sabato, Aprile 10

Kiev, la piazza si ferma field_506ffb1d3dbe2

0

 Ucraina Kiev proteste

Il Presidente ucraino Viktor Ianukovich si è arreso. Dopo gli 80 morti ufficiali (16 dei quali poliziotti) e gli almeno 565 feriti (per l’Unicef anche alcuni bambini) del bagno di sangue di piazza dell’Indipendenza, a Kiev, il Governo è pronto a elezioni presidenziali e legislative anticipate, in data da precisare, e a una riforma costituzionale che riduca i poteri del capo dello Stato, formando un governo d’unità nazionale.

Nella notte, nel corso di un lunghissimo colloquio nel palazzo presidenziale con i mediatori dell’Unione europea (i Ministri degli Esteri di Polonia, Francia e Germania) e della Russia, Ianukovich ha accettato un compromesso con l’opposizione, firmato poi in giornata da ambo le parti, che porti al voto «entro il 2014». Poi, nel pomeriggio, il Parlamento ucraino ha subito approvato la riforma per limitare i poteri del Presidente e l’amnistia «incondizionata» per tutti i manifestanti. L’esecutivo ad interim di coalizione è atteso nei prossimi giorni mentre, a sorpresa, con 310 voti a favore, è passata anche la revisione del Codice penale che apre la strada alla liberazione dell’ex Premier e leader del partito d’opposizione Patria Iulia Timoschenko.

Nello specifico, l’accordo prevede «la firma, l’approvazione e la promulgazione, entro 48 ore dall’accordo, di una legge speciale per restaurare la Costituzione del 2004». Poi un «Governo nazionale entro 10 giorni» e «l’avvio immediato della riforma costituzionale, completata entro settembre 2014», con il «varo di nuove leggi elettorali e nuove commissioni elettorali». Con l’invio delle indagini sugli atti di violenza, «sotto il controllo congiunto delle autorità, dell’opposizione e del Consiglio d’Europa», tutte le armi illegali in circolazione dovranno essere consegnate «entro 24 ore» dall’entrata in vigore della legge speciale, ossia entro tre giorni. Se da da una parte, infine, autorità e Parlamento si impegnano a una terza amnistia, non imponendo alcun stato d’emergenza, dall’altra l’opposizione si dovrà ritirare dai palazzi amministrativi e pubblici occupati.

 

Il Consiglio di Maidan, dal nome della piazza dell’Indipendenza teatro della carneficina, che include diversi movimenti della protesta europeista ha dato il suo placet all’accordo, a patto però che dell’immediato e nuovo Governo non facciano parte né il Ministro dell’Interno Vitali Zakharcenko, né il Procuratore generale Viktor Pshonka, mandatari con Ianukovich della repressione. «L’Ue accoglie con favore l’accordo tra Governo e opposizione in Ucraina», ha dichiarato il Presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy, «ora è responsabilità di tutte le parti trasformare le parole in fatti».

Resta tuttavia da capire quanto il Consiglio d’opposizione di Maidan controlli tutte le forze della rivolta. Nelle prime ore, via Twitter gli attivisti di Euromaidan, la sigla che raccoglie le diverse anime dei manifestanti a Kiev – tra società civile, studenti, nazionalisti, estrema destra, liberali e cristiani cattolici e ortodossi – avevano respinto il compromesso, chiedendo le dimissioni immediate del Presidente.
Per usare le parole del Ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski, i negoziati restano in una fase «delicata». «Questa non è una guerra civile tra fratelli, ma tra il regime e il suo popolo», ha incitato la figlia della Timoshenko, Ievhenia, prima che il Parlamento approvasse la legge a beneficio della madre.

L’infermiera Olesya Zhukovskaya che ha choccato il mondo con il suo tweet, «muoio», ferita ieri in piazza dell’Indipendenza, è viva e in condizioni stabili, come ha fatto sapere lei stessa via Internet. Ma davanti al Parlamento che licenziava la legge speciale, i dimostranti hanno ripreso a sparare contro i poliziotti, in un clima ancora esplosivo per tutto il week-end.
Il Segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen è tornato a condannare «l’oltraggioso spargimento di sangue», chiedendo a «tutte le parti di fermare la spirale di violenza, la democrazia è a rischio alle nostre porte».

