lunedì, Settembre 20

Kenya: Sex on the beach, ovvero quando la prostituzione alimenta il turismo Un viaggio sulle coste keniote dove le ragazzine si prostituiscono con gli stranieri, italiani in testa, per 10 dollari a cliente con il benestare delle famiglie

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«Spesso amici di famiglia e genitori iniziano le minorenni alla prostituzione, insegnandole le tecniche sessuali gradite dai turisti, compreso i rapporti anali, vero e proprio tabù nella nostra cultura. Molte minorenni, divenute prostitute, subiscono violenze, gravidanze indesiderate e sono a rischio di malattie sessuali, ma continuano la professione in mancanza di alternative economiche. L’abbandono degli studi di certo non facilita la possibilità di trovare un impiego onesto e decoroso»,  spiega Dorcas Wanjiru, direttrice della Coalition on Violence Against Women (Coalizione contro le Violenze Femminili). «Il radicarsi della prostituzione minorile è strettamente legato ad un guadagno allargato. L’industria del sesso minorile beneficia i genitori, i gestori di locali notturni, i tassisti, la Polizia. Questa fonte di reddito elargita tra le fasce povere della popolazione crea una complicità e la prostituzione minorile diventa socialmente accettata, snaturando il concetto di reato e crimine anche presso la polizia. Le stesse ragazze non si considerano delle vittime. Prostituendosi durante il weekend guadagnano di più che con un onesto lavoro», spiega sempre al ‘The East Africa’ il giudice Edward Wanjala.

La prostituzione minorile, che spesso confina nella pedofilia, attrae molti turisti italiani. La legge in materia, varata nel luglio 1998, ha colmato gravi vuoti legislativi e si è allineata allo spirito della Conferenza Mondiale di Stoccolma. La magistratura italiana può perseguire il reato di pedofilia anche se questo è stato commesso all’estero o su internet. Chiunque induce alla prostituzione un minore, ne favorisce o sfrutta questa attività è punito con la reclusione da 6 a 12 anni. Chi compie atti sessuali con minori di età compresa tra i 14 e i 16 anni in cambio di denaro o altra utilità economica è punibile dai 6 mesi ai 3 anni di carcere. Lo sfruttamento della pornografia minorile è punita con la reclusione dai 6 mesi ai 12 anni, mentre la pornografia minorile su internet prevede la reclusione da 1 a 5 anni. Per quanto riguarda il turismo sessuale, chiunque organizza o propaganda viaggi che hanno come scopo incontri sessuali con minori va incontro al carcere: dai 6 ai 12 anni. La pena aumenta di un terzo se ad essere coinvolto è un minore di 14 anni. Tutte queste norme sono valide anche per il cittadini italiano che commetta questi reati all’estero.

In Kenya, i turisti italiani commettono frequentemente questi reati, rimanendo impuniti a causa della omertà che li protegge, compresa quella di altri connazionali, della polizia e autorità locali. «Ufficialmente nella Malindi di Briatore e della Ferrari la prostituzione non esiste. E, diversamente dall’Italia, la ‘vendita della carne’ bordo strada non è contemplata. Qui le lucciole sono più escort e sono truccatissime, vestite all’europea e stringono il “telefonino” con il quale via sms e WhatsApp spediscono/ricevono raffiche di messaggi. C’è chi ci viene apposta (molti); chi invece attratto dal gusto dell’esotico decide di provare e poi non riesce a tornare indietro. Ma uomini e donne lo fanno allo stesso modo e con l’identico velo di tristezza che accomuna le tavolate di amici nei ristoranti, ciascuno dei quali stringe la mano della sua “ragazza” e viceversa al femminile», spiegava il sito Kenya Vacanze nel febbraio 2014.

Il turismo sessuale dei nostri connazionali è stato ampiamente documentato da una composita inchiesta sul fenomeno del turismo sessuali in Kenya, realizzata dal giornalista freelance Matteo Koffi Fraschini. Inchiesta diventata libro: ‘Sodomalindi’. La regista Ilaria Freccia ne ha tratto spunto per il suo film ‘Sotto lo stesso cielo «A Malindi e Watamu la maggior parte sono italiani; ma poi ci sono anche tedeschi, svizzeri, austriaci, francesi, inglesi. Parliamo di 40mila italiani ogni anno che partono per viaggi a scopo sessuale… Ci sono dei locali, in cui cominciano queste relazioni. È tutto alla luce del giorno. C’è impunità: nessun italiano è mai stato arrestato (se invece accadesse, con una mancia alla polizia verrebbe rilasciato)».

