sabato, Settembre 25

Kiev, la piazza non molla field_506ffb1d3dbe2

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Il Premier ucraino Mykola Azarov è salvo, il Parlamento ha respinto il voto di sfiducia per mancanza di quorum (186 no contro i 226 necessari), ma le proteste per il mancato accordo con l’Unione eurpea sono un fiume in piena incontenibile.
A poco è valsa la promessa di un «importante rimpasto dell’esecutivo», per evitare lo «scenario di una nuova rivoluzione arancione», e le scuse, anche a nome del Presidente Viktor Janukovich, per le violenze della polizia contro i manifestanti.
Partito per una visita di Stato in Cina, il Capo di Stato ha lasciato un Paese diviso tra europeisti e supporter dell’Unione eurasiatica russa. Nella capitale Kiev, in oltre 5 mila continuano a protestare in piazza Miadan, cuore dei cortei anti-governativi, e davanti ai palazzi del potere.
Alcuni di loro hanno dormito in tenda, sfidando i cinque gradi sotto lo zero, altri nel municipio e nelle sedi dei sindacati, occupate durante i disordini che hanno fatto più di 300 feriti. In strada ci sono anche i supporter di Janukovich: un migliaio di persone, radunate tra il Marinski Palace, residenza del Presidente della Repubblica, e il Parlamento.
A calmare le acque servirà, forse, l’annuncio del Premier della disponibilità di Bruxelles a valutare il compenso economico chiesto dall’Ucraina in cambio della firma dell’accordo di associazione all’Ue congelato. «Il Presidente Yanukovich ha avuto una lunga conversazione telefonica con il numero uno della Commissione europea Josè Manuel Barroso, in mia presenza. Bruxelles è d’accordo per prendere in considerazione un compenso finanziario per Kiev», ha riferito il Primo ministro Azarov ai deputati e ai cittadini. «Siamo pronto al dialogo, ma sgomberate i presidi e gli edifici occupati».

Con l’assicurazione si cerca di prendere tempo e arginare l’esplodere di scontri tra manifestanti europeisti e filorussi. In Thailandia, intanto, un altro fiume umano accerchia i palazzi del potere.
In mattinata la polizia di Bangok, schierata dietro le barricate a protezione degli edifici dello Stato, ha lasciato avvicinare alla sede del Governo i dimostranti. Lo stesso è avvenuto di fronte alle sede della polizia metropolitana, sotto assedio dalla folla.
Nei giorni scorsi le forze dell’ordine avevano sparato gas lacrimogeni e cannoni ad acqua contro chi tentava di forzare gli stessi blocchi. Ma poi, per «evitare violenze», il contestato Premier Thaksin Shinawatra ha dato ordine ai gendarmi di ritirarsi. Entrati nel complesso governativo gli oppositori hanno cantato «vittoria», ma non sono arretrati sulle loro richieste: «Non ce ne andremo, finché il regime di Thaksin Shinawatra non sarà estirpato. Andare a nuove elezioni è inutile, porterebbe solo a una compravendita di voti», ha dichiarato il leader della protesta Suthep Thaugsuban.
Dopo due giorni di scontri si attende una tregua, ma solo per 24 ore: il 5 dicembre il re Bhumibol Adulyadej compirà 86 anni e tradizione vuole che regni l’armonia tra i thailandesi.
L’Asia è al centro delle cronache anche per il tour del vice Presidente degli Usa Joe Biden in Giappone, Cina e infine Corea del Sud: una missione diplomatica non da poco, dopo le tensioni per la «zona di identificazione aerea», creata unilateralmente da Pechino, inclusiva dele isole Senkaku-Diaoyu, contese con i rivali nipponici. «Cina e Giappone devono abbassare i toni. Serve un accordo per gestire la crisi e rafforzare la fiducia reciproca», ha ammonito il numero due della Casa Bianca, da Tokyo, rassicurando gli alleati. «Il cambio unilaterale dello status quo cinese suscita profonda preoccupazione negli Usa, sono determinato ad affrontare questi problemi nel mio viaggio. Siamo irremovibili sull’alleanza con il Giappone, pietra angolare della politica di Washington in Estremo Oriente e non solo», ha dichiarato Biden, «è fondamentale evitare azioni che potrebbero minare la pace, la sicurezza e la prosperità nella regione».

