domenica, Agosto 14

Kenya: presidenziali ad alta tensione Le elezioni presidenziali previste in Kenya per il 9 agosto sono ad alto rischio, anche se qualche spiraglio per ritenere che non si ripeteranno le violenze post-elettorali del passato ci sono

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Le imminenti elezioni presidenziali previste in Kenya per il 9 agosto sono ad alto rischio. Secondo gli osservatori, saranno, probabilmente, una delle tornate elettorali più contestate nella storia recente del Kenya, posto che le elezioni keniote sono sempre state tra le più competitive dell’Africa orientale e centrale, con la politica dominata da personalità e denaro. Le tensioni sono acute e interne alle élite che si contendono il potere, e già stanno preoccupando molto gli addetti ai lavori.
Da una parte c’è che si è alleato al leader e candidato dell’opposizione, Raila Odinga, dall’altra il il Presidente uscente Uhuru Kenyatta,vicepresidente uscente, William Ruto, in contrasto con Kenyatta.
Per entrambe, la sconfitta è un pericolo esistenziale per gli interessi politici ed economici che esprimono.

La tensione sociale in questa fase è contenuta, il peggio potrebbe venire durante e dopo il voto. L’elemento che infiamma il clima elettorale è Uhuru Kenyatta, che ha deciso di sostenere il candidato di opposizione, voltando le spalle al suo alleato di lungo corso.

Uhuru Kenyatta sta terminando il suo secondo e ultimo mandato, secondo gli impegni, avrebbe dovuto sostenere il suo vicepresidente, William Ruto, che è stato determinante nel portarlo alla presidenza nelle due precedenti elezioni, e che ora, per la prima volta, si è candidato lui alla presidenza. Invece di sostenere Ruto, come aveva promesso, Kenyatta ha deciso invece di sostenere la leader dell’opposizione, Raila Odinga, che all’età di 77 anni si sta candidando per la sua quarta e probabilmente ultima corsa. Ruto sta così contrapponendo la sua campagna populista e ribelle a una macchina statale fedele a Kenyatta e di riflesso al suo candidato, Odinga. Uno scenario pericoloso.

Sebbene ci siano ragioni per essere ansiosi per i rischi che il Paese corre, visti i precedenti, ci sono anche ragioni per un cauto ottimismo, affermano gli analisti di Crisis Group. «Ruto, Odinga e Kenyatta hanno tutti un sostegno significativo da parte degli elettori, e nessuno sembra disposto a sopportare l’esclusione dalla politica clientelare del Kenya che la sconfitta elettorale comporta. Le istituzioni elettorali del Kenya, nel frattempo,rimangono deboli», non ultimo perchè la Commissione elettorale è sotto-finanziata, e i funzionari esecutivi hanno avuto poco tempo per lavorare, le leggi elettorali sono state approvate solo da poco.

«La combinazione di elevate tensioni intra-élite e istituzioni deboli fa si che l’esito del voto possa essere contestato se uno dei principali candidati rifiuta i risultati ufficiali, sostenendo di essere stato truffato. Uno scenario privilegiato per i disordini sarebbe se l’uno o l’altro gruppo di leader politici decidesse di giocare sulle divisioni etniche ed economiche esistenti per spingere gli elettori nelle strade, piuttosto che ammettere la sconfitta», sostiene Crisis Group. Una situazione del genere sarebbe ancora più infiammabile se gli elettori ritenessero che le elezioni siano state truccate, anche perché istituzioni elettorali mal preparate stanno visibilmente lottando per adempiere al loro mandato. Uno scenario simile si è verificato subito dopo le elezioni del 2007, provocando oltre 1.000 morti».
I motivi per spiragli di ottimismo stanno nel fatto che dal 2007 il Kenya è cambiato, «e questi cambiamenti possono aiutare a mitigare il rischio di violenza. La popolazione tiene in grande considerazione la magistratura del Kenya, una delle più ferocemente indipendenti in Africa». E, cosa molto importante, le «tensioni tra i gruppi etnici, che hanno raggiunto un punto di ebollizione nel 2007 e nel 2008 in mezzo a letali violenze intercomunitarie,sono a un livello basso». Infine, la registrazione degli elettori è stata notevolmente bassa, e non c’è grande interesse per questa tornata elettorale.

Crisis Group sottolinea il fatto che la preoccupazione è motivata anche dal difficile contesto del Corno d’Africa, «dove l’instabilità politica in Sudan, la guerra civile in Etiopia e una feroce insurrezione in Somalia creano già troppe turbolenze».
Insomma, «il livello di rischio che circonda le elezioni in Kenya, è sufficientemente alto, e le implicazioni per la stabilità regionale sonosufficientemente grandi», ma spiragli per pensare che quanto accaduto nel 2007 non si possa ripetere ci sono.