«Molti sono pensionati, italiani che vanno lì nove o dieci mesi all’anno. E per trovare ‘ragazzine’ utilizzano i beach boys dei villaggi o le guide. Non c’è clandestinità in questo sistema, è tutto alla luce del sole. Molti sostengono che sia ‘umano’ che un uomo di 60/70 anni abbia rapporti sessuali con una ragazzina di 14/15 anni. Perché – dicono – è normale che un uomo di una certa età sia ‘attratto’ da una ragazzina giovanissima. E siccome basta qualche euro per pagarle, perché non dovrebbe succedere? Sono padri di famiglia, nonni, zii, gente che ha un lavoro normale. Si giustificano con la differenza culturale. Dicono che in fondo queste ragazzine sono cresciute così: noi le sponsorizziamo, le aiutiamo, diamo loro dei soldi. Tutto questo giustifica l’abuso», spiegano Fraschini e Freccia.

Il giornalista Franco Nofori denuncia che il Kenya è diventata la prima destinazione in Africa per la nuova forma di turismo sessuale: quella femminile. «L’Organizzazione Mondiale del Turismo, l’AMPIA (Associazione Nazionale Italiana Antropologi) e vari altri ricercatori che indagano sul fenomeno del turismo sessuale, si trovano d’accordo: sarebbero oltre 600 mila le donne occidentali che ogni anno partono verso lidi esotici per dare sfogo alle proprie fantasie erotiche. Di queste, 30 mila sarebbero italiane.. Così, ciò che un tempo era esclusivo retaggio maschile, è oggi anche entrato nelle prerogative dell’altro sesso, pronto alle esperienze sessuali con i fusti dalla pelle nera, a volte ricercando l’amore vero, altre volte accontentandosi anche solo del sesso mercificato in fugaci relazioni vacanziere.  Il ministro per il turismo del Kenya, Najib Balala, ha recentemente promesso che nel giro di tre mesi i beach-boy saranno rimossi dalle spiagge con l’ausilio del corpo speciale della Polizia turistica, ma chi risiede o frequenta il Kenya da tempo, rimane un po’ scettico di fronte a queste promesse, visto che i beach- boy – pur se la loro attività è stata reiteratamente dichiarata illegale dalle autorità – continuano tranquillamente, sin dagli anni ’80 a esercitare la “professione” alla quale hanno dato il pomposo nome di “beach operator” al fine di auto-conferirsi una sorta di legittimazione. Non solo: spesso la polizia turistica interviene in loro supporto quanto nascono contestazioni con i “clienti” in merito al compenso pattuito»,  spiega Nofori.

Lo scorso gennaio l’associazione culturale Fiori d’Acciaio e la Onlus Mete hanno lanciato la campagna sociale Stop Sexual Tourism che prevede una serie di azioni di sensibilizzazioni presso gli aeroporti, rivolte ai viaggiatori sul dramma delle vittime e messa in guardia dai rischi legali a cui va incontro chi vuole fare sesso con un minore. La campagna di sensibilizzazione, a cui hanno aderito l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, i principali aeroporti italiani, le presidenze di Camera e Senato, l’Università di Palermo, Protea Human Rights, l’Osservatorio Internazionale per le vittime di Tindouff e ECAPT Italia,  è stata riproposta lo scorso marzo al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.
Nonostante le difficoltà della nostra magistratura a punire i colpevoli a causa della difficoltà di reperire informazioni sui comportamenti e devianze sessuali dei nostri turisti in Kenya, queste iniziative evidenziano una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica italiana che progressivamente sta invertendo il concetto per cui l’avventura sessuale esotica consumata in Kenya diventa oggetto di orgoglio da raccontare e fonte di ammirazione per gli amici rimasti a casa. Sempre più tra gli italiani si fa largo il giusto senso di condanna, la promozione di un turismo responsabile.

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