sabato, Maggio 8

Kiev, morte a Est Blitz antiterrorismo nell'Ucraina orientale, l'Aviazione attacca i filorussi nello scalo nel Donetsk

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Blitz antiterrorismo, scontri armati, timide aperture di dialogo seguite da dure accuse e attacchi militari che sfociano in feriti e almeno quattro morti. La Nato ha «esclus l’opzione militare in Ucraina», convinta che serva una  «soluzione politica» anche quando i leader contrapposti giocano con il fuoco, fino ad arrivare, sembra, a un punto di non ritorno.
In visita in Cina, il Ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov ha spezzato una lancia per l’iniziativa del Premier ucraino Arseni Iatseniuk, di avviare colloqui con il sud-est del Paese, «nella giusta direzione, anche se in ritardo».
Ma mentre il braccio destro del capo del Cremlino, Vladimir Putin, sembrava venire incontro alle richieste della Casa Bianca di ritare i militari al confine, dichiarando «l’uso della forza inaccettabile», a Sloviansk, nella regione di Donetsk, riprendeva la guerriglia tra i filorussi (le cosiddette forze di autodifesa locali) e le truppe corazzate inviate da Kiev per l’operazione antiterrorismo.
Oltre ai blindati e agli uomini diretti verso la città di Sloviansk in mano agli insorti – per i Servizi segreti russi, 2 mila paracadutisti, 30 blindati, una ventina di carri armati, e truppe speciali del Ministero degli Interni, oltre a colonne di soldati e tanl, lungo l’autostrada che porta a Kharkiv – il Governo centrale ha fatto scattare un attacco aereo contro lo scalo militare di Kramatorsk, controllato dai filorussi,  nella regione del Donetsk.

Scontri tra russi e filorussi, secondo i media del Cremlino, avrebbero provocato almeno due feriti e quattro morti. Kiev ha annunciato una vasta operazione antiterrorismo verso una decina di città del distretto, dove gli edifici pubblici risultavano ancora occupati dai dimostranti.
Il Consiglio di Sicurezza nazionale ha inoltre spedito nell’Est un primo battaglione della Guardia nazionale ucraina, formata per lo più dai volontari perl’ autodifesa di EuroMaidan.

Kiev punta a riprendere il controllo dell’Est, ma la Russia ha l’occasione per reagire. «Non si possono inviare i carri armati e nello stesso tempo tenere un dialogo. L’uso della forza», ha detto Lavrov di fronte ai leader di Pechino, «renderà nulla l’occasione offerta dalla riunione quadripartita a Ginevra» del 17 aprile tra Usa, Russia, Ucraina e Unione europea (UE).
Al di là delle dichiarazioni buoniste, gli sviluppi della crisi Ucraina vanno verso il conflitto. Ordinata la repressione, il neo Presidente ucraino ad interim Oleksandr Turcinov, criticato da piazza dell’Indipendenza di essere troppo morbido, ha accusato la Russia di «progetti brutali», per destabilizzare il sud-est al di là del bacino minerario del Donbass, epicentro delle rivolte filorusse: «Vogliono prendersi tutta l’Ucraina sud-orientale, dalla regione di Kharkiv a quella di Odessa».
Dal Cremlino, il Premier russo Dmitri Medvedev sente ormai avvicinarsi «la guerra civile». Per evitare un precipitare degli eventi più che concreto,  dopo le schermaglie del week-end tra un jet da combattimento russo e una nave da guerra statunitense nel Mar Nero, la Nato ha invitato Mosca ad abbandonare le provocazioni per «smettere di essere parte del problema e iniziare a essere parte della soluzione». L’Italia, pur «condannando con fermezza azioni non condivisibili», mantiene la posizione equidistante di «non chiudere spiragli di dialogo», ha dichiarato il Ministro della Difesa Roberta Pinotti.

