. Ma per esperienza una cosa sono le dichiarazioni, un’altra la messa in atto», ha dichiarato il Segretario generale dell’Alleanza Anders Fogh Rasmussen, partendo comunque dal presupposto della «buona fede in atto».

Nell’incertezza, in chiusura del summit del 4 e 5 settembre in Galles, i membri della Nato hanno diposto la «presenza continua», nell’Europa dell’Est, di una «forza d’intervento immediata» di 4 mila unità, «molto reattiva» e con cinque basi-deposito sparse tra Paesi baltici, Polonia e Romania. Tutti i leader dell’Allenza si sono anche impegnati a invertire il «trend di riduzione dei bilanci statali per la Difesa. Le cui spese, entro 10 anni, dovrann raggiungere il 2% del Prodotto interno lordo (PIL)». Il Piano di risposta della Nato (RAP) a Putin potrà contare su 1.000 soldati inglesi (il 25% totale previsto) per la cosiddetta operazione Spearhead (punta di lancia), pronti a «intervenire ovunque nel mondo nell’arco di 2-5 giorni». A scopo di difesa, inoltre, la Nato instaurerà una «collabrazione più stretta con Georgia, Moldavia e Giordania». «La porta è aperta. Nessun Paese terzo ha diritto di veto sull’allargamento. Proteggiamo tutti gli alleati, in ogni momento», ha dichiarato Rasmussen. «Le esercitazioni congiunte nell’Est accrescono la tensione e minacciano i progressi nel processo di pace. La Nato usa la crisi ucraina solo come pretesto per attuare piani concepiti da tempo», ha contrattaccato il Cremlino.

Gli alleati del Patto atlantico sono compatti contro Mosca. «Il messaggio verso la Russia è chiaro. Le azioni di Putin sono indifendibili», ha tuonato il Premier inglese David Cameron. Neanche gli Usa si sono fatti addolcire dal cessate il fuoco in Ucraina: «Mosca deve continuare a pagare per l’escalation del conflitto», ha ammonito la Casa Bianca. 

Più cauta la Cancelliera tedesca Angela Merkel, che «spera nella tregua», pur avallando la «doppia strategia»: «La Russia ha violato i patti stretti con la Nato in più punti. E dunque l’articolo 5, la disponibilità di essere pronti gli uni per gli altri, assume maggior significato», ha commentato, «durezza, dunque, ma apertura al dialogo». Per Berlino, al vertice gli alleati hanno dato prova di «determinazione e unità». I membri del Patto atlantico hanno posto le basi anche per una «missione di assistenza militare» (Defence capacity building) in Iraq, su eventuale «richiesta di supporto dal Governo di Baghdad», salutando con «favore l’aiuto che i singoli membri stanno dando all’Iraq».

In Galles è stata approvata una task force multinazionale per bloccare il flusso di combattenti stranieri in Siria, e da lì, in Iraq.  Anche attraverso l’aumento dello scambio di informazioni tra gli Stati nella lotta contro i foreign fighters (combattenti stranieri), la coalizione internazionale anti-ISIS (Stato islamico dell’Iraq e del Levante) potrà sostenere militarmente le forze irachene, contrastare il finanziamento ai jihadisti e affrontare le crisi umanitarie. «Agendo insieme distruggeremo l’ISIS», hanno commentato il Segretario di Stato americano John Kerry e il sui Segretario alla Difesa Chuck Hagel. «I partner e alleati della Nato sono pronti ad un unirsi ad un ampio sforzo internazionale per combattere l’ISIS», ha annunciato Obama, «c’è grande convinzione che è l’ora di agire. Ma gli Usa non manderanno truppe in Siria».

La Francia ha raccolto subito l’invito. «Siamo pronti a una coalizione internazionale», ha dichiarato il Presidente François Hollande, Con Obama, ai minimi storici di popolarità (38%), Hollande condivide il drastico calo di consensi. Un problema che, in Brasile, anche la candidata alle Presidenziali del 5 ottobre e Capo di Stato uscente Dilma Rousseff deve affrontare, tanto da richiamare i suoi Ministri in ferie, per farle recuperare terreno in campagna elettorale. Se, Oltralpe, le Presidenziali si tenessero nel week-end, la leader di estrema destra del Front National Marine Le Pen balzerebbe in testa al primo turno, sbaragliando i rivali di centrodestra, centrosinistra e sinistra radicale: ha fotografato un un sondaggio realizzato dall’istituto IFOP per ‘Le Figaro’.  Ma Hollande resiste: «Agisco e agirò fino in fondo», ha dichiarato ai francesi: «Non esiste sondaggio, per quanto brutto, che possa interrompere un mandato».

«Anche l’Italia è parte della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico in Iraq», ha annunciato il Premier Matteo Renzi, all’uscita del vertice Nato. Sull’Ucraina, in linea con la Germania, Roma «lavora di freno e acceleratore». Da Newport, Renzi non ha risparmiato una stoccata sull’aumento delle spese per la Difesa: «Se l’Europa le considera “strategiche”, andrebbero tolte dal Patto di stabilità».

Al lavoro per la coalizione contro l’ISIS, Obama ha ricordato al Premier turco Recep Tayyp Erdogan, reduce da una visita infuocata nella Cipro contesa«il ruolo importante di Ankara, ponte tra l’Europa e il Medio Oriente, all’inteno della Nato». Erdogan ha approfittato dell’incontro per chiedere al Presidente americano l’espulsione del nemico, l’imam Fetullah Gülen, dagli Usa. 

Il vertice Nato ha oscurato la Presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker: nove le donne, con il “Ministro” degli Esteri europeo (PESC) Federica Mogherini, nel gruppo con altre candidate di Polonia, Slovenia, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Svezia, Belgio, e Danimarca. I nomi dovranno avere l’ok del Consiglio e del Parlamento europei. Nell’elenco, inviato a Renzi in qualità di responsabile per il semestre europeo, figurano i nomi dell’ex Primo Ministro sloveno Alenka Bratusek, della vice Presidente romena del Parlamento Ue Corina Cretu, e delle Commissarie uscenti agli Affari interni Cecilia Malmstrom (Svezia) e alla Cooperazione Kristalina Georgieva (Bulgaria). Ci sono poi la vice Premier e ministro delle infrastrutture polacco Elzbieta Bienkowska, il Ministro ceco dello Sviluppo regionale Vera Jurova, l’Europarlamentare belga Marianne Thyssen e il Ministro dell’Economia danese Margrethe Vestager.

La Commissione Ue uscente ha invece annunciato lo stanziamento di 140 milioni di euro per i Paesi dell’Africa occidentale colpiti dall’Ebola: Guinea, Sierra Leone, Liberia e Nigeria. Di questo nuovo pacchetto, 38 milioni di euro serviranno a sostenere i servizi sanitari dei Paesi interessati e a migliorare la sicurezza alimentare. Per l’emergenza, in giornata è anche atterrato in Sierra Leone anche un cargo del ponte areo dell’UNICEF, con 48 tonnellate di rifornimenti medici.

 

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