martedì, Luglio 27

Kiev, la guerra del gas Con il via libera a un miliardo di aiuti dell'Ue, Mosca ricatta l'Ucraina

0

 Protester wearing a tear gas mask against background of the mass

Mosca batte cassa a referendum plebiscitario concluso nell’Ucraina dell’Est – 96% dei sì ai filorussi, per gli organizzatori -, chiedendo al Governo europeista di Kiev un anticipo di 1,66 miliardi di dollari entro il 2 giugno, per le forniture di gas del mese prossimo. Un braccio di ferro sul gas tra Kiev e il Cremlino che, con il via agli aiuti finanziari dell’Unione europea (UE) alla nuova Ucraina diventa affare europeo.
«Usare l’energia come arma politica non è interesse di nessuno, tanto meno dei fornitori russi dei quali siamo primi partner economici» ha ammonito il Presidente uscente della Commissione UE Josè Manuel Barroso, dopo il suo incontro con il Premier ucraino Arseni Iatseniuk.
A Bruxelles, il leader di Kiev ha firmato l’accordo per un miliardo di euro di aiuti comunitari in cambio di riforme strutturali: la Commissione europea ha precisato che, tra le «necessità finanziarie esterne», sono compresi i soldi per «pagare il gas russo».
Rivendicando debiti per 3,5 miliardi di dollari con l’Ucraina, il colosso Gazprom ha ricordato che il «contratto prevede forniture per 114 milioni di metri cubi di gas al giorno. A partire dal 3 giugno, Naftogaz Ukraina (società statale ucraina, ndr) riceverà solo il gas in base al volume pagato».
Durissima la replica di Iatseniuk: «Kiev è pronta a portare la Russia davanti alla Corte di Stoccolma, se non applicherà prezzi di mercato alle forniture di gas che siamo in grado di pagare. Con l’annessione della Crimea, siamo stati derubati di società, aziende e giacimenti petroliferi».

Nell’est del Paese non si cessa di combattere e morire, per posizioni politiche sempre più distanti. Dopo una notte di battaglia a Sloviansk, roccaforte dei filorussi, a Kramatorsk, nel Donetsk dove si è votato per l’indipendenza, i media russi e ucraini riferiscono di diversi morti e feriti in entrambi gli schieramenti: una ventina, per i filorussi, con sette militari ucraini uccisi, confermati dal Ministero della Difesa. I separatisti armati avrebbero distrutto un autoblindo delle forze governative e, nella notte, a Sloviansk stando al racconto degli europeisti, sarebbero volati colpi di mortaio contro le forze ucraine. I separatisti, viceversa, denunciano la ripresa dei blitz per riportare la città sotto il controllo di Kiev.
Nell’autoproclamata Repubblica di Lugansk, reduce anch’essa dal referendum, il sedicente Governatore filorusso Valeri Bolotov sarebbe inoltre stato ricoverato, non in pericolo di vita, per ferite riportate nella guerriglia.

Politicamente, il Presidente russo Vladimir Putin gioca di sponda con l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), invitando a rispettare la road map stilata dai mediatori internazionali di Vienna. Per favorire la descalation, «Kiev deve ritirare le sue truppe dal sud-est del Paese, ma anche le forze di autodifesa devono reagire nel modo adeguato», ha dichiarato il Cremlino.
Dopo il referendum indipendentista del week end, Mosca punta più che mai a far saltare le Presidenziali ucraine del 25 maggio, da postporre alla priorità di «discutere, prima del voto, i diritti delle regioni». Ma il Governo centrale di Kiev, appoggiato dall’UE, non intende cedere né sulla data delle elezioni, né sulle trattative con i separatisti.
Da Bruxelles, Iatseniuk si è detto «felice che la road map dell’OSCE abbia tanti punti in comune con quella a cui lavora il Governo da due mesi», tuttavia il dialogo tra est e ovest dovrà «essere a guida ucraina». Il Presidente ucraino ad interim Oleksandr Turcinov ha inoltre incaricato il Ministero della Giustizia di indagare su possibili connessioni tra il partito comunista ucraino e i «separatisti terroristi». Se queste dovessero essere provate, il partito che raccoglie il 13% dei consensi potrebbe diventare illegale.

