domenica, Luglio 25

Kiev, l'Ue promette guerra field_506ffb1d3dbe2

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Per Mosca è un «colpo di Stato». L’Unione europea (Ue) minaccia sanzioni contro l’Ucraina, ma il Presidente Viktor Ianukovich non si arrende di fronte a un clima drasticamente precipitato e la guerra civile è alle porte.
Dopo la giornata campale di scontri tra i manifestanti anti-governativi e le forze dell’ordine del 18 febbraio, nella notte il bagno di sangue è proseguito in piazza dell’Indipendenza, nella capitale Kiev, con la polizia impegnata nella dura repressione e i dimostranti rimasti in trincea.
Nella piazza avvolta dalla fiamme, in una scena da apocalisse, la guerriglia è andata avanti fino all’alba, con un bilancio finale di 26 morti (15 dimostranti, un giornalista e 10 agenti della polizia) e almeno 241 feriti (tra cui 79 poliziotti e cinque giornalisti).
Le amministrazioni di alcune regioni dell’Ovest del Paese, a prevalenza europeista, restano occupate e l’Ambasciatore italiano a Kiev Fabrizio Romano descrive la «situazione ancora fluida», con «segnali tutt’altro che rassicuranti». Il ritorno all’ordine della breve tregua è stato spazzato via in «maniera inattesa e soprattutto rapidissima» e ai 500 italiani residenti in Ucraina, 300 dei quali a Kiev, la Farnesina raccomanda «cautela».

Il Ministro degli Esteri italiano Emma Bonino parla chiaramente di «rischio concreto di una guerra civile alle porte dell’Ue». E condannando con «estrema fermezza fatti drammatici, di una violenza inaccettabile», non esclude il «ricorso a misure restrittive eccezionali».
D’altra parte, anche il Segretario dell’Onu Ban Ki-moon è rimasto «scioccato per l’escalation in Ucraina» e l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Navi Pillay ha chiesto «un’indagine urgente e indipendente» su quanto accaduto a Kiev tra il 18 e il 19 febbraio.
In giornata a Bruxelles, l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Ue Catherine Ashton ha convocato una riunione straordinaria del Comitato Politico e di Sicurezza europeo (Cops), in vista di possibili sanzioni, da valutare, il 20 febbraio alle 14, nell’imminente incontro dei Ministri degli Esteri dell’Ue: «Tutte le opzioni saranno esplorate, comprese misure restrittive contro i responsabili delle violazioni dei diritti umani».
In merito, la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha proposto insieme con Presidente francese François Hollande «sanzioni mirate e graduali contro atti intollerabili». Dal Vaticano, anche Papa Francesco si è appellato affinché «tutte le particessino ogni azione violenta e cerchino la concordia e la pace del Paese».

Ma il ritorno al dialogo tra il sistema di potere ucraino e l’opposizione sembra impossibile, dopo il sangue scorso a Kiev. Per il Presidente Ianukovich, l’opposizione ha «oltrepassato i limiti, chiamando la gente a prendere le armi, nell’eclatante violazione della legge. Il potere si ottiene con le elezioni, non in strada, e i responsabili saranno giudicati».
Proclamato lutto nazionale per il 20 febbraio, l’esecutivo ha autorizzato i servizi segreti ucraini una «un’operazione anti-terrorismo, contro i gruppi radicali ed estremisti che minacciano la vita di milioni di ucraini». Se dovessero esplodere nuovi disordini, il Ministero della Difesa ha annunciato pubblicamente «azioni delle forze armate contro i manifestanti antigovernativi».
Saldamente al fianco di Ianukovich c’è la Russia, che ha equiparato la guerriglia di Kiev a un «colpo di Stato», «esigendo lo stop delle violenze dai leader dell’opposizione». Tra loro, l’ex pugile Vitali Klitschko, alla guida dell’Alleanza Democratica Ucraina per la Riforma di centro-destra, dopo un incontro notturno con il Presidente, ha dichiarato che è Ianukovich a non aver voluto fermare l’assalto. Un nuovo colloquio tra i due si è tenuto all’indomani, ma senza esiti risolutivi.

A parole, sia il Governo ucraino sia i tre maggiori partiti dell’opposizione sono disponibili a trattare, per evitare altri spargimenti di sangue.
Prima di raggiungere Bruxelles, nella mattina del 20 febbraio anche i Ministri degli Esteri di Francia e Germania, voleranno a Kiev, nel tentativo estremo di intavolare una mediazione, in coordinamento con l’Ue.
Il loro omologo polacco è già partito: Varsavia si è schierata nettamente con i manifestanti europeisti e in Parlamento il Premier polacco Donald Tusk ha chiesto sanzioni «personali e finanziarie» contro Ianukovich, pur convinto che neanche queste misure riusciranno a «scuoterlo».
Dopo l’invito inascoltato, nella notte, del vice Presidente americano Joe Biden a ritirare le forze di polizia da piazza dell’Indipendenza, anche gli Usa hanno annunciato sanzioni contro gli «eventi scandalosi» di Kiev: «Stiamo considerando l’ipotesi», ha dichiarato il Segretario di Stato americano John Kerry.
Intanto il Presidente della Commissione europea (Ue) Josè Manuel Barroso ha telefonato a Ianukovich chiedendo, «con choc e sgomento, l’immediato stop della violenza». Altrimenti, ha avvertito, «l’Ue sarà pronta a reagire fermamente».

In Medio Oriente, anche per i libanesi di Beirut è stato un risveglio di paura. Nella periferia meridionale della capitale, roccaforte sciita di Hezbollah, braccio militare e politico dell’Iran in Libano, un’esplosione ha investito un centro culturale iraniano, vicino all’Ambasciata del Kuwait.
Le due autobomba hanno provocato cinque morti e un’ottantina di feriti, rivendicati dalla sigla qaedista delle Brigate Abdallah Azzam, le stesse che a Beirut si sono dichiarate autrici di altri precedenti attacchi contro obiettivi iraniani ed Hezbollah.
Impegnato con la sua delegazione a Vienna nelle trattative sul nucleare con le potenze del Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania), per l’attentato il Governo iraniano ha puntato il dito contro le «marionette del regime sionista» israeliano.

In Thailandia è invece rientrato l’allarme scontri e le migliaia di contestatori del Premier Yingluck Shinawatra hanno visto riconosciuto dalla magistratura il loro diritto alla protesta non violenta.
Dopo i tre morti e gli almeno 58 feriti degli scontri del 18 febbraio, a Bangkok, tra la polizia e i dimostranti, in un blitz di sgombero delle forze dell’ordine, la Corte civile ha ordinato al Governo di non usare la forza contro di loro.
I giudici non hanno revocato lo stato di emergenza, ma hanno imposto di limitarne l’applicazione, vietando di disperdere gli accampamenti pacifici dei manifestanti: una decisione che restringe il margine di manovra dell’esecutivo di fronte alla contestazione in corso dal novembre scorso.
Anche nel Venezuela le proteste nella capitale si sono sedate, dopo la costituzione del leader dell’opposizione Leopoldo Lopez, accusato di aver capeggiato la rivolta che, la settimana scorsa, hanno causato quattro morti e decine di feriti.
Una giovane, nuova vittima ha però aggravato il bilancio tragico delle manifestazioni: la 23enne Genesis Carmona, è morta in ospedale per la grave ferita da una pallottola alla testa, riportata durante una manifestazione anti-chavista. E a Maracaibo si continua a sfilare contro il Presidente Nicolas Maduro.

 

 

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