Il braccio destro di Barack Obama ha anche auspicato una più stretta collaborazione tra Giappone e Corea del Sud, in modo da rafforzare l’asse atlantico in Asia.
A Nord del 38esimo parallelo, il giovane leader Kim Jong Un avrebbe sorprendentemente spodestato lo zio e mentore Jang Song thaek dai suoi incarichi, tra i quali la vicepresidenza della Commissione nazionale di Difesa, considerato l’organo più importante del regime. I collaboratori del generale cacciato sarebbero stati fucilati, con l’accusa di corruzione.
Se vero, si tratta di una svolta per il regime di Pyongyang. Jang è infatti sposato con la potente Kim Kyong hui, sorella del defunto “caro leader” Kim Jong il (padre del dittatore 31enne), nonché discendente diretta del padre della rivoluzione Kim Il sung.
Per molti analisti, dopo la morte di Jong il, la mente ed eminenza grigia del regime era lo zio di Jong un, non l’erede Jong un.

In Iraq, gli attentatori suicidi continuano a fare bagni di sangue a catena. Nove persone sono state uccise e 20 ferite, nell’esplosione di camion-bomba in un centro per la sicurezza gestito da polizia ed esercito, nel distretto di Dijla a sud di Tikrit.
Di altri sette morti e 21 feriti è il bilancio di un attacco compiuto nella sede della previdenza sociale, sempre a Tikrit, dove quattro kamikaze sono penetrati nell’edificio prendendo in ostaggio 40 persone e facendosi saltare in aria quando gli elicotteri delle forze di sicurezza hanno effettuato un assalto.
A nord di Baghdad, due bombe sono state poi fatte esplodere all’entrata del municipio di Tarmiya, uccidendo 9 persone e ferendone una ventina. E altri due civili hanno infine perso la vita in un attentato in un mercato della ortofrutticolo ad Abu Ghraib, a ovest della capitale.
Nella Siria infiltrata dai qaedisti, un kamikaze si è fatto saltare in aria a Damasco, provocando la morte di almeno quattro persone nel quartiere di Jisr al Abyad. Con l’arrivo dell’inverno, l’Unicef ha allertato che, nel Paese, il numero di bambini bisognosi di assistenza umanitaria – 4,3 milioni contro gli 1,15 milioni del dicembre 2012 – è quadruplicato in un anno di guerra.
Ma non c’è pace neanche in Libia, dove si continua a sparare durante le manifestazioni dei cittadini contro le violenze dei gruppi jihadisti: almeno quattro persone sono rimaste ferite a Derna, nel sud-est del Paese. Mentre Tripoli è stata teatro di un altro assassinio mirato: l’imprenditore Radwan Ghariani, proprietario di una radio commerciale, è stato ucciso in un agguato in strada da sconosciuti.

In Palestina, si attendono le conclusioni dell’inchiesta sulla morte del leader dell’Olp Yasser Arafat, nel 2004 nell’ospedale francese di Clamart.
Il generale palestinese Tawfik Tirawi, titolare del fascicolo, ha dichiarato ai media che la soluzione del giallo è ormai vicina: «La prossima conferenza stampa sarà l’ultima e che faremo luce sull’identità di quanti hanno eseguito, preso parte o erano a conoscenza della uccisione del rais». Nel mese scorso, Tirwai dichiarò che che la morte di Arafat «è il crimine del XXI secolo» e che, sulla base di rapporti ottenuti da laboratori in Svizzera e in Russia, «il decesso non era stato naturale, ma dovuto a sostanze tossiche». Del sospetto omicidio, Israele era «ilprimo sospettato, il principale e anche l’unico».
I dati di esami analoghi, svolti in Francia, sarebbero però discordanti: da Parigi, fonti riservate dell’inchiesta aperta dopo la morte nel Paese avrebbero escluso la «tesi dell’avvelenamento» con polonio 210 . Per Tel Aviv, il rapporto dei periti d’Oltralpe «non sorprende».
Complice forse la ripresa dei negoziati israelo-palestinese, sotto l’ombrello degli Usa, le autorità israeliane riconoscono tuttavia che, nella martoriata Striscia di Gaza, esiste il rischio di un disastro umanitario, a causa di una grave crisi energetica.
La responsabilità non sarebbe però del blocco commerciale di Tel Aviv, ma dei dissensi politici fra Hamas e i dirigenti dell’Autorità nazionale palestinese.
Dopo il disgelo tra Stati Uniti e Iran e con i negoziati siriani, gli israeliani sarebbero però sempre più scettici verso fli americani: oltre la metà degli interpellati in un sondaggio condotto dall”Israel Democracy Institute (Idi) e dall’Universita’ di Tel Aviv, ritiene sia meglio trovarsi altri alleati, riducendo la dipendenza internazionale dagli Usa.

 

 

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