mercoledì, Ottobre 27

Kiev deciderà la battaglia image

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proteste ucraina

Osservando quanto avviene a Kiev e dintorni viene in mente un paradosso della teoria delle probabilità. Secondo questa scienza ognuno di noi dopo aver ben mescolato lo zucchero nella tazzina di caffe potrebbe, se volesse, fare l’esperimento opposto. Girando al contrario il cucchiaino i due ingredienti, compiendo un mini viaggio nel tempo, si separerebbero. Da una parte la sostanza candida e dolciastra, dall’altra l’amaro liquido nero. Unica controindicazione dell’esperimento? Il movimento va fatto per qualche milione di anni. Insomma tanta pazienza e il successo sarà garantito.

Il maelström in onda a Kiev e dintorni invece tenta di tornare al passato a passo di carica. Flashback di guerra fredda, lampi della cortina di ferro, ritorno di fiamma dell’imperialismo moscovita, scheggie impazzite del nazionalismo fascisteggiante ucraino. Nei fatali rapporti tra i fratelli slavi tornano le ombre lunghe del secolo scorso? Sembrerebbe proprio di si se mercoledì scorso persino una personalità più o meno moderata come Arsenij Jazenjuk ha pensato bene di rivolgersi alla folla che assedia la capitale ucraina usando parole che ricordano il partito militante degli slavi del sud alla vigilia della prima guerra mondiale. Con spirito di autosacrificio il leader del partito Patria, ha infatti giurato che l’euro-movimento andrà avanti «compatto, onesto e coraggioso anche se un proiettile dovesse attraversarci la fronte». Frasi dell’altro secolo sottolinea oggi la ‘Frankfurter Allgemeine Zeitung’. Una marcia del gambero che passa anche da Mosca. Secondo il rabbino Boukh Gorin l’antisemitismo sarebbe presente sia tra parte dei manifestanti anti regime, il partito di destra Svoboda, che tra i ranghi del potere. Il responsabile della comunità ebraica russa al canale televisivo russo Dozhd, ha infatti accusato le unità speciali del potere, Berkhut , di giustificare i propri comportamenti in un modo non molto originale per i territori dell’ex impero zarista. In Ucraina andrebbe in scena l’ennesimo complotto sionista.

E Kiev? Come vive la capitale la tensione che avvolge il Paese da oltre due mesi? Quando inizierà la crisi di rigetto di una delle città più eleganti dell’Europa slava, caratterizzata da un fine anche se cinico umore? E’ probabile che questa sia la domanda che percorre i due schieramenti. Gli uni temendola, gli altri augurandosela. Fino a quando verrà sopportato il movimento rivoluzionario che agita Majdan Nesaleschnosti? Visto che proprio accanto alla Piazza dell’Indipendenza abitano, vivono e operano quei ceti che dal successo della protesta vedrebbero colpiti al cuore i propri interessi e privilegi. Di quali intrighi sarebbero capaci persone che non hanno certo dimenticato i maneggi tipici della burocrazia sovietica? Un gioco di burattini e burattinai proseguito anche dopo la fine dei regimi comunisti. Si può esser certi che a pregare affinchè il Maidan prosegua non siano solo i partiti di opposizione. Anche esponenti del regime potrebbero pensare che l’escalation anti-governativa potrebbe trasformarsi nella propria àncora di salvezza. Soprattutto dopo aver capito che la svolta violenta delle manifestazioni vede il  movimento privo di leader.

Con queste premesse diventa forse più facile interpretare le mosse apparentemente illogiche della presidenza Yanuchovich. Solo chi vuole definitivamente spostare a proprio favore l’opinione pubblica della capitale può aver deciso all’inizio di novembre di dare mano libera alla violenza dei corpi di sicurezza. Una mossa irrazionale visto che i manifestanti erano a corto di carburante anti sistema. Solo chi pensa che perdendo Kiev non avrebbe nessuna possibilità di vincere le prossime presidenziali può avere avuto la trovata geniale di ridar fiato alla protesta approvando un pacchetto di leggi che più liberticide non si può. E questo dopo che l’aiuto miliardario di Putin aveva messo alle corde la contestazione. Davvero il presidente ucraino e’ cosi ingenuo da non aver tratto insegnamenti dagli errori commessi l’estate scorsa dal collega egiziano? Forse Yanukovich è semplicemente più furbo di Mohamed Morsi.

Aspettare il crollo nervoso dei dimostranti. Spingerli allo scontro finale avendo dalla propria parte l’esasperazione della capitale pronta ad approvare la liquidazione violenta della contestazione. Questa la strategia del tanto peggio, tanto meglio? Il presidenziale Partito delle regioni, non ha mai avuto granchè da dire agli abitanti di Kiev. Ora pero’ vede la chance di capovolgere i rapporti di forza. Una strategia basata su alcuni elementi. Innanzitutto la certezza che la metropoli, sempre più spostata verso valori di libertà e democrazia, sia comunque allergica a comportamenti violenti. Poi lo sfruttamento del malessere nei confronti di fenomeni, ingorghi, chiasso, sporcizia, che da sempre accompagnano manifestazioni ritenute infinite.

Finanziamenti a pioggia, nuove infrastrutture, riammodernamenti. Tutto è stato tentato dall’attuale potere ucraino per conquistare il consenso dei ceti urbani di Kiev. Nulla da fare. Almeno fino a quando i «raguli», gli imbranati contadini dell’occidente del Paese, non hanno preso possesso del centro città. Accompaganti da una violenza inaccettabile per la tollerante capitale.  Questo il processo che il governo potrebbe assecondare per alienare la simpatia con cui Kiev ha accolto le manifestazioni accompagnandone le rivendicazioni. Far diventare Kiev ostaggio del Maidan. Fino a quando Il centro città smetterà di essere il cuore pulsante dell’opposizione. Il suo bastione più importante. Il governo farà di tutto affinchè i luoghi delle manifestazioni diventino ghetti estranei e odiati. Solo quando Kiev ne avrà abbastanza sarà possibile sgomberare davvero le strade della capitale. Anche con la violenza se questa servirà a riportare la calma.

Qui sta il futuro di governo e opposizione. E Yanukovich ha fretta. Le proteste contro il regime non riguardano solo l’Ucraina occidentale. L’insoddisfazione, per motivi opposti, monta anche a sud e est del Paese. La possibilità che l’Ucraina si spacchi traspare anche dai sondaggi. Lo scorso dicembre le proteste erano appoggiate dal 90% dei cittadini occidentali. Altrettanto alto, il 62%, il sostegno delle zone centrali, tra cui Kiev. Al contrario a oriente il 97% era contro.  Dopo i morti in piazza risolvere il rebus ucraino attraverso trattative sarà più difficile. Escalation governativa e il rifiuto dell’opposizione a dialogare con «il presidente assassino» sono macigni sulla strada della riconciliazione nazionale. Accettare la realtà dei rapporti di forza è il solo modo per evitare altro sangue. In gran parte del Paese, soprattutto a est, Yanukovich ha ancora il sostegno della popolazione. L’Ucraina vede in modo differente i modi in cui svilupparsi. L’opposizione non dovrà diventare nemica dei cittadini. Altrimenti i proiettili in fronte non saranno solo metafore azzardate. In un Paese che potrebbe segnare il futuro del continente. 

 

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