domenica, Settembre 26

Kenya: ricostruzione o spartizione politica ed economica? Secondo i dati UNICEF del 4 gennaio 2018, sarebbero 3,4 milioni le persone in condizioni di carenza alimentare e circa 500.000 persone senza accesso all’ acqua.

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Siamo a Sololo, comunità all’ estremo nord della provincia orientale del Kenya, sul confine etiope, a 800 km dalla capitale Nairobi. Stando ai dati della Banca Mondiale, il 70% della popolazione del distretto vive molto al di sotto della soglia di povertà, anche se sono diversi i progetti finalizzati a sostenere le famiglie, aiutare i bambini nella crescita, farsi carico dei tanti orfani.

È uno dei tanti villaggi rurali del Kenya il cui indice di povertà si aggira sul 43%. Secondo i dati UNICEF del 4 gennaio 2018, sarebbero 3,4 milioni le persone in condizioni di carenza alimentare e circa 500.000 persone senza accesso all’ acqua. Circa 482.882 bambini richiederebbero un trattamento per la malnutrizione acuta, tra cui 104.614 sarebbero affetti da malnutrizione acuta grave.

Non aiuta certamente a migliorare la situazione la tremenda siccità che sta attualmente devastando il paese e che fa seguito a una stagione delle piogge (marzo-maggio 2017) meno intensa rispetto alle previsioni: danni ingenti ai raccolti, morte del bestiame e della parte più debole della popolazione, una situazione che purtroppo continua anche nel 2018.

Questo succede soprattutto nei territori distanti dai grandi centri economici e politici del Kenya, meno toccati dalla povertà ma fortemente interessati da eventi drammatici che si sono registrati a partire da agosto 2017, quando è stata dichiarata la vittoria elettorale del presidente uscente Uhuru Kenyatta.

La colazione dell’opposizione ha subito contestato la legittimità delle votazioni e ottenuto dalla Corte Suprema l’annullamento del risultato. Un secondo appuntamento elettorale è stato quindi fissato a ottobre ma il leader dell’opposizione Raila Odinga ha rifiutato di candidarsi in mancanza di una riforma elettorale e Kenyatta era stato confermato per la seconda volta. Sono state diverse le proteste a partire da agosto e numerosi i morti, feriti e arrestati. Secondo un rapporto rilasciato a dicembre 2017 da Human Rights Watch, ci sono stati anche molti casi di violenza sessuale da parte di uomini in uniforme.

Ma la storia non si è fermata con la riconferma di Kenyatta: a gennaio 2018, Odinga aveva tenuto una breve cerimonia di “giuramento” durante la quale si era autoproclamato “presidente del popolo”, causando altri arresti di oppositori e il blocco delle trasmissione per ben 10 giorni di tre delle più importanti reti televisive keniote.

Questi scontri politici hanno avuto gravi ripercussioni sull’economia del paese ma un incontro tenutosi venerdì 9 marzo presso l’Harambee House di Nairobi tra i due storici oppositori, Kenyatta e Odinga, ha finalmente fatto tirare un sospiro di sollievo alla popolazione del Kenya.

Odinga sembrerebbe ora riconoscere la legittimità del presidente Kenyatta e la sua precedente richiesta di dialogare solo dopo nuove elezioni sarebbe ormai svanita. In quell’occasione, i due ex contendenti hanno redatto un piano di unità nazionale incentrati sui temi di inclusività, riforme elettorali e lotta alla corruzione. Davanti alle telecamere e ai fotografi Odinga e Kenyatta si sono stretto la mano, chiamandosi “fratello”, una situazione inimmaginabile qualche settimane fa. Messi da parte gli scontri politici, l’interesse del paese sembrerebbe passato in primo piano e il mercato azionario ha infatti da subito reagito positivamente.

Meno entusiaste le vittime delle violenze che chiedono al Presidente scuse pubbliche e un risarcimento per i familiari uccisi. Opinione negativa anche nel resto del paese. Secondo fonti locali, la riconciliazione dei due contendenti sarebbe esclusivamente intesa a rafforzare il patrimonio economico dei due principali attori politici.

Kenyatta sarebbe stato riconfermato da un sistema democratico pilotato e dittatoriale, a tutela degli interessi economici della sua famiglia. Il suo oppositore Odinga è invece visto come un rivale politico fantoccio, addomesticato mediante accordi che gli possano garantire di accrescere il suo già imponente patrimonio.

Non è forse un caso che a febbraio scorso la Banca commerciale dell’Africa (CBA), posseduta a maggioranza dalla famiglia Kenyatta, abbia ufficialmente acquisito – secondo la rivista Forbes, le trattative iniziate ad inizio 2017 avrebbero dovuto concludersi a settembre – la controllata ruandese della più importante banca ugandese, la Crane Bank. Con questa acquisizione, la famiglia Kenyatta potrà ampliare la propria attività nei mercati dell’Africa orientale dove è attualmente presente, oltre che in Kenya, in Uganda e Tanzania.

Odinga, dal canto suo, se non otterrà vantaggi economici immediati, con l’incontro di venerdì 9 marzo, ha avuto l’opportunità di rafforzare la sua figura politica messa un po’ in ombra dal suo giuramento che è apparso più come uno show pubblico che un rafforzamento della sua credibilità politica, tanto è vero che i suoi alleati dell’opposizione, i leader Musalia Musyoka, Kalonzo Mudavadi e Moses Wetang’ula, non erano presenti all’evento.

È quindi chiaro che Odinga, per potere avere una posizione determinante sui banchi dell’opposizione, abbia bisogno di un appoggio che gli dia forza e sembrerebbe averlo trovato dialogando con il suo storico rivale Kenyatta, una mossa che non è tuttavia vista di buon occhio dagli altri leader della coalizione di opposizione.

Dopo mesi di proteste e continue tensioni sembrerebbe quindi tutto da rifare, a cominciare dal dialogo che dovrebbe coinvolgere la gente comune, come ha dichiarato Rachael Mwikali della coalizione nazionale dei difensori dei diritti umani. L’attivista ha anche aggiunto che “quando parlano di riconciliazione, guardano solo ai loro interessi. E questi due uomini dovrebbero invece vedere del paese.”

Nessuno dei due ex contendenti pare sappia infatti quanto sia stato alto il sacrificio costato ai kenioti in questi mesi.

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