Per l’inglese ‘Financial Times‘, in caso di dissoluzione dell’Ucraina Mosca sarebbe pronta ad entrare in guerra per la Crimea, la regione sul Mar Nero a maggioranza etnica russa, legata storicamente all’impero degli zar e dove il Cremlino possiede una base navale. «Se l’Ucraina si spacca, si scatenerà una guerra», ha confidato una fonte al quotidiano.
La Sberbank intanto, principale banca russa, ha bloccato l’erogazione di prestiti personali in Ucraina, chiudendo tre sportelli nel centro di Kiev, nel timore di un assalto ai bancomat a causa della situazione ancora estremamente fluida.
Di certo il fronte di Ianukovich si sta sfaldando, minato dalle defezioni. Un vice Comandante delle Forze armate, Iuri Dumanski, si è dimesso per non mandare l’esercito contro i manifestanti. A Kiev, i poliziotti della regione di Lviv, roccaforte dell’opposizione nazionalista, sono arrivati con le armi di ordinanza, «per difendere i dimostranti antigovernativi», ha dichiarato in tivù l’ex Ministro dell’Interno Lutsenko. Mentre, nel primo pomeriggio, la maggioranza delle unità di polizia schierate nella capitale in difesa dei palazzi del potere (circa 1.400 agenti) abbandonava le sue posizioni, dirigendosi verso i pullman governativi.

Mentre negli Usa, il Presidente americano Barack Obama accoglieva alla Casa Bianca «sua Santità il Dalai Lama», per il terzo incontro tra i due, annunciato con appena un giorno di preavviso, oltre a contenere l’Ucraina il Presidente russo Vladimir Putin doveva tamponare proteste casalinghe.
Dopo la condanna di otto manifestanti per i disordini del maggio 2012, oltre mille persone si sono radunate davanti al Tribunale di Mosca che ha emesso il verdetto: 200 di loro, fermati e interrogati.
Oltreoceano, il malcontento ribolle anche in Venezuela, con il Presidente Nicolas Maduro, erede di Hugo Chavez, che ha riportato l’ordine nella capitale Caracas ma non nello Stato occidentale di Tachira, epicentro della contestazione studentesca, militarizzato con un’unità di paracadutisti e aerei da guerra.
Giornata calda anche nella Spianata delle Moschee di Gerusalemme, dove finite le preghiere del venerdì è partita una sassaiola di fedeli islamici contro la polizia. In marcia con i nazionalisti contro le concessioni territoriali ventilate nelle trattative per la pace con i palestinesi, il Ministro degli Interni israeliano Gideon Saar ha rivendicato «la Valle del Giordano, occupata dal 1967 e parte allo Stato ebraico. I coloni sono in missione per l’intero popolo».
Scontri tra soldati israeliani e palestinesi si sono registrati a Hebron, in Cisgiordania mentre, da Ginevra, l’Alto commissariato per i Diritti umani dell’Onu denunciava un picco di esecuzioni degli arcinemici iraniani: «80 giustiziati nella Repubblica islamica e, secondo alcune fonti attendibili, 95 dall’inizio del 2014».

La Somalia ha vissuto una  grave escalation qaedista, con i ribelli islamisti dello Shabaab che hanno sferrato un’offensiva al palazzo presidenziale di Mogadiscio, seguita da una sparatoria. Uno scenario afghano, con 14 morti, cinque dei quali soldati, nel quale è rimasto illeso il Capo di Stato Hassan Sheikh Mohamud.
Tragedia umanitaria, infine, per la Libia in difficile e lunga transizione post Gheddafi, Un vecchio aereo militare adibito ad ambulanza, con a bordo 11 persone (tra medici, pazienti e membri dell’equipaggio), è caduto nella notte, schiantandosi a sud di Tunisi, sembra per un guasto al motore. Tutti i passeggeri sono morti.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->