Il fatto che in queste settimane la tensione non sia affatto alta è determinato, tra il resto, dal fatto che i candidati dell’opposizione possono fare campagna elettorale «più liberamente rispetto a quelli nella maggior parte dei Paesi vicini e i risultati sono generalmente incerti anche pochi giorni prima che si aprano le urne. Una cultura radicata di rotazione della leadership, con i presidenti legalmente obbligati a dimettersi al termine di due mandati, distingue il Paese da molti nel vicinato».
Resta il fatto che sono elezioni molto competitiveche mettono a dura prova le istituzioni del Paese. E’ stato così nel 2007, quando sono esplose gravi violenze all’annuncio, da parte delle autorità elettorali, che l’incumbent Mwai Kibaki aveva sconfitto lo sfidante dell’opposizione Odinga. Nelle otto settimane a seguire, i sostenitori dei due candidati si sono combattuti per le strade, scontrandosi con la Polizia, e il bilancio si è chiuso con 1.100 persone morte (molte per mano della Polizia) e 600mila sfollati.
Nel febbraio 2008, Kibaki e Odinga hanno firmato un accordo di condivisione del potere. La coppia avrebbe guidato un governo di unità nazionale, con Kibaki che manteneva la presidenza e Odinga che assumeva la carica di Primo Ministro.

La guida congiunta ha prodotto una nuova Costituzione e profonde riforme istituzionali. Quella carta, afferma Crisis Group, «è una delle più progressiste del continente, ha introdotto cambiamenti significativi nel sistema di governo del Kenya, soprattutto riducendo le competenze della presidenza e devolvendo poteri e risorse ai leader eletti localmente. Ha inoltre conferito al Parlamento l’autorità di controllare gli incaricati presidenziali e ha rafforzato la magistratura isolando i giudici dalle pressioni esecutive attraverso la formazione di una commissione indipendente responsabile della nomina dei giudici e della gestione degli affari giudiziari». Riforme che in alcuni casi sono state imperfette, e che comunque non hanno messo il Paese al riparo dagli episodi di violenza pre e post-elettorale. «Ciò è dovuto principalmente alla politica polarizzata, etnicamente guidata e personalista che è stata una caratteristica della competizione elettorale nel Paese per decenni».

La polarizzazione dell’élite è, infatti, l’elemento più problematico. La relazione tra il Presidente, Uhuru Kenyatta, e il suo vice, William Ruto, è compromessa forse irrimediabilmente, di certo lo è in questa campagna elettorale. Sia Kenyatta che Ruto comandano basi elettorali sostanziali e la disillusione nel campo di Ruto -che si aspettava l’approvazione di Kenyatta- unita all’ansia di Kenyatta per una vittoria di Ruto, è alla base di una campagna elettorale nervosa e avvelenata, con le élite vedono il voto come essenziale per le loro politiche, i loro interessi economici, insomma la loro sopravvivenza. Diplomatici, osservatori locali e figure di spicco dei campi di Kenyatta e Ruto hanno indicato queste tensioni, e in particolare la sensazione che nessuno dei due candidati si senta di potersi permettere la sconfitta, come il più grande potenziale fattore destabilizzante nella corsa alle elezioni.

La spaccatura Kenyatta-Ruto può far ritenere che i servizi di sicurezza potrebbero non svolgere un ruolo neutrale durante il periodo elettorale. In svariate situazioni, l’opposizione ha denunciato un comportamento degli agenti di sicurezza come «un preoccupante presagio della loro potenziale condotta durante le campagne elettorali di agosto».

Una preoccupazione che per l’opposizione si acuisce se si considera il malcontento che serpeggia nel Paese per la disuguaglianza di reddito e il deterioramento dell’economia. Tale stato d’animo della popolazione potrebbe rendere potenzialmente più facile «mobilitare folle frustrate nelle strade e creando anche il rischio che i giovani disoccupati possano essere reclutati in bande per commettere violenze durante le campagne elettorali. L’alto costo della vita è costantemente considerato una preoccupazione prioritaria per i kenioti, molti dei quali accusano il governo di dissolutezza negli ultimi dieci anni. La guerra della Russia in Ucraina ha fatto aumentare i prezzi globali delle materie prime e del carburante, annullando i benefici della timida ripresa del Kenya dalla pandemia di COVID-19, che ha cancellato circa due milioni di posti di lavoro. Queste tendenze preoccupanti si verificano sullo sfondo di un elevato onere del debito, con i costi del debito che consumano circa la metà delle entrate previste nel bilancio 2022-2023 del Kenya». Al momento 2,8 milioni di persone in 23 contee risultano bisognose di aiuti alimentari.