A Washington per incontrare il Segretario di Stato americano John Kerry, il Ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini si è detto convinto che tra Mosca e Kiev ci sia una «piccola apertura di credito, una base di riconoscimento reciproco sulla quale lavorare».
Come per tutte le crisi estere, l’Italia si muoverà nella cornice europea. La nuova strage nel Mediterrano, a un centinaio di miglia da Lampedusa, tuttavia, riapre la ferita tra l’Italia e l’UE sull’immigrazione.
Sul barcone affondato al largo della Libia e soccorso dai militari italiani di Mare Nostrum c’erano circa 400 migranti: con 206 sopravvissuti e 17 corpi recuperati, mancano all’appello altri 200 dispersi.
In giornata in Sicilia sono approdati altri 800 migranti soccorsi dalla Marina militare italiana e dalla Capitaneria di porto, e altri 79 siriani sono stati scoperti su un traghetto nel porto di Ancona. «L’Europa ha due strade: o viene qui ed issa la bandiera europea sull’operazione Mare Nostrum oppure una volta che avremo definito lo status dei migranti e accertato che hanno diritto alla protezione e che vogliono andare in altri Paesi, noi li lasceremo andar via», ha dichiarato il Ministro dell’Interno Angelino Alfano, «il diritto di asilo è sacrosanto ma non si può esercitare solo in Italia».

Il Medio Oriente, scosso da gravi attentati, è turbato anche da gravi notizie politiche.
Mentre, in Israele, l’ex Premier Ehud Olmert è stato condannato a sei anni di reclusione (più altri due con la condizionale), per un maxi scandalo di corruzione negli anni ’90, chi scappa dalla guerra in Siria vede tramontare i fallimentari negoziati politici con le dimissioni – le seconde, dopo la rinuncia di Kofi Annan – dell’Inviato speciale di Lega Araba e Onu nel Paese Lakhdar Brahimi, effettive dal 31 maggio.
«Lascio con molta tristezza il mio incarico e la Siria in condizioni terribili. L’Onu continuerà a fare tutto quello che è umanamente possibile», è stata la dichiarazione d’impotenza di Brahimi. In trasferta a Washington, il Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha denunciato il «ricorso all’uso di armi chimiche almeno 14 volte dalla fine del 2013, da parte del regime siriano». Nel vicino Iraq, la capitale Baghdad ha contato altri 19 morti e una cinquantina di feriti per una raffica di attentati con le autobombe.
Se non altro l’India, in attesa dei risultati ufficiali delle Legislative, festeggia la «chiara vittoria» della coalizione di centrodestra del Bjp, guidato da Narendra Modi, sulla base dei primi exit poll. E, sempre in Asia la Giordania riporta a casa (in cambio della scarcerazione di un prigionerio islamista) il suo Ambasciatore a Tripoli Fawaz Al Aitan, rapito in Libia il 15 aprile scorso.

Per i continui scontri di piazza e attentati, l’Egitto deve fare i conti con il brusco calo di turisti (-32%) del marzo scorso, ha registrato l’Istituto nazionale di statistica.
Ma oltre ai Paesi arabi è la Nigeria a preoccupare la comunità internazionale, dopo il sequestro di massa delle liceali (oltre 200) da parte degli estremisti islamici di Boku Haram.
Il Presidente Goodluck Jonathan ha scelto la politica del bastone e della carota: se da una parte, infatti, ha chiesto di prolungare lo stato di emergenza e dato il disco verde agli aerei Usa, per sorvolare il Paese in cerca delle ragazze, dall’altra si è detto disposto a «colloqui con Boko Haram».
Nella Repubblica centrafricana dilaniata dagli scontri etnici, è arrivata la notizia di un altro massacro brutale: almeno 13 civili arsi vivi, in una casa dove erano stati rinchiusi dai fondamentalisti armati Seleka e dalla tribù dei Fulani, che terrorizzano i villaggi del centro-nord.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->