Mentre l’Iraq scosso da bombe e maxi attentati ha festeggiato, se non altro, la chiusura del carcere delle torture, prima del regime di Saddam Hussein poi degli americani, di Abu Graib, con 2.400 detenuti trasferiti in altre strutture, oltre il Mediterraneo, è stata una giornata altamente instabile anche per la Libia e l’Egitto. Nell’hinterland del Cairo, gli scontri quotidiani sono stati aggravati dall’esplosione di un’altra bomba a Giza, a sud della capitale. Due agenti e un civile sono rimasti feriti: il responsabile dell’attentato, arrestato, ha dichiarato di far parte di una nuova sigla di jihadisti, gli Ajnad Misr (soldati dell’Egitto).
Via Twitter, i qaedisti di Ansar Beit el Maqdis, (Partigiani di Gerusalemme) hanno minacciato di trasformare il Sinai «in un emirato islamico». Ma i generali non hanno fatto nessuna concessione ai musulmani estromessi dal Governo e radicalizzati in movimenti estremisti.
Il Tribunale per gli Affari urgenti di Alessandria ha vietato all’Alta commissione elettorale e al Governo di accettare le candidature dei Fratelli musulmani, dichiarati organizzazione terrorista, alle presidenziali di fine maggio e alle prossime legislative.
In Libia, il Governo fresco della dimissioni del Premier ad interim Abdullah Al Thani, in carica da poche settimane fino all’arrivo di un nuovo sostituto, si è riunito invece d’emergenza per far fronte al rapimento, a Tripoli, dell’Ambasciatore giordano Fawaz al Aytan.
Sequestrato da un commando in un agguato alla sua Mercedes, il diplomatico è stato incappucciato e portato via a bordo di una delle tre auto della banda. L’autista, ferito da due colpi d’arma da fuoco, è fuori pericolo. Per al Aytan non sono arrivate rivendicazioni: si sospetta un ricatto per liberare alcuni jihadisti libici nelle carceri di Amman.
A scopo precauzionale, dopo il sequestro la compagnia di Stato della Royal Jordanian ha sospeso il volo da e per Tripoli, «valutando con attenzione anche i collegamenti con Misurata e Bengasi».
Stretti tra le derive libiche ed egiziane, il 17 aprile gli algerini vanno al voto per le presidenziali, premiando, secondo i sondaggi, la sicurezza dello status quo di Abdelaziz Bouteflika, capo di Stato dal 1999 appoggiato dall’apparato militare del Fronte di liberazione nazionale (FLN).

A quasi un mese dalle europee del 25 maggio, l’Ue è spazzata dal vento del razzismo contro i migranti e gli stranieri emarginati, oltre che della secessione dall’euro. E non solo tra i partiti della destra populista e nazionalista.
In Francia, il quotidiano ‘Le Parisien‘ ha rivelato una nota interna della polizia – illegale e tuttavia confermata dalla prefettura – di un quartiere bene della capitale, il sesto arrondissement, con la quale si invitavano gli agenti a «identificare e allontanare sistematicamente le famiglie rom, mendicanti negli spazi pubblici». Dopo il caso di Leonarda, la ragazzina rom kosovara, espulsa nell’ottobre scorso perché illegale mentre si trovava in gita scolastica, Oltralpe è riesplosa la polemica.

Oltreoceano, nel Venezuela scosso da proteste sfociate in barricate e cariche della polizia, i tentativi forzati di dialogo tra il Governo e l’opposizione non danno  prospettive di distensione, anche se il rischio di guerra civile è meno imminente che in Ucraina.
In serata sono in programma nuovi colloqui, a porte chiuse, tra la coalizione del Tavolo di unità democratica (MUD) e il Presidente Nicolas Maduro, epigono di Hugo Chavez.
I leader dei dissidenti hanno stilato una lista di richieste, tra le quali un’amnistia per i prigionieri politici e una commissione d’inchiesta indipendente che indaghi sulle violenze (41 morti in due mesi di proteste) di piazza, ma finora il Governo non ha aperto in nessun modo alle due istanze.
Il Movimento studentesco che ha guidato la contestazione, in ogni caso, non ha accettato di sedere al tavolo: anche per questo, non si nutrono grandi aspettative sui negoziati in corso, mentre la crisi economica mette in ginocchio il Paese.
Dalle prime rivolte di febbraio, i problemi di approvvigionamento dei generi alimentari continuano ad aggravarsi in Venezuela, con un tasso di penuria dei beni di prima necessità che, solo a marzo, ha raggiunto il 60%.

 

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