I sondaggi dell’opinione pubblica, afferma il rapporto di Crisis Group, «mostrano una gara serrata tra Ruto e Odinga, con un quinto dei kenioti indeciso su chi voteranno. Sebbene Ruto per mesi sia rimasto un favorito marginale nella maggior parte dei sondaggi, Odinga ha colmato il divario negli ultimi tempi e ha preso il comando in alcuni sondaggi dopo aver nominato una figura rispettata nel movimento di riforma del Kenya, Martha Karua, come sua vice».

La preoccupazione che si appunta sul 9 agosto, è data anche dalla posizione del Paese come principale snodo commerciale e di trasporto dell’Africa orientale. In caso di crisi, c’è da tenere presente, che «la violenza tende ad avere un effetto a catena in gran parte della regione. Alcuni giorni dopo lo scoppio della violenza etnica legata alle elezioni nel gennaio 2008, si sono formate lunghe code alle stazioni di servizio nelle capitali dell’Uganda e del Rwanda senza sbocco sul mare, che dipendono dai rifornimenti dal porto keniota di Mombasa. Nella Repubblica Democratica del Congo orientale, che dipende anche dalle importazioni che passano attraverso il Kenya, le agenzie umanitarie hanno riferito di aver esaurito le scorte. Tra la guerra civile in Etiopia e la radicata crisi politica in Sudan, la regione non può permettersi un’altra ondata di disordini, tanto meno al centro della vita economica e politica della regione».

Fortunatamente, si legge nel rapporto del think tank, «il Kenya potrebbe essere ben posizionato per schivare questo proiettile. La ricerca del Crisis Group negli ultimi tre anni in varie parti del Paese ha riscontrato scarso appetito per la violenza tra le comunità. La società non sembra essere così nervosa come nei mesi precedenti le elezioni del 2007 e del 2013».
In aiuto anche il «misto di indifferenza e rassegnazione, in particolare tra i giovani kenioti, anche se l’indole tra questi ultimi è comprensibilmente ‘aspra’. Alcuni sondaggi mostrano elettori più giovani che esprimono una preferenza per la candidatura di Ruto, ma l’atmosfera generale è di disillusione che tende all’apatia. “I giovani sono delusi dai candidati principali e temono che nessuno possa apportare il tipo di cambiamento rapido di cui hanno bisogno su una vasta gamma di questioni, tra cui la disoccupazione e l’alto costo della vita”, ha dichiarato, a Crisis Group, Nerima Wako-Ojiwa, direttrice di Siasa Place , un’organizzazione che promuove l’educazione civica e la partecipazione politica dei giovani.
Le campagne di registrazione degli elettori nel 2021 e nel 2022 hanno catturato solo 2,5 milioni di nuovi elettori, ben al di sotto dell’obiettivo di 6 milioni e uno dei punteggi peggiori del Paese dalla reintroduzione delle elezioni multipartitiche nel 1992». Altresì, le narrazioni divisive etnicamente non sono così diffuse come nei precedenti cicli elettorali, né lo è la retorica odiosa come strumento di campagna elettorale.

«Il fatto che per la prima volta dal 1992 non ci sia un grande candidato Kikuyu nella corsa presidenziale può anche aiutare a ridurre le tensioni», evidenzia il rapporto. L’assenza ha contribuito a smorzare «la percezione pubblica del dominio kikuyu nella politica keniota e del controllo dell’elite kikuyu sull’economia, che gli oppositori di Kenyatta hanno sfruttato per suscitare rimostranze nelle elezioni precedenti. In uno sviluppo positivo, piuttosto che fare appello alla fedeltà etnica, Odinga e Ruto sembrano puntare sul sostegno incrociato: Odinga posizionandosi come una figura paterna addolcita» e «Ruto bollandosi come un campione degli oppressi. Inoltre, entrambi i candidati hanno scelto i compagni di corsa Kikuyu, rendendo più difficile per entrambi giocare la carta anti-Kikuyu contro l’altro».
La magistratura, che si è conquistata il generale rispetto della popolazione, è l’altro importante elemento che può ridurre il rischio di violenze post-elettorali.

Nelle prossime settimane intanto si avranno indizi dalla campagna elettorale che entrerà nel vivo.

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